Intervista a Katie Kitamura

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Katie Kitamura ha un sorriso radioso. Indossa un colorato vestito a fiori, mi aspetta nella hall del suo albergo, assieme a una preziosa interprete, prima di recarsi in una vicina libreria per un “firma copie”. È a Firenze in occasione della XII edizione del Festival degli Scrittori – Premio letterario Gregor Von Rezzori, a cui partecipa con un romanzo che racconta una vicenda di infedeltà e segreti, un uomo scomparso e la quasi ex moglie che parte alla sua ricerca, il tutto in uno stile distaccato ma nello stesso tempo intenso e coinvolgente. Nella nostra intervista partiamo proprio dalla sua scrittura…




…volutamente scarna, minimalista, che non cede mai a alcun tipo di virtuosismo. Eppure anche senza nessun artificio riesce a coinvolgere e far riflettere, ad aprire riflessioni intime. Come sei arrivata a questo stile? E quanto vi si può rintracciare delle tue origini giapponesi?
Sono cresciuta negli Usa ma all’interno di un ambiente familiare molto giapponese. I miei genitori erano entrambi immigrati dal Giappone e sono convinta che la cultura di questo paese, benché non mi piaccia generalizzare, sia sicuramente molto introversa. Considerando anche il fatto che in famiglia mi parlavano in una seconda lingua, in un certo senso posso dire che mi sono abituata a non affidare del tutto le mie sensazioni alle parole. È come se da un punto di vista emotivo sia abituata a fare una specie di “passo indietro”. Credo questo traspaia all’interno del libro ma in una modalità che mi è apparsa chiara solo quando ho finito di scriverlo. Aldilà del controllo che uno può avere della propria lingua ci sono dei significati che ti possono sfuggire dalle mani e di cui ti accorgi solo in un secondo momento.

Che ruolo occupa la scrittura nella tua vita quotidiana, hai una ferrea disciplina, sempre di stampo “giapponese”, sei metodica o piuttosto segui l’ispirazione?
Un metodo piuttosto disciplinato dovrei averlo, sicuramente lo sono anche stata disciplinata, ma questo prima di avere dei figli! Con una famiglia cambia tutto, mi sono resa conto che il tempo è compresso, devo trovare spazi e momenti adeguati per scrivere, magari brevi e intervallati tra loro. Ma alla fine questa condizione mi piace, mi dà quasi l’impressione che la scrittura sia un qualcosa che succede a latere della vita. Certo, la disciplina è andata a farsi benedire ma per adesso riesco a scrivere ugualmente.

A volte anche le persone con cui si è condiviso tutto nascondono dei segreti. Segreti che finiscono per renderceli quasi estranei. In Una separazione hai voluto scavare dentro i rapporti sentimentali, toccando una questione spinosa, quella della fiducia e della lealtà all’interno delle coppie. Cosa ti ha portato a indagare questo tema?
Mi interessano le situazioni in cui i personaggi si comportano in un modo che loro stessi non capiscono. Questo è il motivo scatenante della mia scrittura, ciò che mi suggerisce l’incipit di ogni mio romanzo. Sono quasi sempre personaggi che non conoscono sè stessi al 100 per cento. Quindi, se non conosci te stesso, come puoi pensare di conoscere alla perfezione qualcun’altro? È un’idea che mi fa pensare e mi affascina, è quella da cui sono partita nella scrittura di Una separazione.

Insomma, viviamo in una società in cui tutto si condivide, raccontiamo ogni istante della nostra vita sui social, poi magari non sappiamo nulla di cosa prova realmente chi ci sta accanto. È una contraddizione che percepisci?
Tutti i rapporti intimi tra gli individui per me sono molto interessanti. Tendiamo da sempre a appiccare addosso a chi ci sta vicino una determinata idea di lui/ lei che abbiamo nella nostra testa. E poi quando l’altro fa un passo appena più in là rispetto a quest’idea proviamo sensazioni contrastanti, analizziamo queste diversità, ne soffriamo, ci arrabbiamo. Il rapporto tra le persone funziona così, è sempre un equilibrio tra queste, chiamiamole incoerenze, che negoziamo e su cui ci confrontiamo con l’altro/a. I social media sono un fenomeno molto interessante, creano un rapporto di intimità che però non si basa su quelle discrepanze con cui incappiamo nella vita reale. Apri Instagram e hai l’impressione di intenderti alla perfezione con i tuoi amici virtuali, perché alla fine non devi negoziare con loro le incoerenze della vita di ogni giorno. E così pensi che siano loro i tuoi veri amici, perché non si mettono in discussione, sono sempre lì, restano sempre gli stessi, così come te li aspetti, così come tu li vuoi vedere. Una separazione è molto critico verso tutti coloro che mettono in scena sé stessi o aspetti romantici delle proprie vite ma nello stesso tempo ne dimostra una forte comprensione. C’è una coppia nel libro che trascorre il viaggio di nozze nello stesso hotel della protagonista, sono sempre felici, innamorati, con le loro effusioni sembrano voler dire a tutti “Guardate quanto ci vogliamo bene”. La protagonista e narratrice è molto secca nella loro descrizione ma nello stesso tempo si capisce che pensa anche lei che quello sia un rapporto che funziona per tanti diversi motivi, in primo luogo proprio perché lo mettono in scena, non solo per loro stessi ma anche e soprattutto per gli altri. È che alla fine recitare ruoli e identità è forse quello che ci fa rimanere persone sane.

