Intervista a José Antonio Muñoz

Articolo di: 

Incontro José Antonio Muñoz, uno dei più grandi disegnatori al mondo, papà insieme a Carlos Sampayo di Alack Sinner e mille altri personaggi, in occasione della sua partecipazione a Passaggi tra le nuvole, la nuova sezione del Festival Passaggi di Fano dedicata al fumetto d’autore. Mi sono preparata un’intervista in inglese con ricorso di emergenza allo spagnolo, ma quando lo raggiungo in hotel scopro un uomo che parla un italiano perfetto, fiorito, aulico quasi, arricchito da una vetusta musicalità che la nostra lingua ha ormai perso e che lui risveglia grazie a colte infusioni derivate dallo spagnolo. Scopro che la sua relazione con l’Italia è iniziata nel lontano 1974. E tante altre cose.




Il fumetto a un festival della Saggistica. Te lo saresti ma immaginato da bambino che il fumetto sarebbe diventato una forma d’arte? E quali erano i fumetti che ti appassionavano da bambino?
Diciamo che c’è una scivolosa differenza tra artigianato e arte che impegna lunghe conversazioni ultramillenarie senza che nessuno abbia una parola definitiva, perché l’arte soffia dove vuole e io ho visto che soffiava anche nel campo del fumetto a partire dall’emozione, dalla commozione davanti alla bellezza dei Maestri che io prediligevo e, più avanti, sono arrivato a comprendere anche le sfumature degli argomenti e le storie che questi disegni portavano avanti ai miei occhi.

Sei stato allievo di Hugo Pratt…
Sono stato non direttamente però indirettissimamente, profondamente allievo di Pratt, nel senso che lui abitava là in quegli anni e lui, Hector Grecia, disegnatori come Solano Lopez, Carlos Romes, erano una costellazione di eccellenza che avevo modo di vedere settimana dopo settimana. Il fatto che il fumetto non fosse inserito nell’ambito delle professioni artistiche “elevate” non mi ha mai interessato molto. Non mi sono mai piegato a quel tipo di differenza. Ho avuto certamente qualche problema perché le gerarchie sociali sono a volte moleste nella pretesa di fissare i confini di una cosa o dell’altra. Tutti pretendono di sapere dove incomincia una cosa e dove finisce l’altra. Checché se ne dica, però, lì soffiava l’Arte alta, la gioia, la disperazione, la ricerca di bellezza nei disegni, la Storia della specie umana erano raffigurate nelle storie che loro decidevano di proporci, gli alti e bassi, la lotta interna con i suoi angeli e i suoi demoni, per usare nomi più o meno comprensibili; in quelle storie c’era tutto il trambusto, la tempesta perenne che la specie umana ha attraversato. Consideriamo che adesso le fortune della specie umana si trovano davanti a un ennesimo tentativo di suicidio, di involuzione verso la distruzione e preferibilmente la distruzione degli altri, ma non ci si rende conto che distruggendo gli altri si contribuisce alla propria distruzione. Tutte queste cose galleggiavano dentro quelle storie, e in seguito, guardando altre aree del disegno, della pittura, Goya, Van Gogh della Letteratura dei vari Cortázar, Camus, andando avanti nel percorso dei miei anni mi sono un po’ illuminato, nel senso ampio del termine con diversi stimoli e non mi sorprende affatto che guardino al nostro mestiere con interesse.

Hai da molto tempo stabilito un sodalizio artistico con Carlos Sampayo. Come si realizza un fumetto a quattro mani? Quanto c’è di uno e dell’altro nella storia?
Si chiacchiera. Con Carlitos chiacchieravamo di tutto: di noi stessi, dei frammenti di noi stessi o dei frammenti della conversazione tra noi stessi, prendevamo appunti narrativi. Una specie di continuo andata e ritorno sul corpo della nostra amicizia creativa, prendendo spunti da osservazioni mie o di Carlos. Nel dialogo si ripulivano le imperfezioni e davano come risultato una perfetta sintesi del meglio di noi due. Creare paesaggi interni come nel caso di Alack Sinner, che è il personaggio più lungo che abbiamo fatto, ma anche Enfer, Martinez, le cui storie appaiono in venti pagine del libro che credo in Italia si chiami Nel Bar, tutta questa folla di cui noi siamo parte, ho preteso prenderla per mano e disegnarla e scaricare anche nella sublimazione un surplus di angoscia che la realtà e anche il mio carattere mi hanno dato in dote. La sceneggiatura della specie umana è a volte sconvolgente nella sua sanguinosa inutilità, altre volte è un barlume di gioia e di luce che ti lascia folgorato. Nel mio caso tutto questo si può trasferire al bianco e nero, il colmo della luce e il colmo dell’oscurità. Nel caso dei libri che abbiamo fatto con Carlos Sampayo, che vengono da tutto questo nostro delirio creativo (delirio nel senso alto della parola) sugli Stati Uniti, sul capitalismo Nord Americano, sull’America in sé, e che si svolgono nel nostro continente, quello in cui siamo nati, tutti questi temi, tirati fuori scavando con le parole, sono come fili che si intrecciano narrativamente, esteticamente. Tutti questi personaggi continuano ad apparire nel fondo del mio schermo mentale, sono vivi, sono come persone care, si presentano e svaniscono come dei sogni, mi popolano.

