Intervista a Giuseppe Resta

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Salentino di Galatone, Giuseppe Resta di mestiere fa l’architetto, ma è soprattutto animatore della vita culturale a livello locale: blogger della prima ora, polemista per indole e vocazione civica, autore di libri di storia dell’architettura e guide, nel 2012 ha pubblicato per Kurumuny una fortunata raccolta di racconti e bozzetti. Ora che è al suo romanzo d’esordio, lo intervistiamo.




Il tuo romanzo Quel Millenovecento69 è uno spaccato su quegli anni, anzi su quell’anno rievocato dal titolo. La scelta non è casuale, perché si tratta di un anno di passaggio. Fino a che punto c’è il racconto del passato e dove inizia la nostalgia?
Si potrebbe parafrasare “La nostalgia è negli occhi di chi legge”. Proprio come la bellezza e il peccato. La nostalgia “canaglia” colpisce certamente chi ha vissuto la giovinezza in quegli anni. Ma questo succede sicuramente perché sono gli anni di una giovinezza perduta, non perché quegli anni erano in assoluto migliori dei seguenti. Come si percepisce scorrendo il romanzo, in quegli anni c’erano, come sempre succede, lati positivi e lati negativi. La memoria di chi li ha attraversati funziona spesso come un setaccio e fa rimanere solo quelli positivi, disperdendo nel vento del tempo quelli negativi. Nel romanzo si sottolinea che in quel momento s’è sbagliato, forse inconsapevolmente, nel distruggere quelli positivi e a sostituirli spesso con negatività. Comunque: non si stava meglio quando si stava peggio. No. Il 1969, diciamo il “The year after” del ’68, è in Italia il vero anno della cesura tra il vecchio mondo e il nuovo. Cambia veramente la società. Un personaggio di Malvaldi nell’ultimo romanzo suo si chiede se mai si fosse fatto caso a come cambiano le fotografie di famiglia tra il 1967 e il 1969. Un anno che ha segnato persino visibilmente una cesura sociale, economica, politica, comportamentale. Cambiarono di conseguenza anche i rapporti con il consumismo, con il linguaggio, con l’erotismo. Tutte cose che “passano” nel romanzo con continue citazioni. Nella prefazione indico alcuni avvenimenti simbolo di quel cambiamento epocale: il suicidio di Jan Palach, l’ultima esibizione dei Beatles, l’uomo sulla luna, il festival di Woodstock per finire con gli attentati e la strage di Piazza Fontana, che segnò la fine dell’Autunno Caldo sindacale per aprire la triste stagione della Strategia del Terrore che gettò i prodromi agli Anni di Piombo. Fu anche l’anno della legge Codignola che rese libero l’accesso alle università, una legge ora misconosciuta che però riuscì a cambiare la società. Lu Luigi è il protagonista che inconsapevolmente vive il suo passaggio adolescenziale in queste realtà che cambiano. Cambia lui, cambia il mondo che ha attorno. Il romanzo legge questo cambiamento. La nostalgia è solo provocata, non evocata.

Mi viene da dire che parlare di “romanzo” può essere un po’ riduttivo se non addirittura fuorviante. Infatti colpisce l’approccio sociologico che hai adottato per guardare indietro, a quel tempo in cui cambiavano velocemente le città, la visione del mondo e le persone…
Grazie! Che bel complimento! Mi fa molto piacere che tu l’abbia notato. L’intento del romanzo è veramente storico e sociale. Ho cercato di far veicolare elementi relativi a queste scienze attraverso la narrazione. Purtroppo lo sguardo rivolto a cinquanta anni prima non rientra ancora nella storia che si studia. Ma è quello, a maggior ragione vista la continua crescita della velocità storica ormai esponenziale anche a causa dei media e della globalizzazione, che può spiegarci meglio da dove veniamo e il perché di tanti fenomeni. D’altronde la lunga introduzione non è altro che un sunto di storia. Una specie di bignamino per riassumere le puntate precedenti a chi oggi ha la curiosità di sapere com’era la vita, il sesso, l’amore, il sentire degli adolescenti dell’età dei loro padri.

