Intervista a Lia Migale

Lia Migale
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Quando incontriamo Lia Migale l’aula dell’università è ancora tiepida degli odori degli studenti appena sciamati fuori. Chissà se qualcuno di loro conosce la “doppia vita” della loro prof di Economia, divisa tra rigorose pubblicazioni accademiche e personaggi romanzeschi dalle complesse psicologie. Con lei parliamo della storia di una sparizione misteriosa e della complicata ricerca (anche interiore) che ne deriva.
Di solito si pensa ai numeri e alla matematica come a qualcosa di completamente opposto rispetto ai voli pindarici concessi dalla letteratura. Tu concili in modo perfetto questi due mondi. Quale delle due passioni è nata prima? Convivono pacificamente o talvolta hai l’impressione che l’una possa prevaricare sull’altra?
Magari in modo perfetto! Ma grazie di pensarlo. Quello che so rispetto a questo rapporto biunivoco è con i numeri mi diverto e con le parole mi appassiono, nel senso che attraverso il mio mestiere di economista sono chiamata a costruire scenari: è economico impiantare questa impresa? Come si fa a rendere più economici i musei? E per rispondere io uso i numeri, faccio somme e sottrazioni, calcolo percentuali e indicatori e do una visione del futuro. Con questo lavoro, che ho svolto sempre in termini di ricerca (ogni volta un problema con caratteristiche proprie) ho visto cose del reale e ho viaggiato, sono entrata nelle case di persone molto diverse, ho visitato le fabbriche dell’ex Unione sovietica e le case delle contadine povere del Vietnam. Per questo risolvere un problema è una cosa allegra. La scrittura invece scava, costruisce gli scenari dell’anima. E ciò mi appassiona. Ma tutti e due i mondi, quello dei numeri e quello delle parole, permettono di guardare oltre, appunto di costruire scenari.  Inoltre, sia la scrittura che la parola hanno bisogno di costruirsi nella bellezza. In matematica si dice che tra due formule che danno lo stesso risultato la più vera è la più bella. Per me la bellezza, nella frase come nel prospetto contabile, ha a che fare con l’eleganza e con la sintesi. C’è un’origine, una data d’inizio per quello che si fa, per come si è? Non saprei, so che mio padre mi ha dato il gusto della parola poetica, mentre con mia madre capivo i numeri. Ero entrata dentro, mi ero innamorata di questi due mondi. In egual misura e pacificamente? No. Decisamente no. Io sono due, a volte unite, a volte separate e conflittuali. Ognuna di me vorrebbe prevalere sull’altra, pensa di potermi salvare dall’altra.
 

Hai dichiarato che La donna del diavolo non è un libro politico, tuttavia la politica ne è indubbiamente una componente importante, non foss’altro perché lo è nelle vite dei tuoi protagonisti. E per te? La tentazione di vedere qualche risvolto autobiografico nel gruppo di amici (alla deriva) che racconti è forte…
Quando dico che non è un libro politico intendo dire che non prende posizione e non è ideologico. Ma certamente è un libro che parla di politica, dove la politica è il nodo centrale. Infatti i miei personaggi sono intessuti da un modo di vedere il mondo come lo era negli anni ’70: con la voglia di riformare la società, di renderla più solidaristica, più uguale, con più diritti e, perché no, più felice. E questa certamente è la storia della mia generazione, dei miei amici. Però, il racconto si svolge alla fine degli anni ’80, un periodo storico che vede sconfitti quei valori. Con la caduta del muro di Berlino si apre una fase storica in cui l’individualismo diventa l’ideologia vincente. Ecco, il mio romanzo non vuole prendere posizione. Era meglio prima? Non so, devo riconoscere che la libertà individuale è un valore altamente positivo. Contiene il germe della responsabilità individuale di fronte alla vita e agli altri. Quello che il mio libro dice è che il passaggio è segnato da un cambiamento epocale non solo di tipo geopolitica (la fine dell’impero del male, relazione tra stati) ma anche da un cambiamento del modo di relazionarsi tra gli individui. E i concetti di bene e male devono essere rivisti. E questa è una riflessione ancora aperta...
 

Il bilancio della generazione di chi, come Antea, ha vissuto le grandi utopie politiche degli anni Settanta, risulta nel tuo romanzo piuttosto fallimentare. In particolare gli amici “superstiti” di Antea sembrano tutti afflitti da un’infinita, invincibile solitudine. Perché? Cosa credi li abbia portati a diventare degli adulti così irrisolti?
E’ proprio quello che dicevo prima. E’ difficile prendere improvvisamente in mano la propria vita come fatto individuale, quando prima tutto era comune. Si viveva insieme, si viaggiava insieme. Si discuteva dei problemi più intimi con gli altri. Io non posso scordare i tanti che si sono persi con la droga, con la follia, o quelli che hanno scelto la lotta armata. Sì, c’è stata tanta solitudine. Le sconfitte segnano. Ma dalle sconfitte può nascere il nuovo. Occorre però non dimenticare e soprattutto saper comunicare con le generazioni che non hanno vissuto quelle esperienze.
 

“Essere di sinistra non vuole dire più niente?”, si interroga uno dei personaggi del tuo libro, riflettendo sui profondi cambiamenti che si intravedono all’orizzonte (il romanzo è ambientato nell’89, l’anno della caduta del Muro). Tu come risponderesti a questa stessa domanda?
Quando Ninni, la migliore amica di Antea che è scomparsa, dice questa frase la dice non perché ci crede, ma perché si domanda quali sono i contenuti che riempiono il concetto di sinistra. Non solo in termini strettamente politici o strategici, ma anche in termini affettivi. Infatti il mio romanzo indaga su come, a partire da una svolta politica, cambiano anche i rapporti umani. Il collante che tiene insieme la società. Solidarietà, eguaglianza, difesa dei diritti delle persone e delle differenze sono, io credo, ancora valori di sinistra. Il problema e che questi valori devono integrarsi all’interno di un grande valore di libertà individuale, che non è individualismo, ma riconoscimento non rituale delle differenze. Questo non è affatto facile: come è possibile che la tua libertà riesca a non ledere la mia? Pensaci sulla tua vita, sui tuoi desideri, sul tuo amore e capisci quanto è difficile. E questo significa anche capire come è importante in politica il valore dei sentimenti. Oggi nella sinistra ci si divide più di quanto ci si unisca, ci si dimentica dell’amicizia...
 

Quali sono gli scrittori ai quali guardi con maggiore attenzione? Hai dei modelli letterari?
Il piacere della lettura non risponde a modelli. Sono tanti gli scrittori e le scrittrici contemporanei che amo. E sono molte le letterature che apprezzo. Mi piace la scrittura densa, non mi piace molto il minimalismo. Mi piacciono le storie che mi mostrano qualcosa o qualche sentimento che non conosco. Mi piacciono le bandes dessinées. Mi piacciono i romanzi che hanno un pensiero. Mi annoio con le storie per non pensare. Mi piacciono i vecchi gialli che sapevano creare un’atmosfera. Potrei dire tanti nomi, ma ne dimenticherei troppi. Posso invece citare qualche autore della mia formazione: Robert Musil, Emilio Gadda, Clarice Lispector, James Joyce, Thomas Bernhard, Elsa Morante, Anna Maria Ortese... Insomma i grandi autori del ‘900.
 
I libri di Lia Migale

 

 

 
 
 
 
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