Intervista a Jennifer Egan

Articolo di: 

Un giro di presentazioni e incontri con la stampa che stenderebbe un cavallo non pare aver turbato minimamente Jennifer Egan. Sorridente e disponibile come se nulla fosse, incontra l’ennesimo gruppo di blogger in una saletta di un hotel milanese per parlare del suo ultimo romanzo, che si discosta molto dai suoi lavori precedenti. Non potevamo non esserci anche noi di Mangialibri…




La protagonista del tuo Manhattan beach è una ragazza che ha anche il coraggio di desiderare qualcosa che è completamente al di fuori di quello che il mondo e la società si aspettano da lei. È stata una sfida raccontare una donna così? Quanto c’è di te e della tua ambizione in questo personaggio femminile?
Prima di tutto grazie per essersi identificata così tanto nel mio personaggio! Normalmente io, almeno consciamente, cerco di non identificarmi nei miei personaggi, anzi cerco di non metterci niente di me, anche perché quando l’ho fatto, i risultati non sono stati soddisfacenti. Cerco sempre di separarmi nettamente dai personaggi anche perché questa identificazione mi farebbe un po’ paura. Per rispondere alla seconda parte della domanda, è stata una coincidenza che l’uscita del mio libro sia coincisa con l’esplosione del movimento #metoo, che ha cambiato molti punti di vista sulla figura della donna. Tornando al libro, però: una donna così forte come il mio personaggio, una donna che combatteva inconsciamente ogni pregiudizio, ogni regola e una situazione del genere negli anni Quaranta non era facile da affrontare. Voglio dire, magari abbiamo lo stesso tipo di problemi anche oggi, si cerca di impedire a una donna di fare certi lavori ostacolandola ma senza dirlo apertamente come invece succedeva una volta e questo ha arricchito la narrazione un personaggio che è ambiziosa, forte, una donna controcorrente, apertamente contro le regole. Bisogna però tenere in considerazione che era un momento molto particolare: c’era la guerra, tutto poteva cambiare drammaticamente da un momento all’altro e quindi le regole che erano valide un momento, quello dopo non avevano più valore. Veniva fatto tutto in modo frenetico, ecco perché per esempio, il suo voler fare la palombara poteva non essere un desiderio irrealizzabile. Questo margine di incertezza tra realtà e possibilità, l’ho trovato decisamente fertile dal punto di vista narrativo.

In un momento in cui le donne ‒ con la Seconda guerra mondiale in corso e gli uomini al fronte ‒ avevano avuto accesso a tanti lavori che prima erano loro interdetti, perché ha scelto proprio la palombara, che è una cosa abbastanza di nicchia in realtà?
Esattamente non lo so nemmeno io perché, non sono cose che arrivano casualmente, d’istinto. Io la prima bozza dei miei romanzi la scrivo a mano, e taglio poi tante cose. Però la figura del palombaro ‒ peraltro lei era una civile che lavorava in un cantiere del porto di Brooklyn e non faceva parte dell’esercito ‒, il palombaro dicevo è stato da subito una figura importante nella stesura di Manhattan beach. Ho visto la foto di un palombaro e ho pensato che per il mio libro fosse essenziale. Non è nemmeno vero che fossero così rari, ce n’erano stati molti in quel cantiere dopo che si era verificato l’incendio che ha fatto affondare il transatlantico francese “Normandy” proprio in porto, che ha reso necessari una serie di lavori per rimettere a galla la nave. Il porto era diventato il luogo dove si preparavano e si istruivano i palombari, perché ne erano necessari tanti. In quel momento mi pareva essenziale che il personaggio facesse proprio il palombaro. Come dicevo scrivo a mano e butto via un sacco di cose, abbandono un sacco di argomenti, ma questo dell’andare sott’acqua per me era fondamentale. Forse ha a che fare con l’idea dell’esplorazione, esplorare i fondali non è solo arrivare ai confini ma scoprire anche quello che dalla superficie è arriva fino al fondo marino. Diciamo che questa idea che uno ha è al tempo stesso una trama superficiale e un sottotesto che accompagna la trama principale.

