Intervista a Lorenza Pieri

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Toscana di nascita e romagnola di adozione, Lorenza Pieri arriva dritta nel campo dell’editoria dopo gli studi universitari che la vedono dividersi tra Siena e Parigi. Con ben quindici anni di esperienza nell’industria libraria, nel 2014 si trasferisce negli Stati Uniti, dove si dedica alla scrittura, al giornalismo e alla drammaturgia, non trascurando la traduzione letteraria. Con il suo primo romanzo, tradotto in cinque lingue, ha vinto quattro premi. Ora che è uscito il secondo, abbiamo deciso di fare una chiacchierata con lei. Lorenza parla a noi, per voi. Buona lettura!




In entrambi i tuoi romanzi, Isole minori e Il giardino dei mostri, ti poni in mezzo al passato e al presente. Uno sguardo rivolto ai tempi che furono e un’occhiata approfondita a quello che è l’oggi. Ti senti una scrittrice in equilibrio tra due epoche, oppure più vicina all’una o all’altra?
Tra il presente e il passato credo di privilegiare il racconto di quest’ultimo, di cui mi piace trovare le tracce nel presente. In generale penso che la distanza - sia di spazio che di tempo - dal soggetto narrato aiuti a vederlo con più lucidità. Ma il mio tempo preferito è quello dei passaggi, dei mutamenti, in particolare trovo particolarmente interessante la Storia quando passa in modo solo apparentemente impercettibile da luoghi che sono considerati periferici, statici, immutabili nel tempo.

Nel tuo Isole minori compaiono due terribili personaggi della realtà, Freda e Ventura, utili per spiegare meglio, se così si può dire, i timori della piccola Teresa. Anche nel tuo Il giardino dei mostri compare un personaggio reale, l’artista Niki de Saint Phalle, accanto a Annamaria. Sembra quasi che la prima rappresenti l’evoluzione della seconda. Sbaglio?
La piccola Teresa in Isole minori ha una sua evoluzione come personaggio in tutto l’arco del libro, la vediamo bambina alle prese con le sue paure, ma assistiamo alla sua crescita e al suo diventare adulta, capace di affrontare con coraggio altri tipi di mostri alla fine del romanzo. Non vedo quindi un’evoluzione della bambina Teresa di Isole minori nell’adolescente Annamaria de Il giardino dei mostri. Sono due personaggi distinti, entrambe alle prese con i problemi della crescita, con la necessità di affrontare paure e complessi, ma sono molto diverse, crescono e acquisiscono la loro consapevolezza in maniera del tutto distinta. Diventano due donne molto diverse tra loro. Se vogliamo trovare un parallelismo tra la loro crescita e il confronto con i “mostri” che sono personaggi reali possiamo senz’altro farlo, ma mentre Freda e Ventura per Teresa rimangono relegati al ruolo che li identifica con delle paure, Niki de Saint Phalle per Annamaria è un “mostro” positivo, che incute timore sì, ma a un certo punto si trasforma per lei in mentore, esempio e mezzo di salvezza.

Entrambi i tuoi romanzi ruotano intorno a un luogo preciso: l’isola del Giglio nel primo romanzo e il Giardino dei Tarocchi nel secondo. Sono i posti ad aver ispirato le storie, oppure quei racconti potevano essere collocati solo in quei luoghi?
I posti hanno ispirato le storie, in entrambi ho avuto la fortuna di vivere e di entrambi ho raccontato degli episodi e dei momenti di trasformazione storici, sociali e politici realmente avvenuti. Di conseguenza quei racconti si potevano collocare solo lì, non c’è un “oppure” ma un “quindi” tra le due possibilità espresse dalla domanda.

Hai vissuto a Capalbio proprio negli anni in cui nasceva il Giardino dei Tarocchi. Quali dei tuoi pensieri e delle tue emozioni provate in quel periodo, sono presenti nel romanzo? In altre parole, quanto di autobiografico c’è nel tuo libro?
Ho vissuto gli anni dell’adolescenza a Capalbio e ho assistito alla nascita del Giardino dei Tarocchi senza rendermi conto bene di cosa fosse, senza essere consapevole della portata di quello che stava succedendo in quel luogo, in quel periodo. Vedevamo queste enormi sculture spuntare in mezzo alla macchia, delle forme strane di cemento armato che poi nel tempo si coloravano di mosaici scintillanti, ogni tanto andavamo a visitare il cantiere, ma per la maggior parte del tempo lo guardavamo da lontano, senza avvicinarci. Purtroppo non ho mai avuto l’opportunità di conoscere l’artista, di parlarle. Neanche una volta. In un certo senso Annamaria colma questa mancanza. C’è poco di me nel personaggio di Annamaria, a parte le questioni anagrafiche e l’esperienza di vivere in quel luogo tra gli anni '80 e '90, ma in un certo senso ho usato questa ragazzina per colmare una mio personale rimpianto, farle vivere un incontro importante con una persona unica che io ho solo sfiorato. Tra le magie della finzione letteraria c’è questa, poter vivere, scrivendole, esperienze che non si sono fatte.

