Intervista a Lola Shoneyin

Lola Shoneyin
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Torino. Salone del libro. È sabato pomeriggio e, nonostante ci sia un sole bellissimo e quasi trenta gradi, il salone è letteralmente preso d'assalto. Ci sono file dappertutto: per entrare, per i bagni, per prendere un caffè. Dentro il tendone fa il doppio del caldo rispetto a fuori, sembra proprio una serra. E tutti girano sudando con una bottiglietta d'acqua in mano. Mi faccio strada faticosamente tra la ressa e mi dirigo verso il padiglione 2, alla ricerca dello stand di 66thand2nd, la casa editrice romana che ha coraggiosamente deciso di tradurre Lola Shoneyin. La scrittrice nigeriana mi aspetta alle 14 per un'intervista. Quando finalmente arrivo, trafelato e accaldatissimo, vedo solo un sacco di gente davanti allo stand. Clienti, passanti, addetti stampa di varie case editrici, giornalisti, cineoperatori, forse autori. Tutti parlano e si muovono freneticamente, qualcuno fa delle foto, altri riprendono con una telecamera. Dietro una pila dei libri, ed esattamente al centro di questo delirio, mi appare finalmente Lola. Se ne sta placidamente seduta come se nulla stesse accadendo intorno a lei. Totalmente impermeabile a tutti quei movimenti convulsi. Le sorrido e lei capisce subito che sono io. Ricambia il sorriso, e rivela un viso molto dolce e un'espressione a dir poco serafica. Mi invita a sedere e iniziamo a chiacchierare del più e del meno. Ha occhi molto grandi dietro gli occhiali da vista, e un viso molto solare. La voce è decisa e dal tono si percepisce innegabilmente che la sua è stata una vita molto intensa.Dopo pochi minuti la conversazione scende in profondità e Lola mi racconta della sua scrittura, della Nigeria, delle donne. Mentre tutt'intorno tutti continuano a muoversi e a schiamazzare.




All'inizio della tua carriera di scrittrice hai scritto racconti per riviste. In seguito ti sei cimentata nella poesia, nella letteratura per l'infanzia, e nel romanzo. In quale genere ti senti più a tuo agio?
Un po' in tutti. In ognuno c'è una parte della mia personalità di scrittrice. La poesia mi viene molto naturale, sono componimenti brevi che riflettono i miei pensieri. La composizione di un romanzo è tutt'altro, va da sé. È una sorta di autoflagellazione. Anche se alla fine di tutto il lavoro di editing, letture, riletture  e correzioni, il risultato è molto soddisfacente.

 


Cosa ti ha spinto a scrivere?
Innanzitutto la mia vita e la mia esperienza. Ho vissuto un vita molto forte. Dalla Nigeria mi sono trasferita in Inghilterra a soli sei anni, sono stata vittima del razzismo, esposta a molestie sessuali, ho avuto quattro figli. E inoltre volevo parlare della Nigeria, della sua cultura, e della condizione della donna in quella cultura.


Come definiresti la condizione e il ruolo della donna in una società ancora fortemente patriarcale come quella nigeriana?
C'è un sistema sociale che ancora prevede e legittima la poligamia. Un uomo che non è soddisfatto della sua prima moglie ha il diritto di cercarsene altre, e la moglie ha il dovere di accondiscendere, di essere persino felice per lui, altrimenti è considerata egoista, o una cattiva moglie. E se qualcosa non va bene nella coppia, se ad esempio non si riesce ad avere figli, la colpa ricade sempre e  automaticamente sulla donna. Nei casi di infertilità maschile, ad esempio, molti sono gli uomini che non accetterebbero mai di sottoporsi a un controllo medico. Per loro è inammissibile avere un simile difetto. Persino il sesso dei figli è “causato” dalla donna.


Sono molte le donne in Nigeria che reagiscono a questo sistema?
Non proprio. Molte donne si autoconvincono che sia l'unico giusto. È la società a renderle disoneste nei confronti di loro stesse. Devi sapere che, in Nigeria, se una donna non è sposata non gode del rispetto della società. La paura di rimanere nubile spinge moltissime donne a sposare chiunque capiti loro, o a entrare magari in una famiglia poligama pur di avere lo status di moglie.


