Intervista a Javier Sierra

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Javier Sierra, scrittore e giornalista spagnolo, si muove tra i misteri del passato con la curiosità dell’appassionato e le capacità dell’abile divulgatore. Gli abbiamo chiesto di svelare qualcuno dei suoi affascinanti enigmi a Mangialibri in occasione di un suo tour promozionale in Italia.




È vero che lo spunto per Fuoco invisibile è nato proprio in Italia?
Assolutamente sì. All’inizio del nuovo millennio sono stato molte volte a Milano e in Toscana per documentare quello che sarebbe stato il mio romanzo più tradotto, La cena segreta. Studiando il Cenacolo di Leonardo ho capito che il maestro “dimenticava” di includere nel dipinto quello che ai suoi tempi era già molto famoso: il Santo Graal. E ho deciso quindi di indagare a fondo sull’argomento per un nuovo romanzo. Quello che non potevo nemmeno immaginare è che questa indagine mi avrebbe portato a concludere che la storia del Santo Graal fu inventata nella Spagna della Reconquista, nel Regno di Aragona, tra l’XI e il XII secolo, e che è stata poi esportata in Europa.

Qual è la “vera” leggenda del Graal, abbastanza diversa da quella che è oggi dell’immaginario collettivo?
Ti invito a fare un semplice esercizio: prendi qualsiasi Bibbia e cerca la parola “graal” nei frammenti che i Vangeli dedicano all’Ultima Cena. Non lo troverai. In questi testi si dice solo che “Gesù ha preso un calice”, ma non gli dà un nome proprio né gli conferisce un potere straordinario. Il suo nome e i suoi attributi miracolosi appariranno alla fine del XII secolo in testi dei Trovatori. Quello che la ricerca raccontata in Fuoco invisibile mostra è che decenni prima, nei Pirenei spagnoli, quella parola e la leggenda di ciò che l’oggetto evocava esistevano già. In realtà, fu inventata come propaganda religiosa per intensificare la fede dei piccoli regni cristiani di quell’area, che abitava la “fine del mondo” cristiana del tempo.

David Salas è un “esperto di parole” che si trova coinvolto in una ricerca avventurosa. Potrebbe essere un tuo altre ego?
In realtà David Salas si ispira all’idea che ho di un Umberto Eco da giovane: uno studente brillante, benestante, che crede di sapere tutto ma che sta per affrontare un mistero che cambierà la sua vita.

Quanto ti piacerebbe imbatterti in un mistero da inseguire per il mondo e indietro nel tempo come capita ai protagonisti dei tuoi romanzi?
Molto! In effetti, scrivere romanzi in cui cerco di risolvere misteri storici impenetrabili mi dà la possibilità di viaggiare nel tempo e fornire soluzioni. La letteratura è l’unica macchina del tempo che ha dimostrato la sua efficacia. E io sono uno dei suoi passeggeri.

Come è confrontarsi con un personaggio come Graham Hancock? A proposito: tornerà mai un’Età dell’Oro?
Ammiro il tenace, serio e costante lavoro di Graham Hancock. Dalla sua opera prima, Il mistero del Sacro Graal, fino alla sua ultima opera, Il ritorno degli dei. Il sapere dimenticato di una civiltà perduta, è riuscito a fare in modo che in quei libri si avesse davvero la sensazione di stare insieme a un detective della Storia. Nelle sue opere ha parlato di quella Età dell’oro perduta, in cui l’umanità era migliore. Quello era un mito, una bella storia e i miti raramente ritornano... Non è nella loro natura, non credi?

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