Intervista a Igiaba Scego

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Igiaba Scego è nata a Roma da una famiglia di origini somale. Collabora con “Internazionale”. I temi dell’afrodiscendenza e della “blackness” sono centrali nel suo approccio alla scrittura, ma non sono certo gli unici: Igiaba è una scrittrice variegata, completa, moderna, tutta da scoprire. Lo facciamo con una lunga e piacevole telefonata. La foto è di Simona Filippini.




Roma è al centro di due dei tuoi romanzi Adua e il recente La linea del colore. Qual è il tuo rapporto con la tua città?
Roma è la mia città natale e la amo tantissimo ci vivo e non mi sono mai spostata definitivamente da questa città. È anche un’ossessione, perché Roma contiene dentro di sé tante città e tante storie. Mi piace tirare fuori le storie poco conosciute o le vicende supposte intorno ad essa. Ad esempio la città ha avuto imperatori non romani ed addirittura di origine africana. Caracalla era di origine africana, per dire. Mi sono molto occupata anche della Roma coloniale, non solo fascista sia nei miei romanzi e sia nel libro Roma negata, che ho elaborato assieme al fotografo Rino Bianchi. Roma conserva memorie dei periodi passati che amo scoprire. Così, scoprendo storie poco frequentate, Piazza dei Cinquecento e la semisconosciuta stele di Dogali sono entrate nel prologo del mio ultimo libro.

Il passato di Roma è una avventura gigantesca, piena di gloria e di tragedie, ma anche il presente della capitale è tormentato e problematico, non trovi?
Sì, c’è per esempio il problema grossissimo della mobilità. Occorre potenziare i mezzi di trasporto pubblici. E poi quello desidererei è vedere in futuro tante biblioteche in tutti i quartieri romani, dal centro alle periferie. Ritengo che si debba investire di più nella cultura, anche per ragioni di democrazia.

Sia in Adua che in La linea del colore c’è molto spazio dato all’arte. Ti appassiona particolarmente la storia dell’arte?
Sono italiana e per questo motivo amo richiamare i pittori e descrivere le opere d’arte. È questa la più grande eredità che il nostro Paese possiede, e io amo rappresentarla.

In Future, il volume antologico edito da Effequ, hai curato la pubblicazione di racconti di undici scrittrici di origine non italiana: Marie Moise, Angelica Pesarini, Djarah Kan, Ndack Mbaye, Lucia Ghebreghiorges, Addes Tesfamariam, Laeticia Ouedraogo, Leila El Houssi, Alesa Herero, Esperance H. Ripanti, Wii. Che rapporto hai con queste scrittrici?
Beh, sono mie amiche, con alcune condivido anche percorsi comuni riguardo l’integrazione in Italia e riguardo le criticità delle leggi che non attribuiscono pari diritti a chi proviene da Paesi extra europei. Ho proposto un’antologia di scrittrici nere perché in questo periodo gli intellettuali afrodiscendenti o di diversa origine rispetto agli italiani, come la sottoscritta, sono di fatto “silenziati”. Io ho cercato di rompere il muro dell’indifferenza e di dare visibilità a storie che il razzismo imperante nel nostro Paese non ha fatto emergere.

Ma come mai tutte donne? Gli uomini afrodiscendenti non scrivono?
Sì, sì, scrivono eccome, mi viene in mente tra gli altri Angelo Boccato che vive a Londra. Ecco, in effetti potrei pensare ad un prossimo volume tutto al maschile…

La cultura ufficiale, quella dei premi letterari e dei circoli intellettuali, come si rapporta agli scrittori afrodiscendenti?
L’intellettuale nero in Italia purtroppo non ha la stessa visibilità dell’intellettuale bianco. Io mi sento di aver rotto le scatole, di aver intrapreso una vera battaglia nel mondo letterario per imporre la mia presenza di scrittrice afrodiscendente. Per anni anche i più bravi tra di noi hanno avuto difficoltà a trovare case editrici ad avere spazi sulle riviste. Il sistema culturale italiano ha boicottato noi scrittori di altra origine. Spero che cambi. Nessuno di noi ha una reale collocazione nel panorama italiano. Io personalmente non amo le etichette, mi sento italiana e opero all’interno della letteratura italiana. Sono una scrittrice, ecco tutto.

