Intervista a Laia Jufresa

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L’appuntamento è alle 16, alla sala Lounge di Più Libri Più Liberi, proprio sotto alla Nuvola. Il suo è uno degli ultimi romanzi che ho letto nel 2017, ed è in buonissima compagnia (tra gli altri, Zadie Smith, Eskol Nevo, Jennifer Egan) eppure il primo romanzo di Laia Jufresa non sfigura neanche un po’ e anzi risplende e risplende e mi lascia con la speranza, vista la giovane età della scrittrice, di leggere al più presto qualcosa di nuovo... (ehi SUR, parlo anche con te!).




Città del Messico è sterminata. Tu nel tuo Umami hai scelto di narrare una realtà piccola, microscopica, quella di un comprensorio. C’è un rapporto tra queste due realtà? Hai scelto di narrare una in contrapposizione dell’altra? O forse città così sterminate alla fine si compongono proprio di microcosmi di questo tipo?
Sì, è esattamente così. Io sono nata a Città del Messico ma sono cresciuta in campagna e sono tornata a vivere in città solo all’età di 15 anni. E quello che mi ha sempre colpito molto della città è il paradosso per cui non conosci magari il vicino che abita a pochi di metri da te, mentre in campagna, dove lo spazio è molto più ampio, anzi proprio per questo, hai rapporti con le persone che abitano in posti anche molto distanti da te. Ma in verità la scelta di rappresentare in Umami un microcosmo non è stata “programmatica”, non c’è stata una scelta razionale, semplicemente ho seguito le voci dei vari personaggi ed è venuto fuori questo romanzo.

Due personaggi hanno subìto un gravissimo lutto e in un punto del tuo romanzo fai dire a uno di loro che è solo un cliché quello secondo il quale i messicani sanno convivere con la morte... perché hai voluto costruire il romanzo intorno a due assenze così forti?
Anche qui, mentre lo scrivevo non me ne accorgevo. Ma poi, guardandomi indietro, mi sono chiaramente resa conto che avevo cercato di dare uno spazio al lutto, perché il Messico è un paese in lutto permanente, in cui le morti tragiche sono all’ordine del giorno. Solo nell’ultimo anno sono stati 30.000 i desaparecidos, più di tutti quelli che ha causato la dittatura in Argentina. È una situazione tragica, di cui fuori del Paese si parla molto poco, e quello che succede alle persone comuni che perdono una persona è che non c’è spazio per il loro lutto, perché la morte di qualcuno diventa solo un numero fra tanti e questo li priva della possibilità di vivere un lutto privato e personale, perché rientra nello “stato di guerra” del Paese. Detto questo, non volevo però far entrare la violenza nel mio libro, che è stato scritto tra il 2012 e il 2013, un periodo in cui tutti parlavano di violenza, erano usciti molti libri sull’argomento e la violenza aveva occupato tutti gli spazi pubblici. Questo è anche il motivo per cui ho ambientato la storia nel 2004, l’anno in cui appunto è iniziata questa guerra messicana della droga che sta uccidendo molte più persone della droga stessa.

Il libro è diviso in 4 parti e ciascuna parte è divisa in 4 anni, che vengono narrati a ritroso. Come è stato invece il processo di scrittura e perché questa disposizione dei capitoli?
All’inizio cercavo solo delle voci, le voci dei personaggi, ed ero convinta di scrivere una raccolta di racconti. Quando poi questo materiale si è trasformato in un romanzo ho deciso di dargli una struttura che va a ritroso nel tempo perché volevo dare voce a Luz, la bambina che muore, e allo stesso tempo volevo evitare a tutti i costi di scrivere un romanzo in cui i morti parlano. Volevo che la bambina fosse viva al momento della narrazione. All’inizio lo avevo sistemato in modo che tutti gli anni fossero narrati per intero, prima il 2004, poi il 2003, poi il 2002 e così via, però era molto difficile per il lettore ricordare dei dettagli che magari nel libro erano stati raccontati 100 pagine prima. Ho iniziato quindi a spezzettare i capitoli dei personaggi nei vari anni e questo mi ha dato molta più libertà nel creare dei ponti comunicanti tra i vari personaggi nei diversi anni e anche di permettere al lettore di leggerlo più agevolmente.