Una separazione è più un romanzo sull’amore, sull’infedeltà o più sulla incomunicabilità? Come lo definiresti?
In primo luogo è un romanzo che parla di dolore e di sofferenza. Ma mi fa piacere che tu mi abbia chiesto se possa essere definito un romanzo romantico perché a volte mi sembra di essere l’unica persona a percepirlo come una love story. Però, ecco, penso davvero che lo sia. Per certi versi è come se la narratrice si re-innamorasse del marito nel corso del romanzo. Il titolo fa riferimento alla separazione tra il ruolo che la protagonista sta mettendo in scena come moglie triste per l’accaduto e il ruolo che ritiene di occupare in quel momento nella vita. Ma nell’arco del romanzo questo divario si elide e i due ruoli si confondono e sovrappongono.

Inevitabilmente ci si chiede perché la protagonista del libro sia partita alla ricerca del marito da cui si sta separando. Forse perché non accetta fino in fondo questa rottura? Qual è a tuo avviso la molla che fa scattare la sua ricerca?
E qui si torna a ciò che ho spiegato poco fa. Quando dico che mi interessano personaggi che si comportano in modi che loro stessi non capiscono e che questo è sempre l’incipit di ogni mio romanzo, mi riferivo proprio a questo. All’inizio del libro la narratrice protagonista va in Grecia a cercare suo marito, pur essendosi appena separata da lui. È questo l’evento “incomprensibile” che fa da elemento scatenante della mia narrazione. Quando la chiama la suocera per parlarle della sparizione dell’uomo e chiederle di riportarlo a casa, lei potrebbe benissimo dire “siamo separati, eccetera eccetera”. C’è invece qualcosa che la spinge, la obbliga a partire. Forse per lei alla fine, nonostante tutto, la relazione non si è conclusa completamente.

In Una separazione citi Il colonnello Chabert di Balzac. Lo scrittore francese è un tuo riferimento letterario e se sì quali altri autori puoi annoverare in questa schiera?
Certamente Marguerite Duras è una chiara fonte di ispirazione per questo libro. Apprezzo moltissimo poi il romanziere spagnolo Javer Marias: il riferimento a Balzac nel romanzo è infatti in realtà un riferimento a Marias che cita l’autore francese in uno dei suoi lavori recenti. In generale leggo tantissimi romanzi anche tradotti da lingue straniere.

Ecco, per l’appunto, la traduzione. Cosa ritieni sia più importante per chi si accinge a portare in un’altra lingua le opere di uno scrittore?
Penso che la qualità più importante di un traduttore sia essere un buono scrittore. Questo è ciò che penso io, probabilmente parlando con altri autori verrebbero fuori altre priorità. Quello che conta per me è far emergere una voce, trovare un modo perché questa si possa avvertire con forza, nel linguaggio con cui viene tradotta l’opera. Preferisco che il traduttore si prenda tutte le libertà del caso, tutte quelle che risultano necessarie, per far sì che questa voce si senta con chiarezza. È interessante, quando viaggi nei vari Paesi, fai presentazioni, interviste, parli con giornalisti e lettori, hai la percezione di come sono state tradotte le tue opere sulla base delle domande che ti vengono rivolte. Ed è per questo che penso che la traduzione italiana sia stata fatta molto bene.

Collabori con diverse riviste come critica letteraria. Pensi che questo ti aiuti anche nella tua attività di scrittrice?
Recentemente ho dovuto scrivere un testo non-fiction per un festival letterario a Roma, una sorta di saggio, quindi, non un romanzo ma un testo breve che parlava di un altro scrittore, Peter Handke. Questo lavoro mi è stato molto utile: come autrice di romanzi, pensare all’opera di un altro mi ha aiutato a reinquadrare la mia attività di scrittrice in una visione di più ampio respiro. Sicuramente può essere molto utile lavorare su entrambi i lati della scrittura. Di certo è anche un’arma a doppio taglio, può essere anche rischioso, per questo cerco di non fare troppo critica letteraria quando sto lavorando a un romanzo.

Quali sono le regole per te per una buona recensione?
Come lettrice mi piace una recensione di un libro quando noto che il critico utilizza il testo come punto di partenza per una serie di idee originali. Quindi non sono interessata a dei semplici riassunti della trama di un’opera né tantomeno alla descrizione precisa dello stile della prosa, sono in grado di capire da sola queste cose, senza bisogno dell’analisi di altri. Mi piacciono quelle recensioni dove percepisco idee e personalità di un critico che ha davvero studiato e analizzato il libro, allora sì che mi diverto e che mi godo la lettura.

Una separazione presto diventerà un film. Collaborerai a questo lavoro?
Sì, il film è in fase di lavorazione e mi sto occupando della sceneggiatura. Quando lavori a un romanzo fondamentalmente sei da solo invece quando c’è una traduzione o una resa filmica la scrittura diventa un processo collaborativo. Personalmente non posso che approvare, anzi ne sono felice, se il film è diverso dal libro o la traduzione si discosta dall’originale, perché così si capisce che il romanzo vive di una sua vita propria oltre a quella che gli ho dato io.

I LIBRI DI KATIE KITAMURA



 

 

 

 
 
 
 
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