Intervista a José Luandino Vieira

José Luandino Vieira
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José Luandino Vieira - il maggiore scrittore angolano vivente e uno dei più grandi dell’Africa - da poco ha concluso il suo intervento al Lingotto di Torino. Le copie della sua ultima fatica letteraria sono andate a ruba. All’inizio è difficile avvicinarlo. È molto disponibile con tutti, firma autografi, scrive dediche, si presta per foto ricordo. Finalmente, quando la calca inizia a scemare, accompagnato dal bravo traduttore Daniele Petruccioli, arrivo di fronte a lui. È cortese e paziente, dotato di humour, e non si può non rimanere colpiti dalla sua statura di intellettuale impegnato. Nella conferenza da poco terminata ha ribadito con forza che la politica è una scelta di coscienza, che pone ognuno di fronte a responsabilità che non può ignorare. Non a caso Vieira si è opposto al regime coloniale portoghese, pagando la sua posizione con il carcere. Dopo i saluti di rito inizio la mia intervista. Nel tuo romanzo emerge prepotentemente il tema della guerra anticolonialista contro il Portogallo. Citi continuamente Agostinho Neto, uno dei padri fondatori dell’Angola. Consideri Di fiumi anziani e guerriglieri - Il libro dei fiumi un’opera politica?
Di fiumi anziani e guerriglieri - Il libro dei fiumi è un romanzo politico ed etico allo stesso tempo, perché l’agire umano è totale, onnicomprensivo. La sfera politica non può mai essere disgiunta da quella etica. Questo libro nasce da tre cose: il dovere di ricordare, l’ansia di riflessione etica, il bisogno di affermare la prevalenza dei valori che portarono alla guerriglia.

 

 

Nel rapporto tra i due protagonisti, Kapapa e Batuloza, c’è un riferimento alla guerra civile che ha dilaniato l’Angola dopo la fine del colonialismo portoghese?
No, la loro è una relazione etica, è chiedersi per chi combatte cosa significa uccidere.

 

Tu ha vissuto in prima persona gli anni duri del regime di Salazar. Quanto di autobiografico c’è in Kapapa?
Non c’è nulla di autobiografico in Kapapa, tranne nell’importanza che questo personaggio dà all’etica, all’interrogarsi sul bene e sul male dell’azione dell’uomo. Questo interrogarsi sull’etica è un mio difetto. Di autobiografico è che ho risalito il fiume Kwanza con mio padre quando avevo nove anni. Fu in quel viaggio che conobbi il capitano Lopo Gavinho, che oggi mi pare viva in Portogallo, a Caminha. Il capitano nella sua tristezza di essere un colono mi ricordava la figura di mio padre.

 

In questo romanzo hai lavorato molto sulla parola, costruendo una lingua ricca, viva, barocca, evocativa, che si rifà alla tradizione orale. Si ha quasi l’impressione che questa insistenza sulla parola segni una sfiducia nell’azione dell’uomo. Consideri la parola come possibilità privilegiata di conoscenza?
Il lavoro sulla parola serve perché essa è il livello massimo della condizione umana e quindi dell’agire dell’uomo, di conseguenza ho fiducia nell’azione umana. La parola contiene da una parte il passato e quindi un legame con la memoria, dall’altra questo legame, attraverso la parola, riesce a trasportare nel futuro quanto è stato fatto nel passato e così a conservarlo.

 

Il guerrigliero nel suo combattere, il fiume nel suo percorso verso il mare, sembrano essere entrambi protesi alla ricerca di una libertà perduta. Per te la libertà è la massima espressione della dignità umana?
Considero la libertà la massima espressione della dignità umana solo se indissolubilmente legata alla giustizia. La libertà senza la giustizia è una bella conchiglia morta abbandonata su una spiaggia deserta.

 

Il tuo romanzo è dominato dall’immagine del fiume. È luogo della purezza, ma anche del sangue e del dolore. Quale valore e funzione attribuisci al fiume?
L’idea del fiume proviene dalla realtà geografica angolana intrisa di fiumi. Il fiume non è tanto legato alla purezza, ma all’origine del mondo e in quanto movimento alla storia. Come metafora della storia porta in sé tutto, anche il sangue e il dolore. Il fiume Kwanza è un peccato originale perché è stato utilizzato dai portoghesi per la conquista dell’Angola, ma anche simbolo della lotta coloniale che l’ha usato per liberare il paese.

 

Tu presenti il guerrigliero come una figura mitica, assoluta. Nel delinearla fai riferimento agli antichi guerriglieri angolani o solo ai compagni con cui hai combattuto il colonialismo portoghese? Oggi c’è ancora necessità di guerriglieri come Kapapa?
Il guerrigliero riassume in sé tutti gli antichi guerriglieri dell’Angola. Sì, è necessario che oggi ci siano ancora guerriglieri, perché rappresentano la coscienza etica delle disuguaglianze della società umana.

 

Spesso la letteratura africana, come pure il cinema, si divide tra realismo e simbolismo. A quali di queste due categorie letterarie pensi di essere più vicino?
A un realismo simbolico (ride, ndr).

I libri di José Luandino Vieira

 

 

 

 
 
 
 
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