E la scuola italiana che in linea di principio favorisce l’integrazione tra gli allievi come ha operato nei vostri confronti? Vi hanno collocato nei programmi scolastici e nei libri di testo?
Sì, devo dire di sì. Le scuole in generale sono state molto sensibili nei riguardi di noi scrittori di “altra origine”, ci hanno invitati spesso a fare laboratori e farci esprimere con i ragazzi. Io alle scuole italiane sarò sempre grata sia perché hanno rappresentato i miei testi con grande riguardo per la mio percorso artistico e sia per le bellissime esperienze fatte con i ragazzi e con i genitori. Devo dire che in maniera diversa rispetto alle scuole si è posta l’Università che invece per anni ha snobbato noi scrittori afrodiscendenti o comunque gli scrittori di origine straniera. So per certo che i giovani ricercatori universitari che intendevano interessarsi alle nostre opere venivano scoraggiati e indirizzati su altri autori con la minaccia di non poter vincere i concorsi e quindi progredire nella carriera accademica. Le scuole in un certo senso hanno colto la necessità di metterci in luce, hanno rappresentato il motore del cambiamento, spero che continuino a farlo.

I tuoi personaggi femminili sono audaci, ribelli, in certo modo “forti”. Avverti la necessità che le donne, qualunque sia il colore della loro pelle, riaffermino una loro specifica dimensione anche lavorativa rispetto all’uomo?
Essere donna significa accettare delle sfide. Io ritrovo dappertutto strutture sociali patriarcali che sminuiscono le donne. In Europa spesso alle donne vengono tarpate le ali, le si preferisce succubi e sottomesse. Io ho vissuto accanto a donne africane di grande forza e molto reattive rispetto agli uomini. In questo posso dire che il femminismo che esprimo nei miei libri l’ho appreso dalle donne africane.

In questo periodo però in Somalia, il Paese dei tuoi genitori, i movimenti integralisti sembra che abbiano come obiettivo proprio le donne…
Sì, è vero, stanno cercando di soffocare tutte le conquiste che erano state raggiunte in passato. Ma io ritrovo nelle donne somale nonostante i drammi e le violenze una forza vitale e un’energia oppositiva che non individuo nelle donne europee. Riguardo al concetto di forza, di resilienza, di lotta per la parità tra i sessi, ritengo che l’Europa dovrebbe guardare l’Africa e le donne africane. Le africane si “fanno da sole” e non si fanno mettere i piedi in testa da nessuno. In questo senso penso che le vicende di tante donne africane possano servire da esempio in Europa, non il contrario.

Riservi spazio nei tuoi libri al tema amoroso-sentimentale?
Si, il tema dell’amore mi interessa. Trovo che sia un tema antirazzista. Di solito, quando si rappresentano figure di afrodiscendenti che si amano o che instaurano rapporti impegnativi con persone europee viene sempre in ballo la tragedia oppure i problemi legati al diverso colore della pelle. Invece per me rappresentare un uomo una donna neri innamorati e felici, in una dimensione di normalità, è importante. Noi tutti donne e uomini afrodiscendenti abbiamo bisogno di rappresentazioni corrette e veritiere dei nostri corpi e dell’intero nostro essere. Basta con i soggetti drammatici, con le rappresentazioni che ci pongono in contesti “da macelleria”: i nostri corpi sono capaci di sentimenti e di esprimere amore, e dunque rappresento questo tipo di emozioni nei miei libri.

Perché nel libro La linea del colore usi le parole “negra” e “negro” per indicare persone di colore?
Il mio libro è ambientato nell’Ottocento, ho usato il linguaggio imperante all’epoca nei riguardi di coloro che non erano di pelle bianca, la razza “padrona” all’epoca si esprimeva così…

Nel tuo libro delinei anche la finta opera di tanti intellettuali o artisti che si occupano dell’immigrazione solo per ragioni demagogiche, perché fa tendenza. È l’altra faccia del razzismo? È come il paternalismo del periodo coloniale?
Sì, il paternalismo purtroppo è imperante. Quando hanno esposto alla Biennale di Venezia la barca dei migranti, facendola diventare un’opera d’arte, ho avuto un sussulto di rabbia. Hanno voluto a tutti i costi spettacolarizzare quello che a mio avviso era un monumento di dolore e di morte, non un’opera d’arte contemporanea. Nel mio ultimo libro c’è il personaggio di Betsebea che incarna questo tipo di atteggiamento. È un personaggio che vorrebbe vedere i neri liberi dalla schiavitù solo ed unicamente per essere considerata buona e magnanima, per ragioni personali insomma, non per una reale adesione ad una buona causa.

