Intervista a Luca Poldelmengo

Luca Poldelmengo
Articolo di: 

Luca Poldelmengo, dopo il DAMS e la laurea in regia cinematografica, scrive nel 2005 il suo primo corto dal titolo "Notte bianca" con il quale riceve numerosi riconoscimenti e passaggi tv. La svolta però la otterrà però solo nel 2006 quando una sua sceneggiatura noir diverrà sul grande schermo "Cemento armato", il film diretto da Marco Martani con Giorgio Faletti, Nicolas Vaporidis e Carolina Crescentini. Simpatico romano innamorato della sua città - nella quale ha deciso di ambientare romanzi e girare film - Luca si concede a Mangialibri con molta disponibilità per un’intervista a metà strada tra letteratura e cinema: le due passioni che da sempre lo animano.





All’età di trentasei anni hai messo in tasca un film, un libro e numerose altre partecipazioni nel cinema, quali sono i tuoi esordi e come sei riuscito a farti notare?
Il vero e proprio esordio è stato un cortometraggio, "La Notte Bianca", che ho scritto e diretto nel 2005.  Per la revisione di quella sceneggiatura avevo chiesto l’aiuto di Marco Martani,  che avevo avuto come docente ad un corso per filmakers. Marco fu così gentile da mostrarsi disponibile quindi, quando decisi di passare alla stesura di un lungometraggio ("Cemento Armato"),  gli chiesi se volesse  leggerlo. Non speravo in un suo interesse, mi sarei accontentato semplicemente del parere di un professionista prima di imbarcarmi nell’autoproduzione del film. Cogliendo di sorpresa me per primo le cose hanno preso tutt’altra piega.
 

 

Proprio in "Cemento Armato" troviamo tra i protagonisti Giorgio Faletti. Vi siete risentiti dopo la pubblicazione del tuo romanzo? I vostri generi non sono poi così diversi, cosa ti ha detto Giorgio della tua stesura e tu cosa ne pensi delle sue?
Sì, ne abbiamo parlato, ma a oggi non credo che lo abbia ancora letto. Giorgio è un uomo molto impegnato. Ma io non dispero, mi piacerebbe sapere cosa ne pensa, prima o poi… Riguardo ai suoi romanzi mi ricordo che quando lo conobbi gli dissi - convinto di essere poco originale - che in Io uccido si era preso il lusso di iniziare il libro con il nome dell’assassino. Un bel rischio per un thriller. Giorgio rimase stupito, non glielo aveva fato mai notare nessuno.
 

Raccontaci un po’: ci sono differenza tra una “prima” in sala e un incontro di lettura? Preferisci il pubblico di lettori o  quello di spettatori? E che rapporto hai con loro?
La prima in sala è in sé autoconclusiva, il film viene visto,  per la prima volta dagli altri, per te magari è la decima. Quindi sei concentrato per tutto il tempo su quello che ascolti intorno a te: se ridono quando speravi, se si emozionano quando avevi progettato che lo facessero. E poi ci sono quei pochi secondi, quando passano i titoli di coda e si accendono le luci,  quando speri che parta l’applauso…  La presentazione di un libro è per sua natura ambigua, un momento in cui devi dire senza raccontare, rispondere senza svelare. Ma proprio per questo meno prevedibile, più impegnativa. I tuoi sforzi di scrittore saranno premiati altrove, forse su un divano,  dall’emozione che si fa largo su un viso senza che tu la possa vedere.
 

Nel cinema gli esiti di una pellicola ricadono sempre su più persone: sceneggiatore, regista, attori, produzione, etc. mentre la pubblicazione di un testo riguarda principalmente il suo autore. Come concili il lavoro di squadra con quello in solitudine? E quale preferisci?
E’ il motivo principale per cui ho deciso di scrivere un romanzo. Prendermi per intero le responsabilità del mio lavoro, nel bene e nel male. Per quanto riguarda il lavoro di squadra non mi crea problemi, anzi, basta trovare le persone giuste. Io scrivo da due anni con Alessia Tripaldi  e da solo farei sicuramente un lavoro meno valido. La sceneggiatura è difficilmente un lavoro che si porta a termine da soli. La narrativa è un discorso diverso, più intimo. Del resto queste due dimensioni  non sono dissimili da quelle che ciascuno vive quotidianamente, tutti abitiamo una sfera sociale e una personale.
 

