Intervista a Lorenzo Guadagnucci

Lorenzo Guadagnucci
Articolo di: 

Nel 2001 la foto del suo viso sanguinante rappresentò il simbolo dei fatti della Diaz, in quella che lo stesso vice-questore Michelangelo Fournier definì una ‘macelleria messicana’. Lui è Lorenzo Guadagnucci, giornalista del “Quotidiano Nazionale”, cofondatore del “Comitato Verità e Giustizia per Genova” e del gruppo "Giornalisti contro il razzismo". Ad un certo punto della sua vita, dopo essere stato per anni vegetariano, ha deciso di diventare vegano: non solo una scelta alimentare ma un vero e proprio modo di pensare; uno stile di vita; una lotta per i diritti civili che si allarga ai diritti di tutti gli esseri viventi. Una visione della vita totalmente pacifista che si costruisce attraverso l’antispecismo e l’abbattimento dell’antropocentrismo che sta distruggendo il pianeta, e si realizza attraverso l’uso consapevole e militante dei canali d’informazione.




Sei stato testimone dei fatti della Diaz del 21 luglio 2001. Un’esperienza che hai paragonato ad una tonnara. Cosa rimane dopo più di dieci anni ?
Rimangono molte cose. Il ricordo di una paura fisica estrema, mai provata prima; la consapevolezza che non esistono diritti davvero garantiti una volta per tutte; l'orrore per la facilità con la quale istituzioni dello stato, anche ai vertici più alti, possono violare la legge, mentire, ostacolare il corso della giustizia. Rimane anche un cambiamento di prospettiva permanente: oggi mi ritengo un attivista per i diritti fondamentali (degli umani e dei non umani) e questo in larga misura dipende proprio dall'esperienza vissuta a Genova.

 


In Restiamo animali affronti da varie angolazioni la “questione animale”. Perché, secondo te, c’è tanta indifferenza nei confronti di un massacro che avviene sotto i nostri occhi?
L'indifferenza è grande perché viviamo in un sistema che contempla nella sua struttura la sottomissione e lo sterminio degli animali. Ciò ha reso possibile l'affermazione di un'ideologia che riesce a rappresentare come un'ovvietà, quasi un dato di natura, il dominio dell'umanità sugli altri animali, ridotti a macchine da carne. Le persone sono indifferenti alla sorte degli animali perché sono educate fin dall'infanzia a considerare gli animali non umani come oggetti, con l'esclusione di alcune specie dette “di affezione” a seconda della parte di mondo nella quale si vive: la manipolazione comincia prestissimo e dura tutta la vita. L'indifferenza, l'assuefazione alla violenza, la deresponsabilizzazione sono dovuti a relazioni di potere. Qualcosa di analogo avviene anche al di fuori della relazione umani/animali. Meccanismi simili stanno alla base del razzismo, del nazionalismo, del sessismo, dell'omofobia.


Gary Yourofsky, un attivista vegan americano, afferma che “se va bene per lo stomaco, va bene per gli occhi” e nei suoi incontri mostra immagini forti e cruente di ciò che avviene nei mattatoi. Credi possa essere un buon metodo di sensibilizzazione?
I metodi di informazione e sensibilizzazione sono molteplici e ognuno può avere una sua validità. L'uso di immagini forti, di documentazione presa all'interno di allevamenti e mattatoi ha sicuramente un valore informativo importante, tant'è che le industrie della carne, delle uova, quelle casearie non gradiscono la diffusione di fotografie e filmati del genere. Allevamenti e mattatoi non sono affatto case di vetro e il loro occultamento è una parte importante della strategia commerciale di queste industrie e della stessa ideologia che giustifica lo schiavismo animale. Non sono però convinto che la colpevolizzazione delle singole persone sia la strada principale nella lotta verso la liberazione animale. La diffusione delle conoscenze sulla reale condizione degli animali nella nostra società, come la diffusione dell'alimentazione ‘cruelty free’, sono certamente importanti, ma il cuore della questione animale è prettamente politico. Io credo che non potremo nemmeno immaginare un'autentica liberazione animale senza mettere in discussione i fondamenti della società attuale, che è antropocentrica, che poggia su una logica di dominio anche all'interno della società umana, che pare disposta a distruggere le stesse condizioni minime di vita sul pianeta. Il tema è enorme, ma se non ripensiamo la stessa posizione dell'uomo rispetto alla natura, non possiamo fare grandi avanzamenti verso la liberazione animale.


