Intervista a A. Igoni Barrett

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A. Igoni Barret è nato nel 1979 a Port Harcourt, in Nigeria. Il suo nome completo è Adrian Igonibo Barrett, ma è con questa forma abbreviata che si è fatto conoscere a livello internazionale con due raccolte di racconti. Poi è passato ad una forma di scrittura più lunga, esordendo con un romanzo che lo ha portato alla ribalta sulla scena della letteratura nigeriana e non solo. Lo incontro a Roma, durante la fiera della piccola e media editoria Più Libri Più Liberi, all’ombra della maestosa nuvola progettata da Massimiliano Fuksas.




Il tuo romanzo Culo nero racconta una metamorfosi, una profonda trasformazione. Come è nata l’idea che ti ha spinto a scriverlo?
L’idea nasce nel 2013 e, devo essere sincero, non so in che modo sia geminata. Diciamo che è stata una folgorazione. Culo nero parla di un ragazzo nero di Lagos che la mattina in cui ha un importante colloquio di lavoro si sveglia, si guarda allo specchio ed è bianco: è diventato un oyibo con gli occhi verdi e i capelli rossi. Quando nel 2015, poi, ho iniziato a scrivere il romanzo, mi son reso conto che l’idea era a simile a quella de La metamorfosi di Franz Kafka. Così sono andato a rileggermi il romanzo e ho iniziato a strutturare la mia storia seguendo il modello kafkiano, anche se la mia segue direzioni molto diverse.

La critica ha infatti percepito questo rapporto tra Culo nero e La metamorfosi, è un parallelismo che nelle recensioni non manca mai. È dunque una dimensione in cui ti ritrovi nonostante, ovviamente, il romanzo di Kafka nasca in un ambito – storico, sociale, geografico – completamente diverso dal tuo?
Preferisco dire che La metamorfosi di Kafka fa parte delle mie influenze, così come Le metamorfosi di Ovidio e le poesie di Elizabeth Bishop. Culo nero nasce da un’idea kafkiana ma si trasforma in una creatura diversa e originale.

Nello scrivere il tuo libro hai voluto marcare maggiormente il lato satirico o quello della denuncia sociale, della riflessione sul tema del razzismo?
Non riesco a dire totalmente che il mio sia un libro sul razzismo, perché sarebbe strano ambientare un tale libro in Nigeria. Però è vero che Culo nero parla in maniera diversa a pubblici diversi ed è anche indirizzato ai lettori occidentali. La mia idea è quella di far capire cosa significhi far parte di una minoranza. In occidente essere nero vuol dire far parte, appunto, di una minoranza all’interno di una popolazione prevalentemente bianca. Ecco, io volevo rovesciare questa idea e proporre al lettore occidentale di sentirsi in un certo momento una minoranza. Questo è quindi l’aspetto sociologico del mio esperimento; d’altra parte è fondamentale la componente comica perché amo soprattutto leggere una letteratura che esprima il divertimento e con la mia scrittura cerco di far divertire il lettore.

Con il tuo libro apri una finestra sulla Nigeria. La scelta di scrivere in Nigerian English è legata in qualche modo al concetto di identità?
Il tema centrale del mio libro è proprio l’identità. Attraverso l’uso del Nigerian English ho voluto caratterizzare le relazioni tra i personaggi, che ovviamente parlano quella lingua. La scelta della lingua è legata prima di tutto ai luoghi che ho voluto raccontare, poi, proprio come dici tu, il linguaggio è legato all’identità. Il Nigerian English riflette proprio l’identità dei personaggi.

Culo nero è il tuo primo romanzo. In precedenza hai scritto dei racconti ma questo è il tuo primo lavoro narrativo di ampio respiro. E ora?
Sto già lavorando ad un secondo romanzo. In realtà dopo aver scritto il mio romanzo d’esordio volevo tornare ai racconti brevi. Per quindici anni ho solo scritto racconti brevi. Però scrivere un romanzo mi ha divertito molto e ora è questa la forma narrativa che preferisco.

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