Il tuo noir Odia il prossimo tuo si apre con una citazione di Jean-Pierre Melville, quali sono i tuoi autori e i tuoi registi preferiti? Con quali opere e con quali pellicole?
Domanda difficile, come al solito quando avrò finito sarò colto dai sensi di colpa per qualcuno che ho incredibilmente dimenticato…
In ordine sparso, per la letteratura: Ellroy (Sei pezzi da mille), Dostoevskij (Delitto e castigo) , Bunker (Cane mangia cane), Izzo (Casino totale), Bulgakov (Il maestro e Margherita),  Steinbeck (Furore), Ammaniti (Come dio comanda), De Cataldo (Romanzo criminale). Per il cinema (oltre a Melville): Scott ("Blade Runner"), Cronenberg (molti), Kubrick (quasi tutti), Tarantino ("Le Iene", "Pulp Fiction"), Monicelli (troppi), Pasolini ("Accattone", "La ricotta"), Di Leo ("Milano calibro 9").

Vedremo presto sullo schermo anche L'uomo nero?
Mi piacerebbe risponderti di sì, in realtà credo che al momento sia una possibilità remota. Il cinema italiano versa in un profondo stato di crisi, si cercano progetti sicuri, in gran parte commedie. Non credo che il romanzo noir di  uno scrittore di nicchia sia in testa alla lista dei desideri dei nostri esangui produttori. 
 
La storia nasce da un reale fatto di cronaca (Alessio e Flaminia, uccisi a soli 20 anni da un pirata della strada). Cosa aveva la tragedia dei due sfortunati ragazzi di diverso da tante altre purtroppo simili, per spingerti a rappresentarla in un romanzo?
Forse è stato proprio il suo essere uguale a tante altre, che fa  della materia una vera e propria piaga sociale, a spingermi a raccontare questa storia. E’ vicina alla vita di ciascuno di noi, in qualche modo ci tocca, molto più di quanto ci possa riguardare la vicenda dell’ennesimo serial killer, unico caso in cui la finzione supera per numero e per fantasia(?) la realtà.

 
I tuoi personaggi sembrano pur nelle loro diversità viaggiare sempre sul filo del rasoio. E' così sottile in loro il confine tra bene e male?

Ritengo che il male sia qualcosa di profondamente banale, di raramente epico, ma proprio per questo più pericoloso, perché più comune e prossimo a ciascuno di noi di quanto siamo disposti ad ammettere. L’idea che il male, la violenza, riguardino solo coloro i quali ne fanno una scelta di vita è tanto diffusa quanto fallace. I miei personaggi non sanno di vivere in bilico, vedono il baratro farsi largo sotto i loro piedi poco alla volta, come poco alla volta ci si sono avvicinati, senza rendersene conto.
 
Chi è l'uomo nero oggi?
Il mio uomo nero non è una figura che ci minaccia dall’esterno, non è il mostro nascosto nel buio. Ha radici molto più profonde, è la parte più oscura che vive in ciascuno di noi. È lì, e aspetta solo l’occasione per uscire e prendere il controllo delle nostre vite.

 
Come hai lavorato sui vari piani dei personaggi? Scrivendo separatamente le singole storie o di volta in volta alternandole nella stesura? 
Ho costruito i due protagonisti in maniera speculare e simultanea. Mi interessava che Marco e Filippo avessero uno ciò che mancava all’altro. Durante la storia saranno mossi da sentimenti opposti, uno dalla vendetta, l’altro dall’amore. Uno risorgerà, l’altro cadrà, ma non è detto che quello guidato dal sentimento più nobile sia destinato a gesta alte e foriere di maggior fortuna. Il male e il bene spesso sono difficili da distinguere, qualcuno ha scritto che sono solo i pregiudizi di Dio…


Roma è indubbiamente la tua location preferita. E' il fascino un po' decadente della capitale che rafforza certe atmosfere?
Ambiento i mie romanzi a Roma per due motivi molto diversi tra loro. Il primo è che mi aiuta conoscere con precisione il luogo dove metto in scena le vicende di fantasia. Il secondo è che nutro per questa città sentimenti contrastanti, ma comunque forti. Questo odio e questo amore gettano benzina sul fuoco delle mie storie.


Pistola alla tempia: Oscar miglior sceneggiatura o Premio Strega?
Il Prix du scénario a Cannes.

I libri di Luca Poldelmengo

 

 

 
 
 
 
Il nostro sito utilizza i cookie ACCETTO
Se vuoi saperne di più COOKIE POLICY

I NOSTRI PARTNER