A proposito dell’andare sottacqua, l’acqua ha un importanza fondamentale in questo libro. Nello sviluppare la storia, l’acqua e le ombre sono stati degli elementi fondamentali o anche questi sono venuti scrivendo?
All’inizio davvero quello che mi interessava era descrivere New York durante la guerra, il rapporto intercorso fra la città e questa guerra che si stava combattendo. Questo è stato l’inizio perché in quel periodo tutti i commerci avvenivano via mare: le strade, le banchine e gli approdi, ogni cosa aveva il suo nome e sono cose che adesso non ci sono più, sono sparite. Mi interessava era proprio descrivere New York come una città portuale, era una cosa alla quale non avevo mai pensato, nonostante ci abbia vissuto per anni, e il porto e i cantieri mi hanno portata al lavoro dei palombari. Protagonista era per forza l’acqua. Le ombre sono venute quasi naturalmente di conseguenza, prima di iniziare a scrivere mi chiedo a quale genere voglio che tenda il romanzo, il genere è una lente attraverso cui osservare il dipanarsi degli eventi e in questo caso ho pensato al noir, un genere che non avevo mai affrontato ma mi affascina proprio perché mette in luce le ombre, di parlare di determinati sentimenti.

Nel romanzo sei andata all’origine degli Stati Uniti come potenza mondiale, è ancora possibile guardare in questi termini all’America o stiamo assistendo al declino?
Per un’americana è impossibile negare che ci sia un declino, soprattutto se guardiamo cosa sta facendo questa amministrazione. Più in generale, una superpotenza non può esserlo per sempre, la diminuzione del potere è inevitabile. Io credo che nello specifico abbia molto a che fare con l’11 settembre, io c’ero ne ho fatto l’esperienza, pensando a quello che quei fatti hanno rappresentato per me e per la città di New York e in effetti seguendo la stessa traiettoria arriviamo a parlare di quello che è il potere degli Stati Uniti d’America. Torna quella data fatidica dell’11 settembre. Dove stiamo andando credo sia chiaro a tutti. Se si parla di una superpotenza si deve parlare di leadership, se si parla di leadership ci deve essere un leader e il nostro attuale presidente più che un leader sembra un bambino capriccioso che è abbastanza difficile tenere sotto controllo. Poi sì, è stato eletto, ma per molti di noi davvero è un grossissimo problema non dover ammettere che il declino è abbastanza evidente e palpabile in questo momento.

Ho letto che hai tratto ispirazione da scrittori moderni come Don De Lillo e David Foster Wallace, ma andando un po’ più sul classico, volevo sapere che cosa pensi di Francis Scott Fitzgerald e se anche da lui hai ispirazione. Faccio questa domanda perché soprattutto nella prima parte del libro si ritrovano le sue atmosfere e la caratterizzazione dei personaggi, il modo in cui interagiscono con il lettore. È solo un caso?
Spero che davvero il suo lavoro faccia parte del mio DNA letterario, perché davvero amo moltissimo il lavoro di Scott Fitzgerald e dopotutto, il grande Gatsby era un gangster. Credo che sia una delle opere più grandi della letteratura degli Stati Uniti, primo perché è un libro scritto benissimo e secondo perché riesce a enucleare quella che è la psiche americana, un po’ quello che ho cercato di fare io: ho descritto un gangster con una certa personalità, come certamente si può dire del grande Gatsby, ma non l’ho fatto volontariamente. Probabilmente senza nemmeno rendermene conto, perché preparandomi per la scrittura di questo libro ho letto talmente tanta narrativa che in un modo o nell’altro, scientemente o meno, lo stile del libro ne è stato influenzato. Indipendentemente da tutto comunque, Il grande Gatsby rimane fra i capolavori della scrittura statunitense.

