Intervista a Leo Ortolani

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Pisano classe 1967, Leo Ortolani è il padre di Rat-Man, vero e proprio personaggio cult del fumetto italiano. La sua laurea in Scienze Geologiche, assieme alla passione per I Fantastici Quattro di Jack Kirby e di Stan Lee, ha dato vita a un composto chimico esplosivo, uno stile unico che unisce parodia e fumetto super-eroistico. Vincitore di numerosi e prestigiosi premi (l’ultimo dei quali, nel 2016, Premio Micheluzzi come “Miglior serie dal tratto non realistico” per la serie Rat-Man), autore di strisce e volumi speciali, amante del cinema, è stato indicato dalla prestigiosa rivista statunitense “The Jack Kirby Collector” come uno degli eredi del “Re”.




Hai annunciato che nel 2017 concluderai la saga di Rat-Man, dopo ben venti anni. Come pensi reagiranno i tuoi lettori? Ci sono nuovi progetti seriali all’orizzonte?
I miei lettori camminano verso il finale, lentamente, un poco tristi, ma sto cercando di realizzare il più bel finale che possano leggere, dopo vent’anni di Rat-Man. Non ci saranno altre cose seriali. Non come questa, almeno. Forse non sembra, ma dopo vent’anni di scadenze di ferro, si ha anche voglia di lavorare con più calma.

Nota bene: questa è una domanda nerd. Le retcon della saga di Rat-Man sono pensate a monte o sono capitate per caso? Segui uno schema di sceneggiatura fisso?
Tutto avviene per caso. Se poi la tua capacità narrativa ti aiuta, riesci a raccontare tutto e, subito dopo, il contrario di tutto. E tutto risulta perfettamente plausibile. SE. Che qui ogni schema prefissato salta, non appena la storia inarca la schiena.

Credo che la parodia crei “comunità”, affinità elettive. È questo il tuo superpotere?
Non so… Diciamo che mi piace fare comunella con i gruppi di persone con cui sto bene. Tipo i miei lettori. Così mi diverto a divertirli con le mie “parodie”, cioè con storie che prendono giusto degli elementi dall’originale e poi li rifrullano in altro, che spero ugualmente godibile.

Esiste una differenza fra chi legge libri e chi legge fumetti? O sono due mondi paralleli e non comunicanti?
Beh, c’è gente che legge libri a fumetti. E il cerchio si chiude. Io penso che leggere sia già bello, poi ognuno può spaziare, come faccio io, dal volantino immobiliare al romanzo, al romanzo a fumetti, all’albo a fumetti, alla targhetta dell’ascensore. Leggere è il punto in comune di queste due forme di arte, letteratura e fumetto. Dopo di che, ognuna contiene linguaggi specifici che non possono essere trasferiti dall’uno all’altro mondo. E va anche bene così, eh?

A cosa pensi sia dovuta la recente apertura dei festival letterari al mondo dei fumetti?
Perché i fumetti vendono. E anche tanto. E grazie ad alcuni autori, le librerie si sono interessate a questo genere di racconto e di conseguenza i festival della letteratura. Io ringrazio molto, ma preferirei che ci fossero festival del fumetto che si aprono al mondo letterario. Allora avremmo raggiunto quella pari dignità che ancora manca, nonostante si stia lavorando in quel senso da tempo.

Talvolta ho l’impressione che il mondo della scrittura in Italia sia come chiuso nell’abbazia de Il nome della rosa. Perché abbiamo paura del riso?
Il riso è da sempre considerato un prodotto “basso”. Piuttosto il pianto. Il pianto nobilita il racconto, tipo “soffro nobilmente”. Ma chi fa ridere è un buffone. Un giullare. Così ci si perde una bella parte di vita vera. E se devo dire la verità, nemmeno nel romanzo a fumetti si ride molto. Anzi.

Quale tuo lavoro consiglieresti per primo a un lettore che ancora non ti conosce?
Avrei l’imbarazzo della scelta. Ma direi che The Walking Rat (Panini Comics) potrebbe essere un buon punto di partenza.

I FUMETTI DI LEO ORTOLANI


 

 

 

 
 
 
 
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