Intervista a Lizzie Doron

Lizzie Doron
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Il suo stile è lieve e profondo, di quelli che toccano il cuore con la semplicità della vita vissuta. I suoi personaggi sono parrucchieri, macellai, casalinghe, estetiste: gente comune segnata da un passato indicibile, l’Olocausto. Sullo sfondo Israele, il conflitto con i palestinesi, la ricerca della felicità in un paese lacerato dall’interno. Lizze Doron, nata a Tel Aviv nel 1953, con i suoi romanzi ha portato nel mondo la storia non solo della sua famiglia ma di un’intera generazione di israeliani. Vincitrice di numerosi riconoscimenti – in Italia,  il premio Adei-Wizo e il premio Francesca Alziator –  Lizzie ha un'urgenza narrativa che nasce dal profondo: dare voce alle storie non raccontate, come quella di sua madre, Helena, che è morta senza averle mai rivelato la terribile esperienza della guerra e del lager.

Nei tuoi libri racconti Israele da un punto di vista particolare, quello dei sopravvissuti alla Shoah e dei loro figli: come è crescere divisi tra questa doppia identità, quella del mondo di là e del mondo di qua?
Significa crescere circondati da un mondo surreale, chiedendosi ogni giorno: ma cosa sta accendo intorno a me? Poi con l’aiuto dello psicanalista, e nel mio caso anche della scrittura, si ritorna pian piano ad essere persone quasi normali.


La memoria è la tematica di fondo dei tuo romanzi, come se volessi ricostruire tutti i silenzi di tua madre attraverso la scrittura, salvare dall’oblio le storie mai raccontate…
Anche se tormentate e certe volte pazze quelle persone, sopravvissute alla Shoah, erano persone meravigliose, persone che hanno avuto il coraggio di riprendere a vivere e costruire nuove famiglie. Per loro noi bambini eravamo tutto. Noi bambini dovevamo vivere e pensare solo al futuro. Per questo, spesso non ci raccontavano niente del loro passato. Sfortunatamente una delle frasi che ripetevano più spesso si è rivelata falsa: ciò che non si sa non fa male.


Hai iniziato a scrivere relativamente tardi, qual è stata la molla che ha dato il via alla necessità di mettere su carta i ricordi e i protagonisti della tua infanzia?
Mia figlia torna a casa da scuola e mi dice che deve preparare il progetto “Radici”, ossia raccontare la storia della sua famiglia. Io non avevo niente da dirle. Allora ho preso una pausa dal mio dottorato (che poi non ho più finito) e ho iniziato a scavare e a collezionare i pochi ricordi e i pochissimi documenti che avevo, per far prendere un buon voto a mia figlia. Così è nato il primo libro.


Da Perché non sei venuta prima della guerra? a Giornate tranquille tu metti in scena tanti personaggi, tante storie diverse di gente comune che cerca di ricostruirsi una vita, una felicità, in un mondo che non gli appartiene mai del tutto: ce n’è uno a cui sei più legata?
Per me sono tutte persone preziose. Da Giornate tranquille voglio ricordare Zeitchick il parrucchiere, una persona con un’anima delicata. Passavo molto tempo nel suo negozio, dove ascoltavo le storie delle sue clienti. Mi ha sempre colpito il modo in cui lui le ascoltava mentre accarezzava loro i capelli e ogni tanto guardava anche me come affetto e comprensione.


Nei tuoi romanzi le guerre tra israeliani e palestinesi sono vissute come una sconfitta dai sopravvissuti alla Shoah, una sorta di condanna senza fine che spesso porta via i loro figli. Tu credi che possa esistere una riconciliazione, una via d’uscita a tutto quest’odio?
Ogni tanto sono ottimista, ma poi mi accorgo che dipende dai mie geni, dalla speranza che ho dentro al mio cuore e non da dati oggettivi. Passa il tempo e niente sembra risolversi. Comunque io non pretendo di poter cambiare la politica scrivendo, ancora non è nato il politico che ascolta lo scrittore. In compenso cerco di non rinunciare a frequentare i pochi amici arabi che ho.

I libri di Lizzie Doron

 

 

 
 
 
 
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