Intervista a Lorenzo Amurri

Lorenzo Amurri
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Dopo che un suo libro autobiografico mi ha fatto scoprire le straordinarie e drammatiche esperienze di vita di Lorenzo Amurri, ho provato automaticamente il desiderio di saperne di più. Una ricerca su Internet mi ha fatto scoprire alcune interviste televisive e lì sono stato folgorato dalla sua totale serenità. Nonostante tutto. E, allora, ho fatto di tutto per riuscire a chiedergli alcune cosette.




Quando hai deciso di trasformare un tuo possibile quaderno di appunti, un resoconto di vita in libro? Come è nato Apnea?
A dire il vero, non ho mai avuto un vero e proprio diario, un quaderno di appunti. E non ho deciso io, ma sono stato spinto da una mia carissima amica scrittrice, a cui avevo inviato dei racconti. All’inizio ne ha bocciati alcuni, ma poi mi ha detto che c’era dell’ottimo materiale per un romanzo. Ero terrorizzato, non sapendo da dove e come iniziare. Ho scritto solo quello che ricordavo, anche se per esperienza ho capito che spesso il cervello tende a cancellare degli eventi, forse per tutelare la persona. Mentre scrivevo mi rendevo conto che in una qualche stanza del cervello si aprivano porte da cui uscivano i ricordi. E’ stato un lavoro interessante e lungo durante il quale ho dovuto riconsiderare delle esperienze vissute, anche molto dure… i ricordi prendono un altro valore quando scrivi. E’ una vera autoterapia.


Nel libro citi una canzone dei Radiohead: ti capita ancora di sentirti “deluso […] e schiacciato a terra come un insetto”?
No, non in quel modo. I momenti bui ce li abbiamo tutti e ovviamente capitano e sono capitati anche a me. Essere disabile non è bello, ma adesso posso ammettere di essere decisamente più sereno e tranquillo di allora. In quel preciso momento della mia vita la canzone dei Radiohead mi rispecchiava molto.


Come vanno le cose con le persone che ti stanno accanto, con la tua famiglia, anche dopo l’uscita del romanzo?
Chiaramente è stato un duro colpo per la mia famiglia e per i miei amici. Non si rendevano conto di cosa mi passasse nella testa. Nessuno è in grado di comprendere pienamente come si vive in queste situazioni. Sono stati tutti contenti per il romanzo, che devo dire è piaciuto a tutti. Con Johanna è stato diverso: la nostra storia con il libro è diventata improvvisamente pubblica. Mi rendo conto che molte cose le ho scritte per lei, per legittimare tutto quello che lei ha fatto per me. In quel momento era una bambina ma è stata grande, facendosi carico di cose e situazioni difficili.

Quindi, la pubblicazione del libro ha fatto cambiare la percezione di te a chi ti sta intorno?
Non ai miei familiari, certo, ma agli estranei. Persone sconosciute mi scrivono per dirmi che dopo aver letto il mio libro hanno capito che spesso si lamentano di cose inutili; hanno davvero aperto gli occhi. Anche molte fidanzate di disabili mi scrivono per ringraziarmi perchè hanno compreso meglio cosa si prova veramente. Come scrivo nel libro, a volte, alcune persone preferiscono parlare esclusivamente con il mio assistente, piuttosto che interagire con me, come, ad esempio, il cameriere del ristorante in cui sono andato a mangiare oggi a pranzo, che non si rivolgeva mai a me.


Di tutta la tua esperienza qual è stato il momento in cui sei rimasto davvero senza fiato, in apnea?
Credo durante un po’ tutto il periodo. Solo dopo capisci realmente cosa ti è successo, in quel momento vivi ogni cosa senza respirare. Tutto quello che racconto è accaduto con una diversa percezione del tempo. Adesso so che è durato un anno e mezza all’incirca, ma allora è come se avessi vissuto senza tempo. Cambia anche la prospettiva sul mondo, non solo fisicamente. Devi imparare a fare tutte le cose in maniera diversa. Devi organizzarti ma riesci a fare tutto quello che vuoi, certo, non puoi giocare a calcio o a tennis, ma, come ho detto organizzandoti, puoi andare in vacanza, al mare, in India, come è capitato a me.


Un’ultima domanda: come si fa a vivere a Roma, una città che sembra fondata sulle barriere architettoniche? Si riesce ad avere un margine di indipendenza?
Vivere a Roma è da esaurimento nervoso. In periferia va in parte meglio perché molte strutture sono nuove, ma in centro è quasi impossibile. Da anni cerco di mettere un sindaco in carrozzina, così da fargli comprendere come si vive in una città, in cui i posti per disabili sono spesso occupati da persone non disabili, perché tanto la multa non è così salata… Non è come a Londra dove non c’è un posto in cui un disabile non riesca ad andare. C’è un’altra mentalità, che permette a un tetraplegico di essere libero, senza ostacoli.

I libri di Lorenzo Amurri

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