Intervista a John Ajvide Lindqvist

John Ajvide Lindqvist
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Un sornione fricchettone alto 1,90 in camicia hawaiiana con lo sguardo di un azzurro infinito e un'ironia irrefrenabile: eccolo, il volto dell'horror europeo. Di glaciale questo svedese ha ben poco, se non l'aspetto fisico: sarebbe potuto nascere nei vicoli di Trastevere o sotto il sole del sud, ma tant'è. A stringere il cuore dei lettori in una morsa di ghiacchio e disperazione ci pensano i suoi romanzi-culto, no?




È vero come recitano le tue biografie che fai il prestigiatore?

Non faccio più il prestigiatore da un bel po', ormai: mi esibisco al massimo per amici e parenti. Tempo fa invece facevo proprio il mago di strada, organizzavo le feste di compleanno dei bambini, sai come funziona...

 

Secondo la critica tu rappresenti unanimemente una delle figure di spicco della 'via europea all'horror'. Esiste davvero un horror europeo?

Nell'immaginario del pubblico l'horror è americano, pensano subito tutti a Stephen King. Del resto non abbiamo una figura europea di scrittore horror di quella portata, nonostante ci sia in realtà una tradizione in quel senso. Penso a Clive Barker e ad altri scrittori inglesi, per esempio. E anche in Italia c'è una tradizione cinematografica horror ai massimi livelli, da Dario Argento a Lucio Fulci.

 

Nei tuoi libri colpiscono l'ambientazione e la coloritura sociale, merce rara nei romanzi di genere. Che ritratto ne esce della tua Svezia?

Il mio ritratto della Svezia moderna nasce dal fatto che mi sforzo di dipingere il mondo come un ambiente nel quale le cose che racconto nei miei romanzi potrebbero essere perfettamente credibili, potrebbero succedere davvero. Tipo che dei vampiri diventino tuoi vicini di casa, o che i morti un bel giorno risorgano. Se aveesi ambientato Lasciami entrare in un paese allegro e perfetto sarebbe sembrato una storia satirica. Invece tutto doveva sembrare profondamente infelice.

 

Perché i tuoi protagonisti sono sempre così profondamente infelici?

Tendo a scrivere di persone che vivono situazioni talmente limite che coglierebbero volentieri la chance di rispondere a una chiamata dall'Altra Parte, dal lato oscuro. Persone che accetterebbero qualsiasi cosa pur di cambiare la propria vita, la propria disperazione.

 

In Lasciami entrare sembrano esserci parecchi ingredienti autobiografici, non è vero?

Sì, è vero, c'è molto di autobiografico. Oskar ha l'età che avevo io quando vivevo in quel quartiere, in quell'appartamento. L'unica differenza è che io non ho incontrato nessun vampiro! All'epoca vedevo la vita in modo molto fosco e cupo. E per Lasciami entrare ho scelto volutamente di tornare a qui climi, a quelle sensazioni. Ero infelice. Ora sono felice. Lo sono diventato facendo uscire le tenebre da me e versandole sulle pagine. 


Non trovi ironico il fatto che un mago-clown che di solito fa ridere i bambini scriva horror?

Le meccaniche dell'horror e della commedia sono molto simili. Per far ridere introduci un particolare strano nella normalità, un gesto buffo per esempio, e vedi l'effetto che fa. Lo stesso accade con l'horror: si descrive ad esempio un normalissimo sobborgo svedese, si introduce un vampiro e si guarda cosa succede. A essere diverso in realtà è il risultato: da una parte hai risate, dall'altra brividi.

 

Come è strutturato il tuo processo di scrittura? Come lavori di solito a un romanzo?

La mia prima responsabilità quando scrivo è fare qualcosa che piace a mia moglie. Il nostro accordo è che scrivo 20 pagine per volta e poi gliele leggo ad alta voce per avere un suo giudizio.

 

Per molti il film di Tomas Alfredson tratto dal tuo Lasciami entrare è l'anti-"Twilight", è il cinema horror che non si piega al marketing culturale per teenager...

Sì, è l'anti-"Twilight", come no. Anche l'anti-"Star Wars" e l'anti-"Il Postino", già che ci siamo... Ho scritto la sceneggiatura del film di Lasciami entrare e assolutamente lo adoro. Quando il regista mi ha fatto vedere le scene del film in anteprima sul suo computer ho pensato che era esattamente ciò che avrei voluto vedere sul grande schermo nella versione cinematografica del mio romanzo. E penso che il motivo sia chiaro: ha avuto l'audacia di sposare il lato orrorifico e quello sentimentale della storia in modo perfetto. Anche ne''estetica delle immagini il binomio orrido-bello delle immagini è evidente. Ora sto lavorando alla sceneggiatura del film da L'estate dei morti viventi.

 

Come ti trovi - oltre che romanziere sei appunto sceneggiatore e anche autore televisivo - a saltare qua e là tra linguaggi tanto diversi?

In realtà è facile passare da sceneggiature a romanzi e viceversa, non è un problema usare linguaggi diversi perché scrivo già pensando le vicende visivamente. Non parto mai né dai personaggi né dai fatti: parto da immagini. E da quelle dipingo la storia: forse è il motivo per cui il passaggio dei miei romanzi al cinema finora è stato indolore.



I libri di John Ajvide Lindqvist

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