Intervista a Jaume Cabré

Jaume Cabré
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Il tema della memoria storica da sempre appassiona gli scrittori spagnoli, e non a caso. Non fa eccezione Jaume Cabré, apprezzato autore televisivo e romanziere che abbiamo incontrato in occasione di una Fiera del libro a Roma. Ne è scaturita una lunga chiacchierata su temi molto seri e importanti, ma sempre fatta col sorriso sulle labbra.

Come è nato l’affresco storico zeppo di personaggi e storie incrociate de Le voci del fiume?

Un romanzo è fatto solo di parole. Anzi, all’inizio è solo volontà di parole. I personaggi si costruiscono poco a poco, la storia anche: personalmente scrivo per sapere come va a finire prima del lettore. Avevo visto una scuola abbandonata in un paesino che mi era capitato di visitare, e mi sono chiesto cosa potrebbe raccontare una scuola così in un paese così. E ci ho messo sette anni per scrivere il romanzo, per trovare il tono giusto da usare. Venivano i personaggi alla mia scrivania, chiacchieravano un po’ con me, una volta è passato persino uno che non sapevo chi fosse. E io: chi sei? Oppure mi accorgevo che un personaggio era morto da dieci anni. E io: perché non mi hai avvertito? Beh, perché mi ha resuscitato! Davanti a questo caos narrativo dovevo mettere un po’ di ordine, ma è stata dura.

 

Le caratteristiche principali dei tuoi personaggi sono la complessità, la contraddizione, l’ambiguità persino…

 Non volevo cadere nella trappola di dare un’impostazione manichea nella definizione di buoni e cattivi. Una persona può fare del male ma ciononostante ha in sé tutti gli elementi che la rendono umana. Per tutti arriva un momento nel quale abbiamo la chance di redimerci.

 

Una copertina di grande impatto, un titolo suggestivo ma forse poco esplicito: come e perché l’hai scelto?

La foto che campeggia in copertina raffigura i bambini di una classe di una scuola di un paese a 5 km da quello nel quale ho visto l’edificio abbandonato che mi ha ispirato, nell’anno scolastico 1940. Non sono i protagonisti del libro, ma vestivano come loro, vivevano come loro. Il titolo invece fa riferimento a una leggenda, una credenza molto diffusa tra gli anziani del paese nel quale è ambientato il mio romanzo: e cioè se dal paese senti il rumore del fiume Panamo, le voci del fiume, allora sta per succedere qualcosa.

 

Sei un importante autore televisivo nel tuo Paese: che differenze hai trovato nello scrivere libri e fiction?

Sono due guerre diverse. Ma si tratta sempre di raccontare storie, creare personaggi e mondi. Ma la scrittura televisiva in genere è un lavoro di squadra, mentre quando fai letteratura sei solo. Poi quando scrivi per tv e cinema devi sempre tener presente l’immagine, il movimento, il ritmo. E infine c’è da dire che anni fa per scrivere sceneggiati televisivi e film si partiva quasi sempre da romanzi, oggi invece si scrive direttamente per piccolo e grande schermo.

 

La memoria in generale e la memoria collettiva in particolare sono il fulcro del tuo raccontare, e spesso anche al centro di polemiche quando si parla di guerra, resistenza, revisionismo. A proposito, come sta messa la Spagna a memoria collettiva sulla Guerra Civile?

E’ una questione ambigua. Il processo politico è stato particolare. Innanzitutto una guerra sanguinosa e fratricida, poi una dittatura di quarant’anni – all’inizio molto crudele e feroce, poi ‘ammorbidita’ (anche se Franco pochi mesi prima di morire firmò una condanna a morte) – infine siamo passati a una transizione senza una rottura netta. Cioè siamo arrivati alla democrazia senza fare davvero i conti con la nostra storia, secondo me. La generazione che ha vissuto la dittatura aveva e ha paura persino di parlare di questo argomento, l’imbarazzo è palpabile anche in politica, a destra e a sinistra: nel 2000 sono venute alla luce una serie di fosse comuni, la gente sapeva e non diceva niente, anche se non avevano responsabilità. Volevano solo dimenticare: adesso tocca ai giovani fare luce, spalancare le finestre. E bisogna aiutarli a farlo.

 

I libri di Jaume Cabré

 

 
 
 
 
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