Credi che il consumo di prodotti animali sia in qualche modo veicolato da un sistema, da una volontà ‘superiore’, che ovviamente ruota intorno al denaro?
Credo che il sistema capitalistico, specie nella sua fase consumistica, quella che è cominciata nel secondo dopoguerra, abbia trovato una perfetta consonanza con la logica di dominio sugli animali ereditata dal passato. Gli animali sono stati ridotti a merce, a meri oggetti e come tali vengono trattati e ˗ quel che è peggio ˗ anche  percepiti dalle persone che se ne nutrono, che ne indossano le spoglie e così via. La logica del profitto, come ben sappiamo, è spietata e in questa fase storica si avvale anche dalla passiva accettazione del suo primato da parte di masse sterminate di persone.


La questione animale si affronta da secoli. Eppure il consumo di prodotti animali cresce a dismisura. Si pensa ancora, in un retaggio da dopoguerra, che mangiare carne faccia bene, nonostante si abbiano le prove scientifiche che è proprio il consumo eccessivo di carne a provare alcuni tumori. Perché, secondo te?
Torniamo a quello che dicevamo prima. La sorte ignobile riservata agli animali è possibile grazie alla collaborazione di una moltitudine di persone, che vengono deresponsabilizzate (chi si sente complice della sorte infame inflitta a maiali, mucche, galline, pesci o ancora, se allarghiamo lo sguardo oltre il mondo occidentale, anche a cani, gatti, tartarughe e così via?); i cittadini diventano clienti, chiamati a consumare ciò che trovano al supermercato, sono ridotti a tubi digerenti. Questo avviene perché i reali meccanismi di produzione sono giustificati da un sistema culturale e ideologico che riesce a rappresentare come ovvio, naturale, normale ciò che non è né ovvio, né naturale, né normale, cioè lo schiavismo e lo sterminio di massa degli animali. Di questa ideologia fanno parte anche la scomparsa, l'emarginazione, l'occultamento delle conoscenze medico-scientifiche disponibili. Ormai tutti gli studi più seri riconoscono che l'alimentazione a base carnea è la più pericolosa per salute, ma sia il discorso corrente da uomo della strada, sia i consigli di 'buon senso' dei medici di base affermano l'esatto contrario. Melanie Joy chiama tutto ciò 'carnismo': un'ideologia che riesce ad occultare la verità e anche ad essere invisibile. La manipolazione è così macroscopica e scoperta che non viene notata: sembra troppo clamorosa per essere vera. Quante volte ci siamo sentiti dire “ma il mio medico mi dice di stare attento, se voglio passare a una dieta vegetariana”'; “a mangiare un po' di tutto si fa sempre bene”; “un bambino non può fare a meno della carne nella fase della crescita”; “dove prendi le proteine?”, e così via, in una serie infinita di luoghi comuni che passano di bocca in bocca ma che sono privi di fondamento. È l'eterna favola del re nudo. Al momento la minoranza animalista, vegana, nonviolenta non ha una voce abbastanza forte da riuscire a farsi sentire quando grida che non è vero ciò che si dice sul magnifico abbigliamento del re.