Nei tuoi romanzi precedenti la tecnologia era quasi una sperimentazione formale, penso ai tweet de La scatola nera. Come mai adesso hai deciso di scrivere un romanzo storico, apparentemente più tradizionale rispetto ad altri che sembrano quasi fantascientifici?
I miei libri sono tutti differenti fra loro, è una mia esigenza fare cose sempre diverse, volevo un punto d’ingresso che mi desse un buon rapporto fra spazio e tempo, poi mi sono resa conto di come la Seconda guerra mondiale per New York fosse un’ottima lente d’ingrandimento per mettere a fuoco tutta una serie di problemi. L’acqua, il mare, mi hanno permesso di giocare dal punto di vista strutturale. In questo tipo di narrazione – il romanzo storico ‒ se racconti il futuro, è come manipolare la Storia, la gente si arrabbia. Siccome ovviamente il mio lavoro è anche piacere al pubblico, mi sono detta: perché non fare in modo che si parli sì di situazioni estreme, ma trovando un modo narrativo che funzioni? Come dire, al di là dello sconcerto che si può provare di primo acchito, la cosa poi alla fine è piaciuta. Quando mi sono detta va bene, non ricorriamo ad artifici, non facciamo salti nel futuro, non usiamo troppa tecnologia eccetera, mi sono resa conto che un po’ quello stile – il precedente - mi aveva un po’ annoiata e che avevo voglia di tornare alla vecchia buona e cara narrativa, in cui le situazioni estreme come i naufragi e gli omicidi si descrivono senza nessun trucchetto strutturale, che rischia anche di rendere più difficile la comprensione della storia stessa. E l’ho fatto con gioia, perché se da un lato mi sono resa conto di essere un pochino arrugginita, da un altro è stata l’occasione per mettermi alla prova: mi son detta tiriamo fuori i muscoli, facciamo due esercizi e lavoriamo su come si crea una certa atmosfera, su come si descrive un dramma senza cadere nel melodramma. Ho ragionato su come di fatto certe strutture un po’ troppo azzardate ti limitano nella possibilità di azione che invece hai quando ti dimentichi della tecnologia. Per tornare proprio alla tecnologia, questo romanzo è ambientato in un tempo ben precedente a quello dei computer, quindi dal punto di vista strutturale sarebbe stata una pazzia metterci delle cose che non fossero in relazione al tempo. Prendere coscienza di questo mi ha un po’ rilassata e un po’ spinta ad essere più combattiva rispetto a questa idea di frammentazione e di diffrazione. Come dicevo non c’era la tecnologia che abbiamo oggi e non l’ho usata, ma adesso tornerò a scriverne uno con.

Come è stato detto questo è un romanzo solo apparentemente classico e tradizionale, perché in realtà ci sono anche qui delle rifrazioni, delle finzioni soprattutto psicologiche: ad un certo punto un personaggio dice: “Mantenere l’apparenza importava quanto o di più di quello che c’era sotto, le cose profonde potevano andare e venire, ma ciò che emergeva in superficie sarebbe rimasto impresso nella memoria di tutti”. Ecco, secondo me questa frase è assolutamente il contrario di quello che come autrice volevi raggiungere nella scrittura di questo libro… Un tentativo di sviare?
Ma non sono io ad aver detto questa frase, è Dexter (uno dei personaggi principali), è la sua filosofia, quindi mi ritengo non responsabile. Lui ha vissuto tutta la sua vita così, in questo passo siamo vicini a commettere un omicidio, ma l’importante è che non si sappia, che una persona si comporti secondo i canoni del buon vivere. Se questo sia fuorviante non lo so, è abbastanza tipico del suo carattere. Ogni volta che ho cercato di descrivere qualcuno “usando” a modello persone che conosco il risultato è stato pessimo, nel senso che descrivevo dei personaggi che non convincono, non hanno mai una vita vera: devo trovare delle personalità completamente inventate. Voglio sorprendermi e ci sono due cose che secondo me sono importanti quando si scrive della narrativa. Uno è accentrare l’attenzione sulle contraddizioni, perché sono quelle che definiscono i personaggi, senza contraddizioni noi non avremmo senso e molto spesso i nostri lati peggiori sono contemporaneamente quelli migliori e sono la chiave per comprendere chi siamo. La seconda cosa sono le consuetudini mentali, cioè il modo in cui una persona costruisce la propria realtà, si organizza. Puoi anche aver ragione quando dici che non è realistico: cioè, si sta perpetrando un omicidio e lui si comporta come se nulla fosse, ma questa è stata la soluzione che ho pensato io per questo personaggio, al di là del fatto che sia una situazione criminale, che si rimanga in superficie o meno. Io penso che l’espressione più alta della narrativa si ottenga quando si riesce ad entrare davvero nella mente dei propri personaggi, lì si raggiunge l’apice ed è anche divertente, nel senso che in quel momento abbracci, vivi un punto di vista che assolutamente non ti appartiene. Anche se per me è una cosa offensiva, o potenzialmente negativa, è una cosa che mi diverte. Questo è possibile solo con la narrativa, non esiste nessun’altra forma artistica che ti permette di farlo. Nelle altre forme d’arte viene tutto dall’esterno, mentre la narrativa ti permette di essere qualcun altro.

I LIBRI DI JENNIFER EGAN



 

 

 

 
 
 
 
Il nostro sito utilizza i cookie ACCETTO
Se vuoi saperne di più COOKIE POLICY

I NOSTRI PARTNER