Della cultura somala, la cultura dei tuoi genitori, cosa è trapassato in te come elemento identitario al quale non rinunceresti rispetto ad un altro “valore” diffuso in Europa?
Io penso che sia l’Italia e sia la Somalia mi abbiano dato cose belle. Io sono quella che sono per effetto di questa fusione tra due mondi. La Somalia è chiamata la nazione dei poeti e la poesia è l’elemento che indissolubilmente sento dentro di me della cultura dei miei genitori. Mia madre è una poetessa e anche mia zia lo è. Spesso nelle conversazioni ordinarie tra lei e mia zia o con me spuntano fuori tanti accenti lirici. Nelle feste matrimoniali c'è sempre qualcuno che declama ed è normale raccogliersi in gruppi anche solo per ascoltare le poesie. Per questa stretta quotidianità con i versi e le parole scelte in modo da rappresentare le emozioni umane che perdurano nella cultura somala, sono diventata abile a narrare storie.

Dipingi la Somalia come un Paese che non riesce a trovare pace neanche quando finisce la guerra. Come Adua, la tua protagonista...
La Somalia è un Paese bellissimo, ma con una storia travagliatissima. È passata di mano in mano e non ha mai avuto veramente la possibilità di essere autonoma. È passata dagli italiani ai sovietici, agli americani e ora ai turchi e agli affaristi: è terra di conquista per tutti. Durante la guerra civile è stata l’immondezzaio per le multinazionali (Ilaria Alpi purtroppo non è morta in Somalia per caso) e ora il terrorismo non le dà tregua. È sempre stata colonizzata, depredata. Purtroppo per riscrivere una storia diversa serviranno almeno un paio di generazioni. Solo i nuovi somali potranno prendere in mano la materia incandescente di questa storia di dominio e sopraffazione. Adua in fin dei conti ha vissuto le contraddizioni e l’itinerario della sua terra di origini, è una sconfitta dalla vita. Ma come la Somalia non molla. Ha un demone interno che la spinge comunque a ripercorrere la sua storia con coraggio. Alla fine Adua non cede. Come la Somalia, del resto. I somali e le somale non cedono. Sono persone che hanno superato le avversità sia in patria sia fuori (sono tanti i somali che sono morti nel Mediterraneo), ma hanno sempre una marcia in più, un sorriso da donare al mondo.

Il colonialismo fascista italiano – che descrivi senza mezzi termini – ha rappresentato una delle più grandi ferite della Somalia. Che immagine ne hai? E che ricordo dovrebbero conservarne tutti gli italiani?
Più che ricordato il fascismo (quindi anche il colonialismo che ne è solo un aspetto) andrebbe studiato. Non sappiamo veramente bene cosa ha significato per gli italiani, ma anche per gli eritrei, somali, etiopi, libici, ebrei italiani. Spesso ci fermiamo alla superficie, al saluto romano, al gossip di guerra. Ma dovremmo andare oltre. E soprattutto decostruire i lasciti di un regime ventennale tra i più violenti al mondo. Ma il fascismo è solo un aspetto di un’Italia che si è costruita facendo la guerra ai subalterni, spegnendo i cervelli degli intellettuali. E questo da subito, dall’unità d’Italia. Non è un caso che il colonialismo in Africa sia stato preceduto da un colonialismo interno. Lo dico sempre: prima di colonizzare Asmara o Mogadiscio, l’Italia ha colonizzato Napoli e Palermo. Secondo me la devastazione dei corpi, delle anime e della memoria va fatto risalire a questo colonialismo interno. Per capire Mogadiscio, si deve passare per Napoli. Il sistema coercitivo, denigratorio, discriminatorio in Italia c’era ben prima del fascismo, con il regime mussoliniano è diventato dogma di Stato e pratica. Ma c’era da prima. E purtroppo c’è stato anche dopo. Se vogliamo costruire un’Italia libera dalle discriminazioni dobbiamo disinnescare gli stereotipi che si sono formati verso l’altro, il cosiddetto diverso, in 150 anni di storia. Non è facile. Ma se vogliamo aver cura del nostro Paese e di noi stessi dovremmo farlo. Solo nella storia, nel suo studio, c'è l’antidoto per il razzismo. Non sapere crea invece l’alibi per poter continuare a odiare.

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