Intervista a Marco Proietti Mancini

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Marco Proietti Mancini è nato a Roma nel 1961, ha iniziato a scrivere (sui muri di casa) appena in grado di impugnare una matita e non ha smesso più. A distanza di quasi mezzo secolo non è ancora uno "scrittore pentito" e continua a scrivere ovunque sia possibile, con qualsiasi strumento possibile, racconti, antologie, recensioni letterarie, e tanto, tanto (troppo?) social network. Ha due figli e grazie a Dio, nonostante il pessimo esempio, pare non si interessino alla letteratura. Come tutti gli scrittori anche lui ha subito i rifiuti degli editori importanti. Qualcuno già vocifera che abbia il cassetto pieno di inediti che invaderanno le librerie nei prossimi anni. Scenario apocalittico.




Che mi dici a proposito della scrittura?
Ho iniziato ad avere la pretesa di scrivere molto presto, scrivere nel senso di “costruire storie”, di articolare qualcosa che andasse oltre il pensierino o il tema del compito in classe. A quattordici anni ho iniziato a pestare sui tasti di una Olivetti “Lettera 22” che mio padre teneva gelosamente e alla quale io facevo di tutto per fa accavallare le astine delle lettere, tanta era la frenesia di scrivere, di buttare giù parole. Le poesie invece le scrivevo a mano, su un quadernone a righe. La Olivetti in questione adesso è a casa mia, simulacro e ricordo. Le poesie e i vari abbozzi di romanzo sono conservati in una vecchia cassetta di legno che sta a prendere polvere su un soppalco. A parte questi esordi artigianali e un po’ velleitari, le ispirazioni da cui partivano le mie storie, già allora, erano esattamente le stesse da cui partono e si sviluppano le storie che scrivo ora. Un volto particolare, i lineamenti asimmetrici e lo sguardo fisso, un vento molto violento che spazza via mucchi di foglie, insomma qualsiasi cosa potesse fungere da condimento e contorno a una “storia principale” che mi sembrasse – e mi sembri – importante da raccontare, da far conoscere. Proprio per questo di scrivere non mi sono fermato mai, anche se ho coltivato questa passione con vergogna per la maggior parte del mezzo secolo della mia vita, arrivando nella seconda metà degli anni 2000 a riempire – invece che pagine di carta – le pagine elettroniche di un blog che esisteva su una piattaforma allora di grande moda, Splinder.


Poi?
Poi - evidentemente l’avanzare dell’età fa cadere i freni inibitori e incrementa l’esibizionismo - ebbi la brillante idea di inviare a “Il Messaggero” un racconto in cui narravo di un lungo giro in moto attraverso la notte di una Roma estiva e semideserta. Non ero preparato alla quantità di mail e messaggi che ricevetti, nei quali mi veniva chiesto di scrivere ancora di Roma e di quel che si prova a viverne la quotidianità. Il fatto era che io non avevo bisogno, di scriverne “ancora”, perchè nella memoria del mio computer c’erano decine di racconti pieni di quella “romanità”. La cosa divertente fu che invece di partire con la pubblicazione di quelli la mia storia editoriale vera è partita, in realtà, con un romanzo storico. Il primo editore – disgraziata esperienza – quando si trovò di fronte la raccolta dei racconti, mi chiese se non avessi anche da dargli qualcosa di più strutturato, di meno frammentato. In quattro mesi di lavoro nacque Da parte di padre, che prendendo solo spunto dalla storia personale di mio padre raccontava la vita di un paese della provincia romana e della Roma popolare di San Lorenzo nel periodo storico 1915 – 1933. In qualche modo scrivere di quel periodo mi permetteva di raccontare e documentare la vita “normale” di persone “normali”, attraverso un periodo storico di cui si ha conoscenza solo per grandi narrazioni epiche. Il libro fu un successo, l’esperienza editoriale, come già accennato, un completo disastro.



Però mi pare tu non ti sia affatto arreso, vero?

