Intervista a Luisa e Fulvio Ervas

Luisa e Fulvio Ervas
Articolo di: 

...ovvero la piccola cooperativa di scrittura di due fratelli di Musile di Piave, piccolo centro agricolo tra Venezia e Treviso. Lui insegna Scienze Naturali in una scuola superiore in provincia di Treviso e ama smodatamente qualsiasi animale che non sia l'uomo. Lei ha fatto per tanti anni l'operaia in un maglificio e ora fa la casalinga con licenza di scrivere. Persone vere, semplici, senza sovrastrutture. E con una storia familiare incredibile raccontata in esclusiva a Mangialibri.

Il tema del viaggio è centrale in Succulente, e non tanto o non solo per gli spostamenti dei protagonisti, ma per l’esperienza pre-morte di Britto Mendes, che è un po’ il simbolo, il ‘manifesto’ di questo approccio...

Fulvio: "Sì, e la cosa è vera anche e soprattutto per un altro motivo, più semplice se vuoi: tutto nasce da un mio viaggio con amici in Portogallo, un viaggio tanto desiderato e organizzato a lungo e con cura, che stava saltando per la mia sbadataggine. Avevo acquistato una cucina da campo dotata di tutti i comfort, che andava sistemata tutta compatta in un piccolo rimorchio da agganciare all'automobile. Eravamo in viaggio da qualche ora, quando un camion ha iniziato a lampeggiarmi nello specchietto retrovisore. Una, due, tre volte. Ho pensato: il solito camionista rompicoglioni e incivile. Invece mi voleva far capire che la cucinetta si era sganciata dal supporto e strusciava sull'asfalto facendo una scia di scintille: ancora qualche metro e addio cucina da campo! Insomma in Succulente c'è il viaggio come spostamento, ma anche come esperienza umana. E come fobia di stare fermi".

 

I personaggi femminili hanno un fascino particolare per voi?

Luisa: "In Succulente parliamo del dolore delle donne. Una madre, una moglie, un'amante. Figure diverse, diversissimi ruoli, ma tutte convivono con un dolore: perdere un amore, o liberarlo, o lasciarlo dietro di sé con rimpianto. Sono figure femminili forti perché così è la donna. Possono cambiare gli ambienti, le società, le storie, ma le donne saranno sempre così".

 

Si parla di citazioni, ammiccamenti, allusioni in alcuni personaggi di Succulente. Del resto se una donna portoghese si chiama Amalia viene automatico pensare al fado, che volete farci?

Fulvio: "Sì, è comprensibile. Ma in realtà Amalia non fa rierimento ad Amalia Rodrigues, la regina del fado. Solo il personaggio dell'ispettore che indaga è ispirato a Paulo Coelho, ma è un po' una stilettata perché è uno scrittore che non amiamo affatto. Invece ne La lotteria abbiamo inserito volutamente nomi di personaggi della scienza e della storia, un giochino anche per divertirci a vedere se qualcuno li riconosceva. Come potrebbero riconoscersi varie persone di Treviso che magari abbiamo incontrato in un bar, per la strada e poi utilizzato come modello per personaggi dei nostri romanzi. Non c'è fantasia che superi la semplice descrizione delle persone che si incontrano per caso, con i loro tic e le loro espressioni assolutamente uniche".

 

Un altro tema forte di Succulente è quello dell’eutanasia. Come vi ponete nel dibattito infinito su questo argomento?

Luisa: “Inizialmente non era voluto, è venuto un po’ da solo, tanto che ce ne siamo accorti dopo aver scritto il romanzo. Quanto al dibattito italiano, la questione della dignità umana anche nella morte va posta con forza. Quando si scende sotto certi livelli sul piano etico insistere con una vita che non è più vita non ha alcun senso”.

 

Che senso avete voluto dare alla scelta di non tradurre i nomi e molti termini portoghesi utilizzati nel romanzo? Insomma, perché Lisboa e non Lisbona, ad esempio?

Fulvio: “C’è dietro ovviamente un omaggio alla meravigliosa musicalità della lingua portoghese, e anche una questione di simpatia. Voglio dire, si riceve tanto da una terra del genere, e si sente il bisogno di un gesto gentile nei suoi confronti, per quanto piccolo, come per ringraziamento”.

 

Il fatto che il romanzo possa essere percepito come un noir pur non essendolo è un equivoco che vi disturba, vi lusinga o vi lascia indifferenti?

Luisa: “Né l’uno né l’altro, succede e basta. Succulente non è un noir, e su questo non ci piove, malgrado la storia inizi con un cadavere. Ma la compagnia dei noir non è che ci disturbi, anzi è capitato pure di presentare il libro nell’ambito di festival dedicati al giallo e ci siamo trovati benissimo”.

