Intervista a Giunio Panarelli

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Giunio Panarelli, classe 1997, è salentino ma è nato a Bologna e trapiantato a Milano per gli studi universitari. Già collaboratore de “Il Fatto quotidiano” e di altre testate giornalistiche, ha da poco debuttato come romanziere. E qui ci racconta come e perché.




L’incipit del tuo romanzo è un focus su tre bambini, ma poi quasi tutto il resto della vicenda si svolge alcuni anni dopo nello spazio di una notte, la Notte degli Indicibili (che è anche il titolo del romanzo). Partiamo appunto dal titolo: cosa rappresenta e come ci si arriva?
Al titolo ci sono arrivato praticamente alla fine: mi è sembrato il modo migliore per sintetizzare ciò che racconto. Da ragazzi siamo abituati a vivere più la notte che il giorno, specie per quanto riguarda i legami emotivi: tutti abbiamo avuto quel fine serata in cui ci siamo sfogati con qualcuno e abbiamo espresso qualcosa di personale, di indicibile. Il punto di tutto questo libro è proprio questo: il coraggio di dar voce a qualcosa che pensavamo di non riuscire a esprimere, magari per incapacità o magari per paura di non essere compresi. La Notte degli Indicibili è il coraggio di aprirsi, di confrontarsi in una notte magica in cui i ruoli del giorno spariscono e siamo tutti allo stesso livello, in una parola capaci di fidarsi l’uno dell’altro, o per lo meno di provarci, e di scoprire piacevolmente che da soli si è orribilmente enormi nel proprio piccolo ego, mentre in un dialogo questa zavorra diventa meno pesante perché è condivisa.

Malgrado le differenze marcate fra i tre protagonisti c’è un motore comune nelle loro vite che li spinge ad agire, ed è la noia, un demone che spadroneggia nella provincia e che accompagna sempre i giovani di tutte le epoche…
Cogli assolutamente nel segno, visto che questo stesso romanzo nasce dalla mia noia da liceale di provincia che alla fine, non sapendo come affrontare questo “demone”, ha provato a descriverlo. Credo che la noia sia il nostro privilegio e la nostra condanna, nel senso che non abbiamo ancora una vita da routine come quella adulta, ma siamo ancora in fieri: quindi abbiamo mille porte aperte, siamo tutto in potenza, ma ancora nulla in atto, e questo ci rende al tempo stesso spavaldi e insicuri, il che ha ovviamente i suoi pro e i suoi contro. Hai ragione quando definisci questa noia un demone, perché può essere sia un demone buono da cui partire per costruire cose positive, che un demone distruttivo in cui avvilire o addirittura annichilire sé stessi. Credo che le varie adolescenze si distinguano proprio in questo: nella diversa accezione che danno a questo demone. Detto ciò sono d’accordo con te: la noia c’è in provincia, ma non solo; l’unica differenza è che noi provinciali crediamo che a Milano sia meglio, finché non ci andiamo.

Nel tuo romanzo c’è una gran volontà di riappropriarsi di spazi abbandonati, di creare un punto di aggregazione come antidoto contro l’individualismo. Perché le amministrazioni locali ma anche le istituzioni ai più alti livelli puntano così tanto spesso il dito contro i giovani che si riuniscono nei centri sociali, e avviano le peggiori campagne repressive nel nome del decoro urbano, mentre invece bisognerebbe incoraggiare questo tipo di gestione dei luoghi, quando riesce a produrre cultura e senso di comunità autentici?
Non credo di poter essere un interprete sincero della logica degli sgomberi, visto che in linea generale non la condivido. Credo che la questione degli sgomberi porti alla luce uno dei più grandi paradossi della nostra società: centinaia di edifici, per lo più privati, lasciati a sé stessi, di cui i proprietari non si curano, finché dei ragazzi non decidono di farne un centro di ritrovo. C’è nella risposta dello sgombero tutta l’arroganza e l’ingordigia di un sistema che, pur di non far sbocciare qualcosa di nuovo, preferisce lasciare il degrado. Spesso si dice che i centri sociali portano droga, il che in alcuni casi è anche vero, ma voglio anche cogliere l’occasione per raccontare che il Covo di cui parlo è una trasfigurazione letteraria dell’esperienza dei ragazzi del Lambretta di Milano, che 4-5 anni fa occuparono uno stabile divenuto luogo di ritrovo per eroinomani. Che Paese è quello che preferisce lasciare un edificio in mano a un giro di eroina, neanche tanto sotterraneo, piuttosto che farci girare qualche canna insieme a discorsi politici e attività giovanili? Quello di Giovanardi, non certo il mio.