Affatto. A quel punto fui contattato da “Edizioni della Sera”; con loro sono riuscito a pubblicare la raccolta di racconti. La linea guida è sempre quella che in qualche modo mi ossessiona in tutto quel che scrivo. Non mi appartiene la narrazione di grandi figure, di personaggi di spicco. Mi affascina prendere i piccoli episodi che appartengono alla vita di tutti noi e mostrarli e rovesciarli, spiegarli nelle loro motivazioni, nelle emozioni che li provocano e che provocano, seguendone le conseguenze nella vita dei personaggi. Roma per sempre (settembre 2012) è questo, 31 storie, alcune di mezza pagina, che sono confessione e manifestazione di intenzioni, che sono racconto e favola. Volevo che la gente sapesse che a Roma c’era un posto dove si mangiava la pizza più buona del mondo, che esisteva una osteria dove le tavole odoravano di vino vecchio. Volevo mostrare la Roma dei romani e a tutti i non romani quali sono i sentimenti di un romano. La relazione con “Edizioni della sera” è proseguita con la commissione del seguito di Da parte di padre (che lo stesso editore ha ripubblicato in ebook nel 2013). Nel 2013 ho quindi pubblicato con loro Gli anni belli. Benedetto, il protagonista del precedente romanzo, è cresciuto, è diventato un uomo e sono cambiate le sue responsabilità. Io ho voluto accompagnarlo e continuare a mostrare la storia e la vita attraverso gli occhi di una persona del popolo che vive in una Roma ormai fascista, che subisce il servizio militare e l’allontanamento da casa, dagli affetti e da un amore appena nato. La mia intenzione, sempre, è quella di dotare il lettore di una lente che ingrandisce particolari altrimenti invisibili, perchè non tanto importanti da comparire nei libri di storia e non tanto eclatanti da essersi meritati la narrazione in opere famose, scritte da grandi scrittori. Non mi interessava tanto fare opera divulgativa, non è importante che i lettori sappiano che a quei tempi in inverno nelle domeniche di festa si mangiasse la polenta, quello che cerco di trasmettere è l’aria, le sensazioni e i sapori, i profumi del giorno di festa. Quel che una polentata voleva dire. Gli anni belli riprende la storia di Benedetto nel 1933 e lo accompagna fino al 1940, al giorno della nascita della sua prima figlia.
 

Cosa si guadagna e cosa si perde essere pubblicati da una casa editrice indipendente?
Si guadagna in stimoli, perché c'è molto più da inventare per creare interesse e ottenere visibilità e spazio. Si guadagna in possibilità di interazione e collaborazione, i meccanismi e i processi sono meno rigidi e codificati e il rapporto con le persone è molto più diretto e immediato, soprattutto le persone sono sempre subito quelle "giuste" per prendere decisioni. Si guadagna nell'attenzione che si riceve, non si è uno tra tanti, ma si diventa un progetto su cui l'editore investe soldi ed energia in maniera dedicata. Cosa si perde? per saperlo avrei dovuto essere stato pubblicato da un grande editore, ma non mi è ancora successo. Comunque, per quel che si dice in "giro", certamente ci si perde rispetto alla distribuzione, quello è certo.


Quanto coraggio serve a pubblicare un testo su Roma e sui propri ricordi quando non si è al top delle vendite?
Il coraggio di denudarsi. Credimi, ce ne vuole tanto. Bisogna essere incoscienti, più che coraggiosi. Ma alla mia età non credo di aver nulla da perdere. Da scusarmi, forse, e nel mio libro qualche "scusa" c'è. Comunque, tornando alla domanda di prima, l'incoscienza diventa una scelta, per provare a dare ai lettori qualcosa in più rispetto ai ricordi edulcorati di chi non si mette in gioco.


Pensi che oggi essere radicato al territorio ancora sia una necessità, visto che internet di fatto allaccia contatti ma elimina il concetto di appartenenza ad un certo posto?
Sì, anche se cambia il modo di rapportarsi al territorio. Non solo internet, ma tutto "l'ambiente" si è trasformato, lo studio, il lavoro, i rapporti familiari. Ci siamo adeguati a forme sociali che non consentono più di nascere vivere e morire nello stesso posto per intere generazioni. Allora l'appartenenza diventa memoria, diventa ricordo, storia minima. E forse è ancora più importante, perchè ci permette di non dimenticare.