Nel caso specifico, i “mostri “si rivelano dei mezzi di crescita ed evoluzione. Si può quindi dire che non tutti i “mostri” vengono per nuocere?
Assolutamente no. Per Annamaria i mostri del giardino sono, come ho detto prima, delle specie di numi protettori, e il monstrum Niki che li ha creati, una maestra. Per Niki stessa, la creazione delle sculture del giardino dei Tarocchi è stato un modo per elaborare nella maniera più creativa e concreta possibile i mostri che si portava dentro. Lei stessa in un’intervista ha dichiarato che i mostri della sua infanzia e giovinezza sono stati anche la sua più grande fonte di ispirazione.

La tua scrittura è pulita, essenziale e scorrevole, pur non peccando mai di banalità. Come nasce il tuo stile? Lo devi a qualche scrittore o scrittrice al quale o alla quale ti ispiri?
Sicuramente tutte le letture che ho fatto hanno avuto un impatto sulla mia scrittura, ma non in maniera consapevole al punto di poter riconoscere nel mio stile la derivazione da un punto di riferimento preciso in uno o più altri autori. Anzi, gli autori che preferisco sono stilisticamente ad anni luce da me, tipo Virginia Woolf. Forse mi piacciono proprio perché arrivano a delle vette di complessità stilistica a cui non ambisco perché non mi appartengono: di stili diversi ne godo prima di tutto come lettrice senza per forza tentare di appropriarmene o ancora peggio imitarli. Un libro meraviglioso come Le onde solo la Woolf lo avrebbe potuto scrivere, c’è dentro il suo tocco, il suo pensiero, le sue visioni e tutto concorre a creare il suo stile, che è solo suo. Se mi si passa la metafora un po’ semplice lo stile è come un frutto unico al mondo, nato da una pianta madre che è una mente sola, e da mille pollini che arrivano da fiori diversi, tutte le letture fatte, le fonti di ispirazione, le esperienze stesse, è molto difficile risalire a una precisa appartenenza genetica... Più che ispirarmi a qualcuno adesso cerco di misurarmi con quello che scrivo e con i miei giudizi severi di lettrice. Mi correggo in continuazione, e credo di essere riuscita a migliorare nel tempo. Trovo per esempio il mio secondo romanzo più maturo stilisticamente del primo.

Sei anche traduttrice, oltre che scrittrice: è vero che i due ruoli non si sovrappongono per niente e contrariamente a quello che afferma la maggioranza sono totalmente distinti?
I due ruoli, o se vogliamo mestieri, sono diversi, è vero, ma non al punto che non abbiano influenza l’uno sull'altro. La differenza sta ovviamente nel processo creativo alla base del lavoro di scrittura. Davanti a una traduzione puoi avere un'impasse ma mai il blocco della pagina bianca come avviene a volte di fronte a quello che stai scrivendo tu. Poi la ricerca di una voce, dello stile, le scelte lessicali, le correzioni per far girare meglio le frasi, sono tutte prove che si affrontano in entrambi i casi. Per me in un certo senso tradurre è stato un ottimo modo per “scaldare i motori” prima di iniziare a scrivere cose mie.

Un’ultima domanda, come si conviene a Mangialibri: cosa legge Lorenza Pieri?
Sono una lettrice onnivora e incostante. Quasi sempre ho più di un libro in lettura in parallelo e a volte mi capita di abbandonarne qualcuno per distrazione o sopraggiunto overbooking. Leggo molta narrativa contemporanea, sia italiana che americana. Ma mi piacciono molto anche i saggi brevi e le inchieste. Da quando vivo negli Stati Uniti ho un po’ abbandonato i francesi privilegiando gli scrittori di qua, per sentirmi più a mio agio con l’inglese, che è una lingua incredibilmente ricca e letteraria, facile da parlare per conversazioni base ma in realtà molto complessa e precisa. Al momento tra gli italiani ho in lettura Francesco e il Sultano di Ernesto Ferrero e Corpi di ballo di Francesca Marzia Esposito (la danza classica è una mia grande passione), ho appena finito L’archivio dei bambini perduti di Valeria Luiselli e Mars room di Rachel Kushner (entrambi molto belli). Appena iniziato L’inseguitore di Cortàzar e Munoz e prima di dormire, quasi ogni sera da una settimana a questa parte leggo un racconto della magnifica antologia Racconti italiani curata da Jhumpa Lahiri. Mi rendo conto adesso, facendo questo elenco, che forse dovrei essere un po’ meno dispersiva… ma non posso farci niente, la compulsione alla lettura mi appartiene praticamente da quando ho imparato a leggere. La mia compagna di casa all’università mi fece notare che era una specie di malattia la volta che mentre tinteggiavamo i muri della camera io mi fermavo a terra con il pennello gocciolante per leggere i giornali che avevamo messo sul pavimento per non sporcarlo.

I LIBRI DI LORENZA PIERI



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