Intervista a Juan Villoro

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Incontro questo signore distinto, dallo sguardo vispo e velatamente sognante, al Salone del libro di Torino 2019. Mi preparo a svolgere un’intervista con la presenza dell’interprete, ma mi dicono che non c’è bisogno di alcuna traduzione. Juan Villoro, uno dei più celebri e conosciuti autori della cultura ispanica, vincitore del premio Herralde 2004, del premio José María Arguedas 2014 e finalista al prestigioso premio Rómulo Gallegos 2013, parla perfettamente l’italiano e mi accoglie con un caloroso saluto e un sorriso che non tradisce le sue origini messicane.




Il filo conduttore del tuo Il testimone è il ricordo: quanto credi sia importante la rimembranza, in particolare quella storica, per l’individuo e per la società?
Il ricordo è fondamentale per la nostra esperienza vitale e per la comprensione del mondo. L’uomo abita simultaneamente in più realtà: vive il presente, fatto di tutta una serie di avvenimenti che accadono talmente velocemente da diventare reali grazie alle rimembranze. Per il singolo individuo è fondamentale ricordare, altrimenti non comprenderebbe le proprie azioni e le proprie esperienze. L’esistenza dell’umanità in generale si svolge unicamente intorno alla memoria. È di vitale importanza, per una comunità, avere un pezzo di storia passata da comprendere attraverso il ricordo. Ogni popolo ha un vissuto di cui non si parla e che per qualche motivo viene celato. Penso, per questo, che uno dei compiti di uno scrittore, sia di cercare queste realtà nascoste della storia del suo Paese. Nel XX secolo, il Messico per ben settant’anni ha conosciuto lo stesso potere politico, attraverso un unico partito sempre al potere. La storia del mio ultimo libro parte proprio da questa realtà: un messicano, il protagonista, dopo aver vissuto per ventiquattro anni in Europa, decide di tornare al suo Paese, per cercare di comprendere se davvero sia in atto un cambiamento. Per la prima volta quello che veniva chiamato il Partito Ufficiale non ha vinto le elezioni e questo ha dato inizio ad un nuovo momento storico, una nuova epoca. Per comprendere appieno questo percorso di modifiche e cambiamenti, è necessario ricercare il passato, quello nascosto e la letteratura, specialmente in un Paese come il Messico, ha avuto un ruolo fondamentale in questo. Troppe e tante situazioni sono state celate dal potere governativo.

Il tuo primo romanzo è stato pubblicato nel 1991: sino ad allora ti eri occupato solo di giornalismo. Cosa è cambiato e perché sei diventato scrittore?
A onor del vero prima di occuparmi esclusivamente di giornalismo ho scritto due libri di racconti, precisamente nel 1980, poi ho iniziato a fare il giornalista che è stata la mia primaria occupazione. Devo questo cambiamento a un incidente che ho avuto a Barcellona, quando mi sono fatto male a un occhio. Per questo mi sono rivolto a un ospedale oculistico, dove durante la mia degenza ho avuto modo di conoscere il fondatore di questa importante struttura di Barcellona, che è una persona molto particolare. Questo medico ha sicuramente una conoscenza scientifica della vista e dell’occhio, ma ha fatto sua anche una conoscenza esoterica dell’occhio. Quello che noi vediamo lo trasformiamo attraverso la coscienza e attraverso il ricordo, ne sono fermamente convinto. Non appena si entra in questa clinica, la prima cosa che si incontra è un geroglifico egiziano, l’occhio del dio Horus. Segue poi una sala con tutti i segni zodiacali e questo miscuglio tra scienza e esoterismo mi ha profondamente colpito. Quando poi sono tornato in Messico ho pensato di scrivere un racconto che avesse come protagonista uno specialista dell’oculistica che perde la vista, ma ha degli allievi fedeli e capaci che diventano i suoi occhi e gli descrivono il mondo, dandogli la possibilità di avere uno sguardo multiplo sulla realtà. Ho scritto una prima versione del mio racconto e sono poi tornato a Barcellona e ancora una volta ho avuto un problema all’occhio. Sono così tornato in quella clinica ed è lì che ho sentito la necessità di sviluppare quel racconto e crearne un romanzo. Così sono diventato scrittore, posso dire grazie all’incidente che mi ha colpito.