 

Ho letto da qualche parte che delle piante grasse - le succulente del titolo - vi piace la capacità di resistere, di adattarsi all’ambiente. Con la vita che avete avuto, vi sentite un po’ succulente anche voi due?

Fulvio: "Il titolo in realtà è stato scelto per due motivi. Il primo è che a Lisbona c'è molto verde, serre davvero stupende. Se si capita durante la fioritura delle piante grasse si assiste a uno spettacolo magnifico, una vera esperienza sensoriale. Del resto storicamente il Portogallo era la porta verso l'America Latina, anche naturalisticamente. Il secondo motivo è che le succulente, cioè le piante grasse, hanno le unghie, vivono in territori complessi, hanno una resistenza speciale". Luisa: "Quanto alla nostra famiglia, abbiamo origini diciamo così 'variegate': Romania, Bulgaria, Montenegro. Una famiglia poverissima e ricca di personaggi stranissimi, che è dovuta tornare esule in Italia e ha sostanzialmente abbandonato nostra madre giovanissima da certi cugini, anche questi poverissimi e molto, molto strani. C'erano parenti dei quali si diceva avessero poteri paranormali, una zia con gli occhi gialli con fama di strega, un tipo che si rifugiava sugli alberi e una figlia ammalata di poliomielite che amava raccontare strane storie. Nelle giornate di pioggia o di malattia sentivamo il rumore di lei con le sue protesi per camminare che saliva faticosamente le scale per venire da noi tre fratelli a raccontare le sue storie macabre e scollacciate, che diceva tratte da libri proibiti dalla Chiesa..." Fulvio: "Chiunque sarebbe diventato uno scrittore con un'infanzia così! La cosa più sconcertante era che la sua famiglia ha abbandonato nostra madre con figli piccoli a un destino difficile, di fame e di stenti, così, senza più cercarla. Allucinante davvero".

 

Due su tre vostri libri sono ambientati in paesi lontani, molto distanti non solo geograficamente dal ‘vostro’ nordest. C’è un motivo preciso per questa scelta?

Fulvio: “Il nordest è un non-luogo, un’etichetta sulla quale ironizziamo volentieri. Un luogo geograficamente bellissimo raso al suolo e ricoperto di capannoni industriali. E allora se vivi da circa 50 anni lì e ti ricordi com’era tanto tempo fa non ti rimane che sognare isole lontane, che sognare il Portogallo”.

Luisa: “Oppure i paesi lontani te li inventi direttamente, come abbiamo fatto per La lotteria, che è stato ambientato in un arcipelago di isole inventato appositamente per avere uno sfondo cupo e spettrale. Abbiamo preso le isole croate, che conosciamo molto bene, e le abbiamo fatte navigare fino all’estremo nord...”

 

Perché nei vostri romanzi ci scappa sempre il morto?

Fulvio: "In tutti i libri c'è una fascinazione per la morte, e il sommo disgusto per chi uccide. La morte allora diventa un pretesto per conoscere le vittime, per esplorare le connessioni tra i personaggi. Che sono la chiave dell'umanità. Mi piacerebbe che i membri della stessa specie - gli uomini, per esempio - si guardassero tra loro con simpatia. Io capisco che a Marghera uno sia arrabbiato, è circondato da fabbriche, inquinamento e rifiuti. Ma se vivi a Treviso che è una città bellissima, pulita, ricchissima allora cosa sei incazzato a fare, perché te la devi andare a prendere cogli immigrati e coi rom? Non si capisce".

 

Dopo tre libri, qual è il personaggio al quale siete più affezionati?

Fulvio: "Direi Britto Mendes di Succulente, ma anche il vecchio direttore della serra. Lì c'è anche il tema della morte, di chi ci accompagna nel passaggio. Quando lascerò questo pianeta mi piacerebbe avere vicino un vecchio amico".

Luisa: "Il giovane Kosh ne La Lotteria, Jolanda ne Le commesse di Treviso. Poi io sono una madre e in Succulente ovviamente mi rivedo molto nel personaggio di Luzia, che deve prendere una decisione sul figlio che la distruggerà ma le darà pace. Anche se non esiste dolore più grande della perdita di un figlio".

 

Che procedura seguite per scrivere in due? Uno si immagina che essendo fratello e sorella vi accapigliate, minimo...

Fulvio: "Il nucleo del lavoro è il racconto della vicenda. Poi tranne rare eccezioni ci affidiamo a una scrittura doppia, cioè ognuno di noi scrive tutte le scene e poi ci confrontiamo e teniamo le cose che funzionano meglio. Certo, si soffre a buttare via le proprie cose, ma è un esercizio utilissimo".

 

I libri di Luisa Ervas

 

 

I libri di Fulvio Ervas
 

 

 

 
 
 
 
Il nostro sito utilizza i cookie ACCETTO
Se vuoi saperne di più COOKIE POLICY

I NOSTRI PARTNER