Intervista a Jonathan Franzen

Jonathan Franzen
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Jonathan e le sue opere in comune certamente hanno la traboccante intelligenza, sebbene il magnetismo espresso dalla sua persona non sia pareggiato nel modo più assoluto dalla sua scrittura. È il classico caso di uno scrittore che precede le lettere. Chissà come verrà tramandato Franzen, sempre pronto a espugnare i drammi della sua vita con la penna, ma ugualmente deciso a difenderli sotto un fuorviante strato di bonomia – reale, ma pur sempre fuorviante – quando arriva il momento della campagna pubblicitaria. Disponibile e riflessivo, le parole che dedica sono poche e figlie dell’arte dimenticata della concisione, studiate per non apparire. Sempre sul piede di guerra, fortemente dibattuto tra la risposta che vuoi sentire e quella che desidererebbe riservarsi. E che con ogni probabilità terrà in serbo per il suo prossimo romanzo.
Ben prima della sua pubblicazione, sono state molte le critiche riguardanti Libertà e la maggior parte di esse vertevano sullo stile e le tempistiche nella stesura. Com’è stato scritto, quindi, questo nuovo romanzo?
Velocemente, checché se ne dica. Potrà sembrare una contraddizione, poiché anch’io mi sono accorto di averci impiegato molto tempo: all’incirca sette anni. Eppure non ho avuto impedimenti o blocchi nella scrittura, tantomeno mi sono lasciato influenzare dalle critiche e dalle attese. Quest’ultime sì, davvero lunghe, poiché risalgono al successo de Le correzioni.


La prosa di Libertà risente di una rilassatezza che stride se paragonata alle altre tue prove come romanziere. Ritieni sia un segnale di maturità, il sintomo di un primo invecchiamento? O si tratta semplicemente di una naturale evoluzione?
Non credo di essere la persona più adatta per rispondere a questa domanda, bisognerebbe lasciare questa incombenza ai miei lettori. Posso dire con certezza comunque che abbandonare la mia prosa consueta è stato un processo naturale e di rottura nei confronti della poetica de Le correzioni. Mai avrei pensato di poter scrivere qualcosa di più riuscito e quindi allontanarmi da questa compiutezza mi è sembrata l’unica via percorribile per raccontare ciò che più mi premeva.


È nota la tua passione per il birdwatching , lo testimoniano il saggio Zona disagio e un articolo che hai dedicato a questo hobby apparso recentemente sul New Yorker, Cieli silenziosi. La tua scrittura è pregna della tua vita, come riesci a filtrarla attraverso la penna?
Libertà è un grande ritratto di tutto ciò che d’importante è accaduto durante la mia vita. Il birdwatching mi riguarda ed è una pratica che amo: fin dall’inizio fui ben intenzionato a dedicarci una copertina, ma paradossalmente temevo anche di divenire un bersaglio facile per gli ambientalisti. Lo stesso timore mi spinse a introdurre l’argomento nel cuore del romanzo, pressappoco a metà del libro. Infine decisi comunque di scegliere la copertina che ritenevo più ficcante, che è anche quella che potete ammirare nell’edizione italiana. Il motivo per cui ho dedicato tante energie a questo passatempo è perché appunto fa parte di ciò che sono. Quando mi sono chiesto di cosa avrei dovuto parlare in questo romanzo, ho capito che rifermi alla mia vita fosse la cosa più ovvia e giusta che potessi fare. E questo è solo un aspetto di quello che accade durante la vita di un uomo: se il dramma è il motore primo della letteratura è perché è parte del nostro quotidiano. Kafka certamente non ha mai provato sulla propria pelle ciò che significa essere un insetto, ma nel suo vissuto deve per forza aver provato qualcosa di analogo ed è riuscito a descriverlo nella maniera migliore raccontando la metamorfosi di un uomo in un insetto. Il tormento e le tragedie accorse a Dostoevskij durante l’arco della sua esistenza, sono state convogliate infine in quel grande romanzo che è I fratelli Karamazov.


Quanto è difficile unire la tua vita privata all’attualità?
Molto poco, a dire il vero. Mi ritengo un uomo molto informato. Eppure, come ho detto in precedenza, impiego molto tempo nel delineare un buon personaggio: in media sette anni. A volte so con certezza quale forma dare a queste persone, ma non riesco con altrettanta facilità a capire come farlo; in altre occasioni – in questo caso mi è capitato per un personaggio secondario – solamente la sua funzione all’interno della narrazione mi costringe per mesi. Nonostante tutto non mi accorgo di questo dispiegamento così macchinoso, poiché in realtà non c’è alcunché di programmatico in quello che scrivo.


La famiglia è un tema fondamentale all’interno della tua produzione e altrettanto ovvio è il ruolo che rivesti in quanto narratore, quello del figlio...
Indubbio per quanto riguarda i primi tre romanzi, ma in Libertà ho provato a trasformarmi nel genitore di me stesso. I miei genitori, invece, hanno sempre ricoperto un duplice incarico: da un lato sono le persone di cui più mi fido e come loro nessun altro è in grado di capirmi, ma allo stesso tempo e per ragioni diverse sono quelle che meno comprendono il mio essere. Dico questo per far capire come non abbia mai cercato di impressionarli con la mia scrittura, poiché non ho mai avuto la necessità di attrarli verso di me.


Come riesci a rendere conto alle persone di cui scrivi?
Quando cominci a percepirti come scrittore (soprattutto in seguito a un grande successo), divenire responsabile di ciò che scrivi è molto importante. Nel secondo capitolo de Le correzioni parlo di mio fratello e delle sue disavventure con la grigliata mista: non fu così semplice inserire questo aneddoto nel romanzo, per lungo tempo mi chiesi quale sarebbe stata la reazione di mio fratello al riguardo. Gli amici mi dissero di non demordere, che certamente avrebbe capito e non si sarebbe offeso. Fu lui stesso però a convincermi, quando mi decisi a parlagliene. Mi disse: “Odiarti non è contemplato”. Inserii quindi quel capitolo e devo ammetterlo, dacché mio fratello lo lesse il nostro rapporto è decisamente migliorato.


Libertà e trasgressione, quali significati attribuisci a queste parole?
Davvero vorrei avere un’opinione seria su questo argomento ed essendo Libertà il mio libro più autobiografico, dovrebbe darti già una risposta in merito. Come tutti credo, mi sento schiacciato dal divieto di trasgredire.


Quali sono le differenze più vistose tra Le correzioni e Libertà?
L’ossatura de Le correzioni è stata molto istintiva, la formula e il contenuto dei cinque racconti che compongono il romanzo sono nati in maniera del tutto spontanea. È un evento raro per uno scrittore, sono stato molto fortunato. Infatti l’evento non si è ripetuto per Libertà: il processo è stato più complesso, prende direttamente dal vissuto dei miei ultimi vent’anni.


C’è qualche autore che ti senti di consigliare al grande pubblico?
Alice Munro è l’autrice che più apprezzo in questo momento, forse in Italia non è molto conosciuta. È una grandissima scrittrice.

I libri di Jonathan Franzen

 

 

 

 
 
 
 
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