Intervista a Kim Thúy

Kim Thúy
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La incontriamo alla fiera della piccola e media editoria di Roma, Più Libri Più Liberi, dove è ospite della casa editrice Nottetempo che pubblica le sue opere in Italia. Con Kim Thúy e la bravissima inteprete sediamo in disparte, spartanamente accovacciate su di un gradino, a pochi passi da luci, libri, persone. Che forse ancora non conoscono la storia di questa minuta, gentile, sorridente scrittrice vietnamita. 
La tua autobiografia ci dice che sei stata inteprete, avvocato, restauratrice, chef e cronista grastronomica. A questo punto viene spontaneo chiederti: come sei arrivata a “diventare” scrittrice?
La mia è la storia tipica di molti immigrati: si finisce per fare non ciò che si vorrebbe, ma quello che ci viene offerto, approfittando delle occasioni, delle possibilità, donna delle pulizie piuttosto che ingegnere. Nel mio caso, arrivata a trentanove anni, mio marito mi ha fatto capire come fosse arrivato il momento di decidere cosa volevo fare davvero “da grande”: tutto ciò imponendomi un mese di pausa, in cui non avrei dovuto far altro che riflettere, perché, avendo ricevuto molte e diverse offerte di lavoro, ero indecisa, e avevo perfino usufruito di consulenze psicologiche per cercare di capire quali fossero le mie tendenze.


Che cosa è accaduto in quel fatidico mese?
Ho riflettuto, così come mio marito mi aveva “imposto”. Avendo tanto tempo a disposizione,  riuscendo e dovendo stare ferma nello stesso posto per un lungo periodo (perché poi i mesi sono diventati due, tre, quattro, fino a trasformarsi in un anno), in uno stato d'animo rilassato, ho cominciato a riscrivere al computer cose vecchie, scritte in passato.


Quindi possiamo dire che Riva è nato anche grazie a tuo marito, e che da quel momento in poi hai scelto chi volevi essere?
Sì, alla fine la scrittura ha prevalso e vinto, e da tutto questo è nato Riva, un libro che ha avuto fin da subito un successo di pubblico e critica inaspettato.


Quanto c'è di autobiografico in questo romanzo, e quanto, invece, è frutto di ricerche ed interviste?
Riva è molto vicino al mio vissuto, anche perché ho iniziato a scriverlo non immaginando un pubblico di lettori, non pensando alla pubblicazione, ma solo per me stessa. Il mio primo amore sono le parole, e scegliere una storia legata alla mia esperienza mi ha permesso di concentrarmi proprio sulla struttura, in modo semplice ed immediato senza dover fare ulteriori ricerche. Inoltre volevo che, attraverso una vicenda simile alla mia, i miei figli conoscessero  la storia di tutti i vietnamiti in Canada: non mostrando loro solo i “fatti” nudi e crudi, ma facendoli entrare nell'universo, nelle emozioni di un'intera comunità. Comunque, tendo a ribadirlo: non è la “mia” storia, perché raccontare solo quella sarebbe stato noioso, forse perfino banale.


Come descriveresti il tuo libro a chi non l'ha ancora letto?
Come una serie di micro-racconti, il cui filo conduttore è la presenza di uno stesso personaggio per poter tracciare un quadro organico. Riva non racconta una verità storica ed ufficiale, ma sensazioni in cui potersi ritrovare. Senza dimenticare, del resto, che gli avvenimenti descritti sono realmente accaduti, spesso proprio a me, anche se ora non potrei dire né quando né come: li ho ripresi in un contesto generale, rielaborandoli, intepretandoli e facendoli diventare una collezione di memorie.


La tua scrittura, limpida, lineare, sembra quasi poggiare sull'acqua senza fare rumore: quanto sono contate le tue origini nel creare questo stile tanto particolare?
Nulla, in realtà! Il Vietnam è un paese densamente popolato, dove c'è molto rumore, e anche molto forte, specie nelle grandi città dove ho vissuto, ma allo stesso tempo anche un grande riserbo. Quello che ho voluto fare con il libro è stato “costruire” uno stile lieve, capace di entrare dolcemente, in modo quasi subliminale, con “voce silenziosa”, nella mente del lettore.


In quale modo sei riuscita ad ottenere l'effetto desiderato?
Rileggendo ogni giorno quanto avevo scritto la volta precedente, in modo che tutto fosse “leggero” allo stesso modo, omogeneo, ed eliminando quanto, secondo me, poteva creare disturbo. Perché, alla fine, il risultato che volevo raggiungere era che parole e storie fossero sullo stesso piano, senza che una parte prevaricasse l'altra attirando così l'attenzione del lettore.


Oggi, scrittrice di successo con un passato di migrante alle spalle, a quale delle tue “patrie” senti di appartenere davvero?
Non credo, nel mio caso, di poter parlare di vere e proprie radici, specie se per radici si intende un luogo fisico, reale, in cui cresciamo e in cui, una volta lontani, possiamo far ritorno. In passato ho cercato di trovare la mia “casa”, così come di farla trovare anche ai miei figli, ma andando avanti nel tempo mi sono resa conto che per appartenere ad un luogo non occorre farne la propria residenza. Per me le vere radici sono quelle impalbabili date dalla cultura del paese in cui ci si viene a trovare: ed ecco perché le mie vere origini sono in tutte le culture in cui ho vissuto, cosa che considero una ricchezza tanto per me quanto per i miei ragazzi.

I libri di Kim Thúy

 

 

 

 
 
 
 
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