Intervista a Laura Malinverni

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Laura Malinverni è un’appassionata studiosa di astrologia: tiene conferenze in giro per l’Italia e scrive su riviste di settore (interessante e singolare, fra i tanti, il contributo presentato ad un convegno romano sulla figura di Amy Winehouse). Ma Laura ha anche un altro grande amore: la storia ed in particolare il periodo rinascimentale. Gestisce un blog in cui si occupa di storia della cucina e una interessantissima pagina Facebook sulle donne del medioevo e del rinascimento. La contatto via mail per parlare del suo ultimo libro.




I cento giorni del Duca è ambientato in epoca rinascimentale, così come i tuoi due precedenti romanzi. Da cosa nasce questa tua passione?
Amo molto la storia e, siccome sono di natura curiosa, anche la ricerca storica. Molti anni fa, circa venticinque, mi appassionai alla relazione d’amore “scandalosa” fra il quinto duca di Milano Gian Galeazzo Maria Sforza, che tra l’altro è il convitato di pietra de I cento giorni del Duca, e Lucia Marliani, dama di grande bellezza, sposatissima (come del resto era Galeazzo Maria). Cercare all’Archivio di Stato di Milano le tracce delle corrispondenze di questo duca, che per fortuna ci sono giunte in grandissimo numero e scritte spesso di suo pugno, addirittura sotto forma di fogliettini (veri e propri pizzini) con cui il duca ordinava ai suoi funzionari e camerieri le spese da fare, i comportamenti da tenere, le punizioni da applicare, tutto questo ha fatto scoccare in me la scintilla dell’innamoramento per questo tipo di ricerca. Ho capito presto che le lettere dal passato non erano semplicemente evocative, ma che la realtà supera spesso la fantasia e non è raro che seguendo la traccia delle missive dei personaggi storici si arrivi a comprendere così bene il loro carattere da immaginare fatti prima di sapere che si tratta di eventi realmente accaduti.

Il romanzo è incentrato sulla figura di Ludovico Il Moro – personaggio su cui pendono giudizi non sempre lusinghieri - in un periodo particolare della sua vita: è passata l’età dell’oro che attrasse a corte personaggi del calibro di Bramante e Leonardo. Il Moro che ci racconti scivola velocemente verso la disfatta, tanto che nell’aprile del 1500 verrà catturato a Novara dai Francesi nell’umiliante tentativo di mettersi in fuga travestito da fante svizzero. Perché la scelta di narrare proprio questa fase della vita del Duca di Milano?
Perché la fase di declino di Ludovico il Moro compendia in un certo senso la sua vita, facendo comparire ombre che il suo periodo migliore aveva coperto. La sua figura, ridimensionandosi, diventa finalmente obiettiva: non fu solo i principe munifico e brillante, saggio, paziente, tanto simpatico ai cortigiani (aveva pure fama di essere un grande amatore), ma anche un uomo contraddittorio, ipocrita, superstizioso, schiavo dei pronostici dei suoi astrologi e di un’inconfessabile mancanza di coraggio. Il Moro non aveva saputo o voluto sublimare la sua ambizione e a un certo punto della sua esistenza, dopo anni e anni di comando esercitato dietro le quinte, in pieno delirio di onnipotenza, mentre scherzando (ma non troppo) con gli ambasciatori asseriva che “il Papa era il suo cappellano, l’Imperatore il suo condottiero e il Re di Francia il suo corriere”, aveva pensato di poter togliere di mezzo ogni ostacolo che si sovrapponesse tra lui e il potere vissuto in prima persona. Da quel momento la sfortuna non lo avrebbe più abbandonato e lui sarebbe diventato un personaggio tragico.

Nel tuo racconto una luce particolare illumina le figure femminili - penso soprattutto a Isabella d’Aragona e a Lucrezia Crivelli – che sembrano adattarsi maggiormente alle capricciose oscillazioni della ruota della Fortuna. È una scelta puramente narrativa o ha un fondamento storico?
Assolutamente non si è trattato di una semplice scelta narrativa. Le donne, in quegli anni incerti, rappresentavano la continuità attraverso la cura dei sentimenti e i figli, ma oserei dire anche attraverso la loro peculiare flessibilità che diventava al tempo stesso la loro forza. Un ruolo che del resto hanno rivestito in ogni periodo storico! Isabella d’Aragona, per citare solo una delle protagoniste femminili, di lì a pochissimi mesi avrebbe inaugurato la sua seconda vita come duchessa di Bari, riscattando una prima gioventù tribolata e mettendo in luce le sue doti di donna colta ed equilibrata; lei era superiore a molti dei cortigiani con cui il Moro si era compiaciuto di circondarla e farla spiare! Ma anche Caterina Sforza, altro personaggio femminile di polso, avrebbe rivelato le sue molte risorse e la capacità di risorgere dalle ceneri.

Se tu potessi vivere per un giorno la vita di una delle tante figure femminili che compaiono nei tuoi romanzi, quale sceglieresti e perché?
Fermo restando il fatto che i miei “viaggi di carta” nelle missive autografe del tempo mi hanno consentito di vivere molte vite con l’immaginazione, credo che se dovessi scegliere una vita per un giorno guarderei proprio ad una delle due donne che ho appena citato: Isabella o Caterina. Perché entrambe, pur non rinunciando al ruolo che il periodo imponeva loro, dimostrarono di saper vivere benissimo e di gestirsi perfettamente anche in modo autonomo, con carttere e interessi molto vasti. Inoltre non ebbero paura di andare controcorrente: Isabella a Bari sfidò i moralisti reclamando di vivere un amore cortese, dopo anni di disgraziata vita coniugale a Milano e fu per anni la musa ispiratrice di Prospero Colonna, poetessa e mecenate; mentre Caterina fu una sperimentatrice di emozioni, moglie, madre, amante, guerriera, erborista e alchimista...

Nel tuo profilo facebook, passi tranquillamente da splendide foto di luoghi ameni a ritratti rinascimentali, dalla poesia a curiose miniature estrapolate da antichi manoscritti. I tuoi interessi sono davvero variegati, lo sono i tuoi prossimi progetti editoriali?
Come si sarà capito, trovo estremamente interessante la storia vista dalla prospettiva femminile, cioè quella che di solito nei libri non si legge. Le donne del Quattrocento e del Cinquecento vivevano per lo più in funzione del matrimonio e ne erano consapevoli, molto spesso orgogliose: sapevano di essere strumenti politici ma anche che le loro vite, per quanto coperte da riservatezza e pudore, potevano diventare molto significative. Andavano a scrivere la storia, quella vera, fatta di sentimenti e di quotidianità: erano le donne a favorire – nel privato – scelte, sodalizi, rotture, tradimenti, amori, odi o vendette. Ecco, mi piacerebbe dare voce a storie vere di donne del periodo che amo, anche mettendo in luce sorprendenti punti di contatto con problematiche femminili di oggi. Un altro progetto che mi intriga, vista la mia passione per la storia della cucina, è un saggio sulle abitudini alimentari del Ducato di Milano al tempo degli Sforza: ci sono arrivati documenti dettagliatissimi sulle feste, sui tornei, sulle rappresentazioni, sulle mode di corte, ma si sa relativamente poco sulle composizioni dei menu sforzeschi. Eppure nelle corrispondenze i peccati di gola di Francesco Sforza, di Ludovico il Moro, di Bianca Maria, di Gian Galeazzo e di molti altri sono chiari, in certi casi anche piuttosto divertenti.

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