La componente femminile del romanzo è molto forte: anche dove a narrare è un uomo, la sua narrazione è intorno all'assenza di una donna. È una scelta programmatica o spontanea?
In realtà è stato totalmente spontaneo. Ma dopo averlo scritto credo che se lo avessi deciso consciamente avrei preso la stessa strada, perché purtroppo nella letteratura contemporanea, almeno in quella messicana, i personaggi femminili sono quasi sempre assenti. Ci sono scrittrici, molto molto brave, ma i personaggi femminili complessi sono veramente molto difficili da trovare, se ci sono delle donne sono molto stereotipate, molto piatte per questo mi è sembrato importante dargli voce.

Quello che ho apprezzato moltissimo nel tuo libro è l'empatia che provi per ciascuno dei tuoi personaggi. Per ognuno di loro, anche nel caso di una madre che lascia la propria figlia, usi parole affettuose, come se sospendessi il giudizio e semplicemente ti sentissi vicina a loro. È sempre così?
Credo che per me scrivere sia proprio questo, cioè non poter veramente giudicare qualcuno, non potersi fare un’idea netta su qualcuno e questo è anche il motivo per cui il finale del libro è quello che è. Il lettore che arriva all’ultima pagina vorrei che non fosse in grado di giudicare Linda. Nell’episodio di Alfonso, per esempio, funziona un po’ lo stesso meccanismo: quando ho scoperto che esistevano queste “reborn dolls” mi sono venuti i brividi, mi sembrava una cosa terribile, tutta la sua storia ho provato a scriverla invece in un modo comprensivo, ho cercato di trovare il lato positivo di questa storia per evitare qualunque tipo di giudizio. Credo che la parola empatia sia la parola corretta perché non voglio presentare i miei personaggi ai lettori giustificandoli, dicendo “questa è una persona per bene, devi volergli bene…”, voglio che il lettore conosca a poco a poco il personaggio, imparando ad amarlo con i suoi pregi e i suoi difetti. Quello che un libro ti permette di fare è proprio questo: provare empatia per persone che sono anche molto distanti da te, cosa che nella vita non sempre è possibile dal momento che viviamo in delle bolle in cui frequentiamo solo persone che ci somigliano.

Un’ultima domanda: mi ha colpito tantissimo la scena in cui Chela, durante un viaggio di ritorno dalle vacanze in macchina, all’improvviso fa una inversione di marcia perché ha visto una vasca da bagno sul tetto di un palazzo e ha deciso di prenderla… È una scena dalla potenza visiva tale che mi viene in mente che sia stata tu stessa a vederla... è così?
Sì, è un dettaglio autobiografico perché nella casa di quando ero bambina c’era una vasca e mia mamma effettivamente l’aveva trovata come ha fatto la mamma di Pina. Non ho assistito realmente alla scena ma è una storia che mi è stata raccontata da bambina e mi ricordo che ammiravo tantissimo mia mamma per aver fermato la macchina, essere tornata indietro, ecc. ecc. Un dettaglio però che è molto importante dal punto di vista dello scrittore, più che da quello del lettore, è che la storia di Pina è narrata in terza persona, quindi non è lei che vede la mamma, ma è il narratore che può vedere lei assistere a questa scena. Sono molto contenta che questa scena ti abbia emozionato perché Pina nel romanzo viene percepito come personaggio secondario, quasi nessuno mi fa domande su Pina nelle interviste, ma questa scena mi piace così tanto e mi sembrava così forte che ho deciso, quando l’ho scritta, che Pina non avrebbe avuto una quarta parte, tutti i personaggi hanno 4 capitoletti, Pina ne ha 3 e la sua parte si conclude proprio con questa scena dell’acqua della vasca che cade dal tetto. Avevo provato a scrivere una quarta parte anche per lei, soprattutto perché all’inizio ero molto legata alla struttura rigorosa delle 4 parti per ciascun personaggio. Con il passare del tempo però mi sono resa conto che quella quarta parte non aveva lo stesso impatto e ho deciso di non inserirla.

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