Intervista a Lluís-Anton Baulenas

Lluís-Anton Baulenas
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Arriva finalmente sugli scaffali italiani una delle voci più ricche e interessanti della nuova letteratura catalana. Incontriamo Lluís-Anton Baulenas in una libreria del centro di Roma, un ventoso pomeriggio di fine inverno. E scopriamo una persona estremamente disponibile, umile quanto basta nonostante abbia al suo attivo diversi libri e collaborazioni giornalistiche per El País e La Vanguardia.

Che rapporto hai con la lingua catalana?
Il rapporto con la lingua di uno scrittore catalano è per ovvie ragioni una relazione molto particolare. Ormai a Barcellona ci sono tutte le combinazioni possibili: scrittori catalani che parlano catalano e scrivono castigliano, scrittori castigliani che parlano castigliano e scrivono catalano, scrittori catalani che parlano e scrivono castigliano, scrittori castigliani che parlano e scrivono catalano, e così via. Questo a volte può essere fuorviante. Ovviamente per me invece è naturale scrivere in catalano, lo sono! Piuttosto ci sarebbe da domandarsi perché lo fa un collega castigliano, ma la risposta è difficile. La lingua catalana durante il periodo franchista è stata messa al bando e questo ha creato problemi che persistono ancora oggi, e comunque fa sì che uno scrittore catalano venga percepito come una sorta di ambasciatore della sua cultura, che finisce per parlare di tutto tranne che di letteratura. Però come diceva Fernando Pessoa, per ciascuno la lingua è la patria, e quindi va bene così. Per questioni diciamo così 'storiche' ho imparato a scrivere in catalano a 18 anni, una caratteristica magari strana per un non spagnolo, ma che condivido con molti altri. Dopo anni difficili però ormai noi catalani stiamo raggiungendo una normalità che ci permette di rilassarci, finalmente. Influisce positivamente la possibilità che ora c'è di essere tradotti direttamente dal catalano e non passando attraverso il castigliano, la versione spagnola non è più obbligata.
 

Chi è oggi lo scrittore? Esiste ancora una sacralità del ruolo o è un mestiere e basta?
Lo scrittore è una persona che lavora da sola, ma non può essere una persona solitaria, anzi. A me la cosa che attira di più di questo mestiere è la possibilità di raccontare storie, contando sul fatto che fortunatamente nel XXI secolo il fascino di un oggetto semplice come un libro è immutato. In quanto scrittore a volte mi sembra di essere come un prete, perché come i sacerdoti hanno la fortuna di andare in giro per il mondo e avere sempre una chiesa nella quale entrare e sentirsi a casa, così succede a me quando entro in una libreria.
 

La cosa che balza agli occhi leggendo i tuoi libri pubblicati in Italia è l'estrema differenza di stili, di generi. Quasi non sembrano libri dello stesso autore: da che nasce questo tuo approccio 'mutante'?
Spesso non sei tu che scegli questo o quel registro narrativo, ma sono i registri che scelgono te: a me piace molto sperimentare diversi stili, mi danno la sensazione di un’opera viva e dinamica. Per esempio nel mio romanzo La felicità ci sono il feuilleton, il thriller, il romanzo storico, il realismo magico, tanti generi molto diversi che convivono. Non sono uno che pianifica un romanzo prima di scriverlo, magari con un occhio al mercato. Quando parto ho in mente la stori a e i personaggi: li faccio incontrare e faccio decidere loro la direzione.
 

La letteratura spagnola riuscirà mai ad affrancarsi dallo spettro della Guerra Civile, a girare pagina?
Vero, esiste una quantità enorme di libri in qualche modo legati al tema della Guerra Civile spagnola. Perché continuiamo a scriverne? La risposta me la sono data quando ho iniziato le ricerche prima di scrivere Un sacco di ossa. Le fosse comuni erano un tabù, coperte da tanti anni di silenzio sia durante il Franchismo sia dopo. Solo da 8-10 anni ci sono famiglie che stanno dandosi da fare per recuperare le ossa dei propri cari. E questa è stata una sorpresa, per me. E allo stesso modo i campi di concentramento, nei quali sono state rinchiuse 300.000 persone! Materiale che non si trova nelle università e negli archivi, fatti dei quali la gente non parla: quindi ancora c’è molto da dire, e gli scrittori devono dirlo. Il passaggio incruento da dittatura a democrazia è stato basato sull’omertà, su un patto del silenzio. Un silenzio che va infranto. Perché la narrativa arriva direttamente alla gente, e la costringe ad affrontare i problemi.
 
 
I libri di Lluís-Anton Baulenas

 

 

 
 
 
 
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