Intervista a Jo-Anne McArthur

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Jo-Anne McArthur, fotografa e attivista canadese, ha raggiunto l’Italia per una serie di appuntamenti in cui incontrare persone che come lei mettono a disposizione il proprio tempo e le proprie energie a favore degli animali di tutto il mondo. Nonostante il calendario serrato degli incontri, sorridente dallo schermo di un computer, in diretta Skype, ci ha raccontato qualcosa in più di sé e del suo progetto coraggioso e appassionato.




Tanto del tuo lavoro è confluito all’interno del libro/progetto We Animals, ma quanto è invece rimasto fuori?
Indubbiamente una gran parte del lavoro rimane esclusa. Apprezzo molto la domanda, perché dimostra quanto tu abbia compreso quanto lavoro io compia, come anche i miei colleghi del settore. Gli scatti che hanno trovato posto nel libro sono forse un cinque per cento del lavoro. Andare fisicamente nei luoghi e fare ricerca occupa in realtà mesi, così come l'organizzazione, che è molto dura. Sono stata finora in quarantacinque paesi e questo mi impegna per tantissimo tempo. Quel che finisce in un libro è davvero una parte minima di quindici anni di lavoro.

C’è un aspetto della tua ricerca che maggiormente ti ha obbligato a metterti in discussione?
Siamo esseri umani proprio perché ci chiediamo i perché delle cose, siamo curiosi. Nel mio caso, volevo sapere chi erano questi animali al di là dei laboratori. Poi la curiosità è diventata responsabilità e mi sono chiesta come vengono trattati gli animali, pensando che nel mondo tutti siano interessati a saperlo, che sia un pensiero condiviso. Inizialmente per me è stato uno shock, un durissimo colpo e sono ancora molto arrabbiata per quello che ho visto. Ma poi ad un certo punto ho deciso di abbandonare la rabbia, perché altrimenti quell’emozione distruttiva avrebbe assorbito tutte le mie energie. Ho scoperto in seguito che anche quelli che lavorano in queste strutture sono tutt’altro che felici di essere lì. Così le mie domande ed i miei sentimenti si sono trasformati, evolvendosi.

I fenomeni da te analizzati hanno una portata globale e certi meccanismi sembrano ormai irreversibili. Cosa può fare ciascuno di noi nella propria quotidianità?
Ho capito che non sono irreversibili e che ci sono cambiamenti che avvengono quotidianamente. Ho visto il peggio, ma anche il meglio. Per esempio, io sono qui in questo momento, nel vostro Paese, perché ci sono persone che ci tengono e lavoro in un gruppo, come quello in cui mi trovo oggi, che si impegna con passione. La gente ha bisogno di sentire un messaggio di speranza, di cambiamento. Un numero sempre crescente di persone si interessa e non trascura determinati argomenti. Quel che faccio è incoraggiare le persone ad usare le proprie abilità, i propri talenti, mi piace spronarle a fare quello che sanno fare bene e a provare soddisfazione nella propria opera, quale che sia. Quel che facciamo non è solo aiutare gli animali, quello è solo l'inizio; si tratta di vivere in linea con le proprie convinzioni.

È sempre vero che un’immagine vale più di mille parole oppure oggi abbiamo più che mai bisogno di parole per comprendere?
Immagini e parole sono ugualmente importanti. Da fotografa so bene che un'immagine colpisce in modo immediato chiunque. Del resto ce ne accorgiamo quotidianamente anche attraverso i social media, in cui le immagini giocano un ruolo cruciale.

Tra le tante drammatiche situazioni che ti sei trovata ad affrontare e testimoniare, quale ti è rimasta dentro con più forza, e per quale motivo?
A questo punto della mia vita ho incontrato centinaia di migliaia di animali, anche se sembra incredibile. Li considero non come una somma, ma piuttosto come singoli individui. Alcune delle loro facce non le dimenticherò mai, il modo in cui mi guardavano. Noi abbiamo tutte le risposte e loro hanno tutte le domande. E sembra che la domanda che sempre si cela dietro i loro occhi sia “Che cosa verrà dopo?”. Ho raccontato centinaia di volte questi episodi e non mi stancherò mai di farlo.

Se è vero che fa più rumore un albero che cade piuttosto che una foresta che cresce, come possiamo amplificare il “rumore della foresta”?
Possiamo fare qualcosa, come dicevamo prima. Possiamo rimanere forti, anche quando è più difficile, in un mondo fatto soprattutto di persone che non vogliono comprendere. Ed è difficile farle cambiare. Ma ritengo che sia sempre meglio dire la verità, anche quando siamo ben consci del fatto che la nostra voce scuote le coscienze, disturba. È il minimo che possiamo fare, perché ci sono miliardi di animali che stiamo uccidendo. Trovo che la gentilezza sia molto importante: parlare con le persone e far loro sapere che capiamo che c'è molto di cui arrabbiarsi. La gente non ama sentirsi dire che cosa deve fare, quindi dobbiamo sforzarci di trasmettere gioia, gentilezza. Le persone stanno sicuramente cambiando.

Cosa c’è nel tuo futuro?
Senz’altro cercherò di coinvolgere un numero sempre maggiore di persone, per avere la possibilità di festeggiare insieme il crescente interesse verso questi argomenti. Continuerò ad occuparmi di queste cose senza arrendermi, perché sono fondamentali per il futuro di tutti noi.


I LIBRI DI JO-ANNE MCARTHUR

 

 
 
 
 
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