Sono incantata dal tuo modo di parlare. Hai mai pensato di scrivere?
Non ho mai scritto nulla di lungo, quello che ho fatto di recente è un lavoro che è in vendita anche qui al Festival, è un lavoro che si intitola Sogno e trasogno nella pampa attorno a Buenos Aires. Quelli sono brandelli di sentimenti, essendo io un trafficante di sentimenti, in forma di tanghi, canzoni nostrane, milonghe, il tutto appoggiato nel sentimento di meraviglia in un momento dell’Argentina, di Buenos Aires, insieme all’eccellenza dei cantanti, dei poeti, donne e uomini; la mia famiglia, e poi i disegnatori, tutto questo si agita in me. Quello che mi viene di getto sono delle piccole concentrazioni di senso che poi lascio riposare, poi le riprendo e controllo quale è ancora viva, quale è defunta. Magari le ho accantonate per anni, poi abbiamo composto questo libro in un paio di settimane, con mia moglie, giustapponendo pezzi di testo alle immagini per vedere se “parlavano”. Lo stesso per le conversazioni con Sampayo, io sono autore di alcune delle sue parole e lui ha firmato alcuni dei miei disegni. Non ho mai sentito l’urgenza di fare narrazioni lunghe, non credo che sia il mio talento principale.

Alack Sinner è stato il tuo primo personaggio, il detective che ti ha dato la fama. Posso chiederti a chi ti sei ispirato per lui?
Alack Sinner è nato qui in Europa, ma, precedentemente, a ventidue anni avevo disegnato una storia poliziesca che si svolgeva a New York e si chiamava Precinto 56 per la rivista “Mister X” e mi ero molto interessato alla cosa urbana, alla tragedia esistente tra il crimine, l’oscurità, il tipo di biopsia che ti permette quel tipo di noir, si presta molto ad analizzare le ferite del corpo sociale e la figura di Alack Sinner (che significa ahimè peccatore), del cavaliere errante, del cuore intelligente che ha una larga famiglia che lo precede piaceva era dentro di me e dentro di Carlos e si è corporizzata nel corso del nostro rapporto. Sia io che lui eravamo molto interessati a esporre il nostro sguardo narrativo sulla realtà.

Tu e Sampayo siete i maestri indiscussi del bianco e nero. Perché lo preferite alle tavole a colori?
Perché il bianco e nero, nel caso mio ma anche nel caso di Sampayo, che non aveva mai fatto lavori nel campo dei fumetti, era la realtà. Parliamo del ’47,’ 48, cinema, fumetti, erano la mia “vera realtà”. Tutto quello che c’era fuori, nel mondo a colori, io lo consideravo la mia seconda scelta.