Allo stesso tempo, tutti i frequentatori abituali del Covo sembrano esibire una socialità di facciata, che nasconde invece una solitudine profonda. Come è possibile essere parte di un collettivo e sentirsi incredibilmente soli? Pensi sia un tratto distintivo della giovinezza?
L’indicibile a cui facevo riferimento prima difficilmente affiora in gruppo, dove recitiamo tutti un po’ dei ruoli prestabiliti. Anche i ragazzi del Covo non fanno eccezione, ovviamente. Credo che il sentirsi soli in un collettivo sia un tratto distintivo dell’uomo del nostro tempo, non solo di noi ragazzi. La retorica individualista è ormai imperante in ogni ambito della nostra vita e fa sì che anche quando facciamo parte di gruppi ci sentiamo sempre più soli perché, in fin dei conti, non siamo sempre d’accordo con quello che viene deciso. Questo lo vediamo anche sul piano politico nazionale: i partiti più in voga sono quelli che uniscono gli individui contro “l’invasione” di poveri disperati armati di zattere, e quelli in cui si dà l’illusione che “uno vale uno”. I partiti che un tempo univano, calmieravano gli ego, sono oggi in crisi perché non riescono più a unire in nome di qualcosa, ed è chiaro che noi giovani, che i tempi precedenti non li abbiamo vissuti, siamo i primi a subirne le conseguenze.

Uno dei grandi temi che affronti è sicuramente quello del rapporto fra giovani e politica, perché l’impegno civile, la lotta e la voglia di sporcarsi le mani contraddistinguono i tuoi personaggi. Cosa deve fare la politica per tornare a essere attrattiva per tutti, e inclusiva anche per chi è sfiduciato?
Esattamente quello che non fa più: unire per qualcosa, per un ideale. Oggi noi giovani siamo tanti elettroni impazziti, votati all’individualismo non per scelta, ma per necessità: ci è stato detto che andiamo avanti solo da soli, che è inutile stringere rapporti veri ed emotivi, perché questo mondo è cinico e bisogna adattarcisi. Credo che se oggi un partito avesse il coraggio di puntare davvero sul meglio delle persone, sulla generosità, sulla solidarietà, costruendo una narrazione anche ingenua, ma non troppo, troverebbe una risposta soprattutto da noi ragazzi, da quei giovani precari che sono tanti, ma non si parlano, non si uniscono perché nessuno li mette in comunicazione. Spesso si dice che la nostra generazione non si interessa di politica, ma non è sempre vero. Basti pensare a Ghali, che con Cara Italia si è schierato nel dibattito sull’immigrazione: sono temi che interessano e suscitano opinioni anche tra di noi. Quello che manca è uno strumento che incanali, che unisca queste idee. È lì che la politica, quella vera, si deve attivare.

Come si fa a uscire dalla narrazione che getta fango addosso ai giovani in maniera indistinta? Come si fa a far capire agli adulti che non siamo da buttare, che non c’è in atto nessun declino morale e culturale, e che se c’è forse anche loro hanno qualche responsabilità?
Il problema della nostra generazione e di quella dei nostri padri è che difficilmente abbiamo avuto momenti di confronto. La dialettica fra generazioni è sempre stata di un confronto-scontro, in cui la precedente provava a imporre anche i suoi modelli. Oggi questo non c’è più, e lo descrivo in modo più o meno ironico nel libro, probabilmente perché i nostri padri non sono più così sicuri dell’infallibilità dei loro “valori”, vista la crisi occidentale a cui hanno portato. L’insicurezza, soprattutto giovanile, è la cifra del nostro tempo, ed è chiaro che l’arrendevolezza dei nostri padri nel non imporre davvero dei modelli con cui confrontarci è stata una delle cause principali. Questo nel loro intimo lo sanno, ma non lo riconoscono. Un esempio su tutti è stato quando dopo la tragedia di Corinaldo gli “adulti” hanno dato la colpa ai testi di Sfera Ebbasta, dopo aver passato la loro giovinezza con Coca Cola di Vasco Rossi e Cocaine di Eric Clapton (con le dovute differenze musicali). Credo che oggi ci sia bisogno di un dialogo fra generazioni, ma vero, in cui parlarsi senza remore. Se posso, suggerirei il titolo del dibattito: “La notte degli indicibili”.

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