Intervista a Ian Manook

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Abbiamo raggiunto al telefono Ian Manook, scrittore, editore e giornalista francese d’origini armene che con i suoi insoliti noir editi in Italia da Fazi ha incantato critica e lettori. Manook ha risposto a qualche domanda sui suoi romanzi e sulla sua professione in un italiano quasi perfetto: gentilissimo, disponibile e molto preciso, con un accento francese tanto elegante. Ecco cosa ci ha detto.




Come mai hai scelto lo pseudonimo di Ian Manook?
Io mi chiamo Patrick Manoukian, ho scelto il mio pseudonimo prendendo la parola Manoukian e smontandola: da questo ho creato Manook. Ma l’ho utilizzato per tutta la mia vita. Anche mio papà si faceva chiamare così, perché in Francia con questi cognomi stranieri (il cognome Manoukian è d’origini armene) si è soliti creare un nickname. L’ho usato per tutta la mia vita. Anche quando ho creato due ditte: si chiamavano Manook. La parte difficile è stata trovare la prima parte, mi è venuto in mente Ian e ha funzionato.

Di investigatori ne abbiamo visti di tutti i tipi e di tutte le nazionalità, ma un commissario mongolo è una cosa molto originale. Tu sei un grande viaggiatore: perché hai scelto proprio la Mongolia?
L’ho scelta perché volevo dare al mio personaggio un ambiente minerario. Lui è minerario, forte, un po’ brutto, e volevo un paesaggio così. Tra i ricordi dei viaggi che ho fatto e di cui avrei potuto servirmi c’erano la Patagonia, l’Alaska, l’Estonia e la Mongolia. Ho scelto la Mongolia a causa della sua cultura sciamanica, perché nella cultura sciamanica le cose importanti per il giallo, come la morte, hanno un’asperità differente. Mi sono accorto che poteva dare al mio personaggio una rugosità differente.

Sappiamo che nei prossimi libri hai in mente scenari completamente diversi dalla Mongolia, vuoi anticiparci qualcosa?
Sì, il prossimo libro, che è già uscito in Francia, si svolge in Brasile. È meno violento ma è più oscuro ed è un giallo. Ce n’è un altro che ho finito la sera scorsa, poi, che invece si svolge in Islanda.

Il tuo poliziotto è un mix letale di hard-boiled e spiritualità orientale. È un contrasto che hai cercato a tavolino? O è nato da solo, assieme al personaggio?
È arrivato così perché quando ho scritto il primo giallo è stato dopo la sfida con mia figlia di scrivere un romanzo con uno pseudonimo e di un genere differente. Il giallo era il quarto sulla lista. Io non ho nessuna cultura di giallo e il personaggio l’ho preso dalle serie americane, dalle serie televisive. Poi l’ho portato in Mongolia, lontano, e piano piano è diventato quello che è oggi. È diventato chi è spontaneamente. A ogni pagina prendeva un po’ più consistenza, l’ho creato pagina dopo pagina.

Nel terzo romanzo di Yeruldelgger il protagonista vuole tornare alle sue radici, alla steppa, ma non riesce a sfuggire alla realtà, alla criminalità, e, in fondo, alla globalizzazione. C’è una metafora in questo? Volevi mandare un messaggio un po’ disperato ai tuoi lettori?
Il messaggio c’è. Nei miei tre libri quando parlo di Yeruldelgger parlo della Mongolia, parlo del Paese. E quando parlo del Paese parlo del personaggio. Sono gli stessi. Volevo dare un fine più simbolico a questa storia, ecco che il paese e il personaggio si fondono assieme.

Cosa pensi della scena Polar di oggi, e più in generale della letteratura noir internazionale? Ti interessa anche come lettore oppure non ami leggere libri del genere?
A questa domanda non posso rispondere perché non leggo molti gialli. L’unica cosa che posso dire è che provo un grande piacere a scriverne, che è stata una scoperta perché non pensavo che ne avrei avuto tanto piacere. Mi sembrava un esercizio tecnico, ma è molto più significativo di un esercizio. Nel giallo si possono dire tante più cose che nella letteratura normale. Si può parlare di cose forti, violente. È un gioco con il lettore, ogni capitolo è un gioco con il lettore. Mi piace molto. Sono molto contento di essermi fatto un piccolo nome nel giallo.

I LIBRI DI IAN MANOOK



 

 

 

 
 
 
 
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