Alack Sinner - e di recente Carlos Gardel e Billie Holiday - sono solo due dei molti personaggi iconici che tu e Sampayo avete disegnato: entrambi hanno conosciuto la violenza molto da vicino, ma quanto è difficile disegnare un personaggio come la Holiday e un mito nazionale come Gardel per i quali non puoi lavorare di fantasia?
Hai ragione. Ho sofferto un po’ questa prigionia, ma l’ammirazione verso di lei, verso il suo essere indifesa. Gardel ha guidato con mano più sicura la propria carriera, era un bianco e un maschio, lei ha dovuto soccombere agli scarafaggi che popolavano il suo mondo. Hai ragione sul fatto che Billie e Alack hanno come sfondo delle loro vite la violenza. La storia di quel Paese e la lotta di classi e di razze che l’ha caratterizzata, ha fatto succedere cose abnormi in un panorama di dolore che attraverso i secoli, lentamente si sta stemperando, ma, ancora adesso si vede quanto la convivenza sia inquinata da risentimenti antichi. Questa specie di passaggio da un Presidente come Obama alla caricatura del reazionario bianco che profferisce cavolate perché alcolizzato, una specie di orco bianco. Nel caso di Alack Sinner, lui investiga, aiuta quando può; quello che era cominciato come un lavoro diventa per lui una passione per la pur minima giustizia che possa portare a chi lo circonda. Alack ci ha dato più libertà creativa, pur in quella scia di cavalieri solitari dal cuore intelligente che non si lascia piegare definitivamente dalle ingiustizie. Nel caso di Billie, e di quel contesto sociale reale, rendendole omaggio ed essendo io interessato a stenografare tutto il contesto nel quale è immersa, la misteriosa magia degli schiavi africani che sono stati sequestrati, sparpagliati per tutta l’America e hanno contribuito a creare le musiche centroamericane, brasiliane. La musica è una specie di battito profondo, che unisce il Nord e il Sud. Difficile per me fissare con le parole il mistero della magia, del talento, della resistenza in condizioni miserande, della sublimazione attraverso il canto, come nel caso del Tango e del Jazz. Abbiamo rispettato larealtà di Billie Holiday, e, in certa maniera ci sono due punti centrali: le cose che lei dice all’inizio della storia, la tenerissima amicizia spirituale con Lester Young. Sono alcune delle cose che siamo riusciti a piazzare con Carlos, a trattare come materia eterea della tenerezza che ci dovrebbe unire, del rispetto che dovrebbe ispirare il talento dell’altro, della compagnia che ci dobbiamo fare, estremamente fragili come siamo. Io mi muovo anche come un personaggio tra tutti gli altri, come un disegno commosso, contento di avere arricchito la mia famiglia di origine con queste addizioni. Essendo uno immaginifico ma figurativo, li vedo sempre in quel momento in cui ti svegli e non sai bene se continui a sognare, le ultime ombre di qualcosa che sta sparendo verso l’oblio. Ci sono dei momenti della giornata in cui frammenti ritornano e si agitano, e io viaggio con loro.

Che cosa ti sei portato dietro nel venire via dall’Argentina e di cosa ti sei invece liberato?
Io là sono padre e nonno. Ci vado spesso, mi agito oltremodo con questo ciclico tornare dell’Argentina verso una specie di tentativo casereccio di suicidio collettivo. I Paesi sono sempre meno importanti, sono gestiti da comitati d’affari. Nel caso dell’Argentina è chiara la lotta per l’estrazione delle materie prime, di terrore ai danni del popolo. In certi Paesi c’è una forma di rappresentazione teatrale della dirigenza, non si è trovata una forma migliore ma adesso stiamo rischiando a rifugiarsi nelle frontiere della casa\Paese. Non si riesce a non essere governati dalle Banche e da comitati di affari che sono troppo grandi per fallire. C’è una mancanza di sceneggiatura evidente nel nostro futuro immediato. L’Europa, grande invenzione dopo un millennio di piccole o medie guerre imperiali o religiose, sta rischiando di nuovo di disintegrarsi perché poteri forti dall’altra parte del mondo lo desiderano. Non so cosa ne penserebbe Alack Sinner, ma io credo che sia il momento di essere accorti e preoccupati. Se noi avessimo un po’ più di talento Socialista, nel senso della struttura madre del pensiero di dignità, afflati religiosi, desiderio di uguaglianza, che fa sì che nessuno comandi su nessuno, allora vedremmo come sarebbe la specie umana se non si cristallizzassero dominatori e dominati. Io dell’Argentina ho portato con me la mia storia, l’ambiente che mi ha formato, la mia famiglia, i miei affetti, il quartiere, la dignità che c’era nel popolo dei lavoratori e che si è espressa nel corporativismo peronista. Io non sono peronista, però in quella fase il lavoratore ebbe accesso alla dignità del suo ruolo. allontanarmi dall’Argentina mi ha consentito l’esperienza diretta nei vostri Paesi, nei Paesi dei nonni emigrati politici ed economici, questi viavai giganteschi di persone sull’oceano. In particolare lavorando alle illustrazioni dei testi di Camus, la cui famiglia è stata espulsa dalla Francia verso l’Algeria, ho scoperto il suo essere dilaniato tra la Francia e quella che lui considerava la sua terra, cioè l’Algeria. Io spero che quello che abbiamo visto non ci distrugga. Sento l’Italia e l’Argentina come i miei Paesi, ma ne ho viste tante: sono arrivato sei Italie fa, io! Sono Paesi cosmopoliti, aperti. Io sono il risultato delle diverse etnie che mi popolano e dialogano, per adesso senza insultarsi.



Pubblicità

 

Pubblicità

 

 

 
 
 
 
Il nostro sito utilizza i cookie ACCETTO
Se vuoi saperne di più COOKIE POLICY

I NOSTRI PARTNER