Intervista a Jeffery Deaver

Articolo di: 

Ex avvocato e ormai scrittore a tempo pieno, per due volte finalista all’Edgar Award, è stato definito dal Times “il più grande scrittore di thriller dei giorni nostri”. E soprattutto è autore onesto, umile, pragmatico. Uno che sulla letteratura di genere la pensa come noi di Mangialibri, come scoprirete leggendo l’intervista che ci ha concesso nell’inusuale - ma gradevolissima per più di un motivo - cornice di una libreria della grande periferia romana.




Come rispondi a chi ti accusa di essere una macchina da bestseller che ripete sempre lo stesso canovaccio ?
Il mio mestiere è fare ciò che piace ai miei lettori. C’è chi sostiene di scrivere per se stesso : non credetegli, si scrive sempre per chi legge, a meno che non si stia scrivendo la lista della spesa. E nel corso degli anni ho imparato che i miei lettori amano il tipico romanzo à la Deaver : unità di tempo limitata, ritmo veloce, colpi di scena. Prendiamo ad esempio Il giardino delle belve, che giudico il mio romanzo più ambizioso. Il libro è andato molto bene in Europa, persino in Germania dove non è stato nemmeno pubblicato in tedesco, ma è stato un po’ un insuccesso negli Usa. Quindi, siccome non sono un artista ma un artigiano che produce beni di consumo e ne vado orgoglioso, ho fatto marcia indietro e mi sono dedicato ad altri personaggi.

Sei famoso per la cura certosina con la quale fai ricerche prima di scrivere un romanzo...
La preparazione non è un vezzo, è una necessità. Perché ? Perché il tipico fan fa discorsi del genere : “Il suo libro mi è piaciuto davvero molto, ma a pagina 342 ho notato che la tal moto della Ducati ha un motore di tot cm³. Mi duole dirle che la Ducati non ha mai costruito un motore del genere !”. Così sono costretto a fare ricerche approfondite per 8 mesi e a scrivere per 4, ogni anno.

Non ti viene mai la voglia di scrivere serie con protagonisti e ambientazioni del tutto diverse, magari esotiche o storiche ?
Ricordo di aver visto una volta un film con Michael Keaton, era intitolato Mi sdoppio in 4 : ecco, mi piacerebbe come il protagonista di quel film avere dei cloni, così da potermi dedicare a progetti paralleli.

Ti consideri un po’ l’erede della grande tradizione degli scrittori del gotico americano dell’800 ?
Il XIX secolo ha visto l’immane tragedia della Guerra Civile Usa, e gli scrittori statunitensi erano comprensibilmente ossessionati dalla morte e dal Male. Ma io non ho una particolare attrazione per il gotico : la mia unica ossessione è fare in modo che voi abbiate voglia di girare pagina. Io lo uso il Male, tutto qua.

In che rapporti sei con gli altri big del thriller made in Usa ?
Conosco bene Connelly, e anche Koontz. A volte passiamo qualche tempo insieme con Stephen King e Kathy Reichs, ci si vede sempre con piacere. Sì, è business, ma non è che ci sia questa competizione tra noi : in fondo più i lettori amano i libri thriller e meglio è per noi, abbiamo una causa comune. I libri non sono automobili, che uno compra una Maserati o una Ferrari. Ci si aspetta che la gente compri più di un libro l’anno senza chiedere per questo un prestito in banca !

Perché l’horror e il thriller continuano ad essere considerati letteratura di serie B ?
Mi dispiace sinceramente per i critici che hanno questa scarsa opinione della narrativa di genere. Narrare storie è narrare storie. Punto. Prendete Le iene di Quentin Tarantino e Amleto di Shakespeare, a ben guardare sono più o meno la stessa cosa : una serie di omicidi, finché tutti muoiono. Quindi ? Per non parlare del fatto che i grandi autori della narrativa commerciale del passato, tipo Dickens o Mark Twain, ora sono considerati titani della letteratura ‘seria’.

Che effetto ti fa che migliaia e migliaia di lettori quando leggono di Lincoln Rhyme se lo immaginino con le fattezze di Denzel Washington e non magari come l’hai immaginato tu?
Lincoln Rhyme nei romanzi non è afroamericano, non è un mistero: è bianco. Ma il fatto che il pubblico pensi a Denzel non mi disturba, personalmente non ho condiviso alcune scelte degli autori del film Il collezionista d’ossa ma so che Hollywood ha le sue logiche e credo comunque sia un ottimo film.

È vero che Rhyme doveva morire alla fine del primo romanzo ?
Sì, confermo che inizialmente avevo pensato come finale del primo romanzo di Lincoln Rhyme un suicidio assistito, un’eutanasia. Ma man mano che scrivevo mi rendevo conto di avere per le mani un personaggio interessante, affascinante. E poi non amo i finali tristi...

I LIBRI DI JEFFERY DEAVER



Pubblicità

 

Pubblicità

 

 

 
 
 
 
Il nostro sito utilizza i cookie ACCETTO
Se vuoi saperne di più COOKIE POLICY

I NOSTRI PARTNER