Anche tu sei cresciuta in una famiglia poligama. Quali sono le dinamiche  all'interno di un nucleo familiare così complesso e diversificato?
È una questione di gerarchia. La prima moglie è quella più importante. Così come i figli che ha avuto sono più importanti dei figli che il marito ha avuto con le mogli successive.  Il risultato è che la prima moglie e i “primi” figli sviluppano un complesso di superiorità, mentre gli altri – a scalare – ne sviluppano uno di inferiorità sempre maggiore (sentendosi sempre più inadeguati). E sono dinamiche che hanno serie ripercussioni  sulla vita di tutti.


Come ha reagito la comunità nigeriana, e soprattutto le donne, ai tuoi scritti di denuncia?
Le donne nigeriane mi hanno appoggiato molto. Altre invece mi hanno detto che la loro esperienza di poligamia  è diversa da quella che descrivo io.  Mi hanno detto che la loro “grande” famiglia è una unità molto armonica e serena. Ma credo vogliano solo autoconvincersi.


Dunque non credi che possa esistere una famiglia poligama che abbia una vita armonica e dei sereni rapporti interni?
No, non credo. Secondo me una famiglia poligama può essere armonica solo quando il marito ha molti soldi e può provvedere al benessere materiale di tutte le mogli e di tutti i figli.


Molti hanno sottolineato la forza e la crudezza della tua scrittura, talvolta mettendo giustamente l'accento su certe espressioni particolarmente violente...
Sì, la violenza che utilizzo e di cui parlo è la violenza del nostro mondo. Specie la violenza sessuale. Attraverso la mia scrittura vorrei instaurare un dialogo sul sesso, sulla violenza, sul modo malato di vivere il sesso e, soprattutto, sul modo “sano” di viverlo. Di recente, cinque studenti nigeriani hanno stuprato una ragazza, filmando lo stupro e mettendolo in youtube. Ecco... credo sia colpa dei tabù legati al sesso, del fatto che di sesso si parla ancora troppo poco. Ed è colpa della religione. Di qualsiasi religione, cristiana o musulmana che sia.


A proposito di sesso e di religione...una delle prime storie che hai pubblicato parlava di una donna lesbica e della difficoltà di vivere la sua omosessualità in Nigeria.
Sì, scrissi quella storia proprio per denunciare la terribile condizione degli omosessuali in Nigeria. Se scoperti rischiano quattordici anni di prigione. Molte donne probabilmente lesbiche non vivono affatto la loro sessualità ma scelgono il matrimonio e la poligamia a causa delle forti pressioni sociali e familiari. Anche l'eroina del mio romanzo “Prudenti come serpenti” potrebbe in teoria essere lesbica.


Spesso in Europa si assiste a una differenza di reazione e a un diverso grado di omofobia rispetto all'omosessualità femminile e a quella maschile (quest'ultima meno accettata). È lo stesso in Nigeria?
Oh sì! L'omosessualità femminile è molto più tollerata. Specialmente perché il punto di vista del giudizio è quello maschile. È la solita storia: due donne che fanno sesso possono anche essere eccitanti per un uomo, ma due uomini...è proprio inaccettabile per loro. Ed è tutto davvero ridicolo.


Sei anche un'insegnante, e non è certo un lavoro “leggero”. E hai quattro figli. Come riesci a incastrare la scrittura e tutto il lavoro che comporta – anche pratico – con una vita che immagino a dir poco rutilante?
Con grande difficoltà! Insegnare è molto faticoso per la mente (sto infatti pensando di prendermi una pausa per scrivere) e i miei doveri di mamma sono ovviamente totalizzanti. A volte, quando ero molto presa dalla scrittura, ho avuto la sensazione di non essere sufficientemente presente ai bisogni dei miei figli. È un equilibrio molto delicato. E spesso, quando mi dedico solo alla mia famiglia o all'insegnamento, mi chiedo se sono davvero una scrittrice! Ma so di esserlo, e scrivere è ciò che voglio continuare a fare.

I libri di Lola Shoneyin

 

 

 

 
 
 
 
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