Nei tuoi libri si nota spesso una varietà di stile. È una cosa voluta o è l’eterogeneità spontanea della tua scrittura?
Non è semplice per me comprendere quale stile esattamente abbia la mia scrittura o se c’è una molteplicità di forme nel mio modo di redigere libri. Penso che per il lettore sia importante avere la sensazione di leggere una lingua che sia privata, segreta, diversa e unica, come mai ne ha viste prima. Quando per esempio io apro un libro di Calvino o di Primo Levi – e sono solo degli esempi – ho l’idea di confrontarmi con un linguaggio non comune, diverso. La mia idea di scrittura, è quella di elaborare la lingua in modo differente, in maniera tale da far trasparire una specifica personalità. Penso sia fondamentale per un autore, scrivere sì con un linguaggio funzionale, ma creare anche un compromesso personale con la lingua. Io cerco di avere un legame mio con il linguaggio e naturalmente scrivendo di diversi generi esiste anche una varietà di stile, ma credo che tale varietà sia sempre legata al mio personale modo di essere. Naturalmente questo non vale solo per me. Per esempio in Calvino è possibile riconoscere diversi modi di scrittura: c’è il Calvino neorealista, c’è il Calvino fantastico, c’è il Calvino nostalgico, c’è il Calvino ironico, c’è il Calvino drammatico. Sono queste le sue svariate voci, le voci di uno scrittore che cerca di avere un legame molto personale con la scrittura.

Hai definito la cronaca giornalistica “l’ornitorinco della prosa”… Perché proprio l’ornitorinco?
Uno scrittore messicano che si chiamava Alfonso Reyes ha paragonato il genere del saggio a un centauro. Il saggio, secondo il suo parere, è un miscuglio di argomenti filosofici, argomenti legati al pensiero, ma è anche narrazione di storie. La combinazione tra pensiero e narrazione dà vita ad una creatura mista, bipolare se vogliamo, che trova raffigurazione nel Centauro. L’ornitorinco sembra essere la combinazione di diversi animali, si potrebbe pensare a cinque specie differenti, in realtà però è uno solo e proprio questa sua particolarità mi ha fatto pensare alla cronaca e alle svariate influenze che essa subisce. La cronaca ha un legame con il giornalismo molto diretto perché narra di storie vere, si rapporta con il racconto perché quello che si narra ha un principio e una fine e un nudo argomentale interessante. Il dovere di cronaca non disdegna il memorialismo, perché spesso si narra di fatti veri, raccontando anche esperienze personali. Io ci vedo anche un forte sodalizio con il teatro, perché la cronaca spesso racconta quello che dice la gente. L’opinione pubblica credo non sia altro che la versione moderna del coro del teatro della Grecia classica, quel coro che nella tragedia greca è la voce di Atena. Tutti questi elementi, da quelli teatrali a quelli giornalistici e letterari, combinandosi, danno vita alla cronaca, un genere a sé, che ha la particolarità di attingere da tutti gli altri. Penso pertanto che se il saggio merita di essere paragonato al centauro, la cronaca meriti di essere paragonata a un ornitorinco, un animale decisamente complesso.

Quanto pensi di essere cresciuto e cambiato come scrittore dal 1980 a oggi?
È difficile rispondere a questa domanda, soprattutto penso che per uno scrittore sia difficile parlare del proprio percorso di crescita. Per esempio Pablo Neruda, il grande poeta cileno, diceva che tutti i primi libri dei giovani poeti cileni sono buoni, perché è la scoperta di una voce e quando una voce nasce ha un suo suono unico, diverso, piacevole e meraviglioso. Le cose cambiano quando uno scrittore o un poeta hanno già delle opere all’attivo: è necessario che scrivano qualcosa di diverso, che si stacchino dal precedente per non ripetere le stesse argomentazioni. Sicuramente anche io cerco di staccarmi dagli argomenti di cui ho già parlato e cerco di proporne di nuovi: quello che però non ho mai perso è l’animo dell’autore che ha appena iniziato a scrivere, quello dell’allievo, del principiante. Io scrivo di diversi generi e ogni volta per me è una nuova prova, ogni pubblicazione per me è una sfida. Ho sempre cercato di mantenere la curiosità alta, la voglia di imparare e di scoprire cose nuove. Mi è capitato di leggere libri di scrittori affermati che hanno individuato nella loro carriera una formula e l’hanno poi sempre adottata nella stesura dei libri, se pur con modalità differenti. A me però sembrava di leggere sempre lo stesso libro, con un titolo diverso e una storia cambiata, ma di base sempre lo stesso romanzo. Questo è un errore che si commette quando si è troppo sicuri di sé, cosa che a me non piace. Io amo essere insicuro, per poter fare sempre meglio.

È domenica, arriva una bellissima recensione dedicata al tuo libro, ma la tua squadra del cuore, il Barcellona, perde la partita. Com’è il tuo umore?
Io sono un tifoso del Barcellona e questa per me è una situazione terribile. Quando la mia squadra perde io non dormo, eppure non sono un bambino! A volte me lo dico: la mia vita non può essere così influenzata dalla gloria o dalla sconfitta del Barcellona. Alla mia età è davvero molto strano, a volte diventa una tortura, però alla fine mi dico che forse è un bene, quello in cui credo non è altro che la magia di un gioco. La delusione per la sconfitta della mia squadra è sicuramente più forte della gioia che può darmi una bella recensione o una buona critica. L’unica cosa che può sovrastare alla delusione della sconfitta calcistica è terminare la stesura di un libro, chiudere quella che è la mia fatica, quella sì che è una sensazione di pura gioia che nulla può schiacciare.

I LIBRI DI JUAN VILLORO



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