Sei stato vegetariano per tanti anni e in seguito hai abbracciato il veganismo. Credi che in qualche modo i vegetariani vivano in un limbo (anche ipocrita, se vogliamo) alimentato dalla falsa convinzione che la produzione di latte e uova non porti morte?
In base alla mia esperienza diretta, credo che in ogni vegetariano ci sia un potenziale vegano. Io ho smesso di mangiare animali nel 1987, ma sono diventato vegano solo il primo gennaio 2011, eppure non ho cambiato le mie motivazioni: quando decisi di passare al vegetarismo, lo feci perché non volevo contribuire all'uccisione di animali. Limitavo questa mia scelta alla mia vita quotidiana, senza attribuirle una valenza politica, e fingevo di non sapere che la produzione di latte e uova è parte della stessa catena di sfruttamento e morte che produce la carne. Non andavo fino in fondo nei miei pensieri e nelle mie scelte: un po' per vigliaccheria, un po' per quieto vivere. Credo che per buona parte dei vegetariani avvenga qualcosa di simile: viviamo in una società ‘carnista’ che già percepisce la scelta vegetariana come una specie di eresia. Quando diventi vegetariano, i familiari e gli amici si preoccupano per la tua salute e tu cominci a sentirti diverso; sai che ogni invito a pranzo comporterà la necessità di spiegare i motivi per cui non mangi carne e così via. Alla fine i più si fermano lì e non osano andare oltre: dire no a tutto ciò che comporta sfruttamento e morte per gli animali, quindi latte, uova, lana eccetera. Sembra impossibile, una cosa da estremisti e asociali. Ma bisogna ricordare che estremisti e asociali erano definiti i vegetariani fino a poco tempo fa; ora che il vegetarismo è più diffuso e accettato, quest'etichetta è passata a stigmatizzare i vegani. Non nego di avere avuto io stesso dei pregiudizi sull'estremismo dei vegani: i condizionamenti sono forti ed è difficile restarne immuni. In realtà credo che l'unico modo per essere davvero vegetariani, cioè rispettosi degli animali, sia la scelta vegan e spero che presto il termine vegetariano torni ad indicare un'alimentazione a base vegetale e non lacto-ovo-vegetariana come avviene ora. Ma io non vedo una contrapposizione fra vegetariani e vegani: credo anzi che l'obiettivo comune sia contribuire alla liberazione animale, sapendo che la cultura prevalente, le abitudini più radicate vanno in direzione opposta. Il mio atteggiamento è dunque di incoraggiamento: verso i vegetariani affinché facciano quel piccolo passo mancante in direzione dell'alimentazione vegana, verso gli uni e degli altri a impegnarsi al massimo per i diritti degli animali e quindi per cambiare la cultura e i rapporti di potere esistenti nella nostra società”.


“Sei vegano? Quindi mangi solo verdure”. È una frase che spesso si sente dire un vegano. C’è molta disinformazione al riguardo. In che modo credi si possa sensibilizzare la gente a rompere l’abitudine e la tradizione dello sfruttamento animale?
Cambiare le tradizione, spingere le persone ad abbandonare abitudini consolidate è quanto di più difficile si possa fare, perciò credo che si debba agire su tutti i piani, con un'azione per così dire multipla. Il tema centrale per me è quello politico: bisogna finalmente superare lo steccato che separa l'attivismo animalista dalla militanza politica. Ripeto: non è possibile immaginare la liberazione animale senza rivoluzionare la nostra società. Io ad esempio, ogni volta che vengo invitato a parlare di Genova G8, di diritti umani, di razzismo ed è previsto un buffet o una cena, specifico che per coerenza mi aspetto “cibi nonviolenti”. Ma mi domando quanto dovremo ancora aspettare prima che una forza politica lanci una campagna contro i consumi di prodotti animali: avrebbe un grande spessore etico ed enormi valenze in termini di tutela della salute pubblica e protezione dell'ambiente. Una definitiva legittimazione politica del discorso animalista (ma sarebbe meglio dire antispecista) avrebbe un enorme effetto sulla cultura generale e sulla percezione che le persone hanno di questi temi. Bisogna poi agire sul piano dell'informazione, ad esempio in campo medico, dove il pregiudizio carnista è ancora forte quanto infondato. E poi c'è il piano dell'azione, che può essere sia l'esempio personale – quindi non rinunciare mai a spiegare i motivi che hanno spinto a compiere la scelta cruelty free, dimostrando che è possibile per chiunque – sia la pressione affinché l'alimentazione “veg” diventi un diritto nel mondo della scuola, del lavoro, delle strutture pubbliche: penso alle mense, ai menu negli ospedali e nelle carceri, e così via. 


Come sarebbe la società se l’uomo rinunciasse allo sfruttamento animale e a tutto ciò che ruota intorno ad esso?
Sarebbe una società antiautoritaria, tendenzialmente egalitaria, in una relazione di maggiore armonia con la natura e con gli altri animali.

I libri di Lorenzo Guadagnucci

 

 

 

 
 
 
 
Il nostro sito utilizza i cookie ACCETTO
Se vuoi saperne di più COOKIE POLICY

I NOSTRI PARTNER