Intervista a Marcello Fois

Marcello Fois
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Marcello arriva nella sala stampa del festival Anteprime, a Pietrasanta, in un caldo sabato d'estate, occhiali scuri e giubbino di jeans. Pensiamo di avere davanti un vero duro, e già tremiamo... in realtà basterà fare la prima domanda sulla sua terra, la Sardegna, perchè l'atmosfera diventi immediatamente più rilassata. E in pochi minuti ci troviamo a parlare di ricordi e progetti profumati di mirto.

Partiamo dalla Sardegna, la terra dove sei nato, l’ambientazione di molti tuoi libri. Quali le ricchezze e i segreti che nasconde?
Un sacco di storie da raccontare attraverso le quali poi paradossalmente si può uscire dalla Sardegna, una specie di posto dove ritorni per venirne fuori per avere poi un passaporto di uscita e venirne fuori, è un’isola dove si ritorna pensando poi di poterci ritornare.


Stirpe è la storia di una saga familiare, i Chironi, che passano dal paradiso all’inferno e tornano al purgatorio: dove nasce l’ispirazione per questa storia?
I romanzi si sovrappongono, sono cose strane, sono sedimenti: è difficile dire dove e quando nascono, arriva un momento in cui sono pronti, c’è un momento in cui si esamina e poi si racconta; è una storia che avevo in mente da un po’ di tempo però forse non era abbastanza pronta per scriverla. Quindi è venuta fuori nel momento giusto.


Penso alla frase scritta in fondo al libro: "è una storia inventata ma anche vera. Appena posso la ricomincio da capo"...
Uno scrittore è un individuo strano, pensa di scrivere cose nuove, e invece cerca tutto sommato di girare intorno agli stessi argomenti. La verità è che non è mai soddisfatto di quello che ha scritto precedentemente, ci riprova tutte le volte, prova ad essere migliore. Questo era un po’ il senso di quella frase.


Parliamo dell’uso della lingua sarda. In Stirpe la usi un po’ meno rispetto ai precedenti, è una moda che ritorna, come la vivi?
La vivo bene, la vivo in maniera molto naturale: non ho mai considerato la lingua un orpello folklorico o un surplus esotico, la lingua è fondamentale perché tu riesci ad inquadrare così il personaggio, anche rispetto al linguaggio che si porta addosso. Stirpe apparentemente è più neutrale da questo punto di vista, ma in controluce è una conquista di un misto molto forte e preciso tra il sardo e un linguaggio italiano molto aulico, quindi in maniera più nascosta - ma ce ne è molto anche lì.


Ci sono giovani autori emergenti che promettono bene?
Io credo che questa sia una stagione molto felice all’interno del panorama letterario, come sempre corrisponde ai momenti di crisi sociale che viviamo: in questo momento gli intellettuali sono molto reattivi, gli italiani in particolari rendono molto bene. Se ci vuole la sofferenza per scrivere meglio? La felicità non fa la letteratura, quando uno è felice fa altre cose. La descrizione della felicità in letteratura è quasi impossibile, quando comincia la felicità finisce la storia, tendenzialmente noi siamo più portati quindi a vedere il contorto delle cose, il non lineare, non siamo giornalisti, questo è il compito che abbiamo nella società: gli intellettuali servono a produrre senso critico, non consenso.


Chi sono gli intellettuali oggi, visto che i cantanti diventano scrittori e i calciatori uomini di spettacolo?
Gli intellettuali sono quelli che propongono una visione alternativa: non è intellettuale dal mio punto di vista chi propone una visione asservita, è sempre stato così.


Se tu dovessi dare ai lettori di Mangialibri una definizione del tuo prossimo libro?
Sarà una specie di sequel autonomo, un paradosso che si collega ai libri precedenti, ma elaborato in modo autonomo - sussiste anche senza i libri precedenti. La condizione che mi piace è che tu scrivi dei tuoi personaggi senza renderli schiavi della condizione letteraria precedente. E' quello che Balzac ha fatto per tutta la vita, ma del resto a me piace non inventare niente.

I libri di Marcello Fois

 

 

 
 
 
 
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