Parlando della trama, Quel millenovecento69 è un bildungsroman sentimentale, un po’ una versione capovolta di Lolita. Al di là delle specificità della vicenda, possiamo dire che quei turbamenti riguardano lu Luigi ma anche per qualsiasi adolescente, di ieri, di oggi e di domani?
Siete voi, figli di chi ha vissuto quell’epoca, a doverlo confermare. Io, personalmente penso di sì. Immagino che cambino usi, consuetudini, rapporti, lessico, ma poi i giovani sono sempre quelli, dall’ Holden di Salinger al tormentato Törless di Musil, a cominciare dall’addolorato Werther di Goethe. Senza dimenticare il più vicino Carlino di Lontrone, il magnifico personaggio di Parenti lontani di Cappelli. Come avrai certamente notato, oltre ad altri, i riferimenti letterari a Lolita e a Törless sono ben presenti nel romanzo, in un velato gioco di citazioni letterarie più o meno sottotraccia che mi sono divertito a intessere. Così come i “Niente, cose così”, intercalati nel linguaggio di Lu Luigi, rimandano alla prosa di Holden Caulfield.

C’è un concetto che non passa inosservato e che la zia del protagonista sottolinea con un certo orgoglio: poco dopo la metà del romanzo, dice a lu Luigi “Siamo sempre stati gente di politica”. Che cosa significa?
Da dove deriva “politica”: da “polites”, cittadino. Quindi la politica, nel senso corrente arcaico usato a quei tempi, e anche prima, prima della corruzione dei contenuti, dovrebbe essere principalmente la capacità di rapportarsi alla realtà prossima della propria città, del proprio gruppo. Comportamento improntato all’accortezza dei rapporti, prassi conforme a principi o direttive comuni e condivisi fondati sul rispetto, sull’onore, sulla dignità. Ti ricordi quel famoso “discorso agli Ateniesi”, attribuito a Pericle? Ecco. “Quando un cittadino si distingue, allora esso sarà, a preferenza di altri, chiamato a servire lo Stato, ma non come un atto di privilegio, come una ricompensa al merito, e la povertà non costituisce un impedimento”. Perciò quella Politica prescindeva dal senso e dall’istruzione. Umili ma dignitosi. Come afferma la Zia. Oppure “E ci è stato anche insegnato di rispettare quelle leggi non scritte che risiedono nell’universale sentimento di ciò che è giusto e di ciò che è buon senso. Qui ad Atene noi facciamo così.” Anche qui in Salento una volta facevamo così. Eravamo legati a quel senso classico di Politica.

Usi con disinvoltura – ed è un grande pregio – il dialetto salentino a più riprese, e quasi sempre riservi ai lettori delle spiegazioni approfondite e gustose. Chi sono gli sgagli e e gli ‘nzalli, due categorie culturali e antropologiche su cui ti soffermi molto?
Ritengo che ogni linguaggio debba essere caratterizzante dell’area geografica e linguistica. Una sorta di marcatura. Che poi soprattutto nell’Italia dalle cento lingue e mille dialetti mi pare imprescindibile. Sgagli e ‘nzalli, declinati in ogni tempo e in tutte le lingue, son sempre esistiti ed esisteranno. Si sono ridicolizzati in letteratura fin dai tempi del grandissimo Plauto. La definizione tassonomica è nel romanzo. Non mi costringere a “spoilerarla”!

A mio parere un ruolo di primo piano lo gioca la tendenza ad aprire racconti nel racconto, come fossero scatole cinesi. Quanto è stato importante per te l’influsso della succulenta aneddotica tipica dei bar, a cui fai appello molto spesso?
Bellissima domanda nata da un’attenta lettura. L’effetto è per me naturale, ma nel romanzo è addirittura ricercatamente voluto. L’hai colto pienamente. Il bar, la bettola, sono stati per anni, prima delle piazze virtuali, il luogo del raccontare, la culla della narrazione. Luoghi in cui il narratore aveva uditorio attento e risposte corali. Lì sono nate tante storie. Racconti che partivano dalla realtà per prendere guizzi letterari immaginifici. Bar dello Sport di Benni ha eternato quelle atmosfere. Personalmente sono stato sempre affascinato dai racconti di area toscoromagnola (Malvaldi in fondo è l’ultimo a usare il BarLume come luogo di narrazione), così di quelli siciliani, o veneti, o lombardi che si basano proprio sulla narrazione dei raccontatori della vita vista dai bar. Nel cinema Gli amici del Bar Margherita, o lo stesso Radio freccia di Ligabue, si sviluppano attraverso il punto di vista del bar. Per tacere di Simenon che non avrebbe potuto scrivere niente di Maigret senza i bistrot. Altro che “scuole di scrittura”. Se non hai mai sentito un racconto da bar, con tutte le “ingerenze” degli avventori che vanno ad arricchire e a puntualizzare, cosa potrai mai raccontare? Quelle erano vere scuole di formazione letteraria. Chi non sapeva raccontare stava zitto. Abbandonato da tutti. Bisognava saper affabulare per il piacere di chi ascoltava.

I LIBRI DI GIUSEPPE RESTA



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