E che mi dici del ruolo in generale della Letteratura all'epoca di Internet?
Inizio subito in maniera provocatoria; non credo, perchè non voglio credere, a forme di comunicazione e di supporto che si sostituiscano alla carta stampata. Lavoro su computer, scrivo su computer, ma leggo la letteratura e la narrativa su carta. Questo c’entra poco con Internet propriamente detta, ma è una cosa che mi sta sullo stomaco e non potevo non affermarla. Nulla per me sostituirà mai il fascino del girare pagina con le dita, l’odore della carta che assorbe il nostro odore, che si impregna delle nostre lacrime. Romantico? Si, ne sono consapevole. Come lo sono del fatto che inevitabilmente, questione di anni, i poteri forti faranno in modo che la carta diventi un supporto troppo di lusso, riusciranno a penalizzare la stampa, pur di far “vincere” tablet e roba simile. Vorrà dire che continuerò a leggermi e rileggermi le pagine strapazzate dei miei vecchi volumi. Se invece parliamo di internet propriamente detta allora il discorso è diverso ed è molto più esteso. Da un lato l’arcipelago micronesiano di internet ha creato una valanga di stimoli, di scrittori, di narratori più o meno improvvisati. Tutti quelli che avevano delle pagine nel cassetto, con internet le hanno potute condividere. Risultati? Per lo più negativi. Eccesso di offerta, speculazione selvaggia con scuole di “scrittura creativa”, pseudo agenti, studi di consulenza. Tutti che si improvvisano esperti. Tutti che vanno alla Fiera del Libro di Torino e vedono gente, incontrano scrittori, organizzano presentazioni, rappresentano case editrici. Case editrici a pagamento. Dove c’è pastura i pesci accorrono a mangiare, in questo caso i pesci sono per lo più pesci predatori. Dall’altro lato ancora una volta Internet, per chi ha ed ha saputo avere pazienza, per chi ha saputo selezionare e selezionarsi, ha permesso conoscenze, permette di creare comunità il più delle volte destrutturate e non codificate, amicizie e suggerimenti disinteressati. Grazie ad Internet io ho conosciuto scrittori “veri” che mi hanno aiutato, dato suggerimenti, che mi hanno criticato anche, permettendomi di correggere tanti errori. Rimane vero, su internet come era prima di internet, la regola che quel che veramente vale, se si ha la capacità di attendere e di saperlo valorizzare nel modo giusto, alla fine passa. A costo di doverlo gestire in maniera diversa. Io ho trovato dei miei racconti sparsi su forum, su blog dove non avevo mai messo avuto accesso. Ho trovato recensioni e valutazioni del romanzo su siti ai quali non mi ero mai rivolto. A quel punto ho usato questi casi come forma di pubblicità.

Come siamo arrivati al tuo Oltre gli occhi?
Mentre lavoravo a Gli anni belli ho sentito il bisogno di scrivere una storia più attuale, più vicina – nei tempi e nelle ambientazioni – a me. Ammetto anche che sentivo il bisogno di mettermi alla prova e sfidare alcune critiche preconcette che avevo ricevuto. Della serie “sì, bravo, ma sono racconti/romanzi autobiografici”, cosa lo dichiaro, vera solo in minima parte nei romanzi e molto di più nei racconti. Volevo dimostrare a me stesso di essere capace di inventare una storia “dal nulla”, anche se poco credo alla possibilità di non mettere in ogni storia che si scrive almeno un poco di sé, di quello che i nostri occhi catturano, le nostre emozioni ci fanno vivere ogni giorno. Sono partito da una mia immensa paura (la scoprirà chi leggerà Oltre gli occhi) per costruire una storia che narra di una perdita, di una fuga, di una seconda vita. Mi sono sfidato a cercare ambientazioni che andassero fuori da Roma, mi sono sforzato – anche se la parola “sforzo” non rende perfettamente l’idea, di spogliare ogni pagina di riferimenti incentrati su di me, il mio vissuto, il mio trascorso, per fare in modo che ognuno potesse riconersi in Mattia, il protagonista. La bozza del romanzo è piaciuta a Francesco Giubilei della casa editrice “Giubilei Regnani” che mi ha sostenuto in questo progetto. Rispetto ai 4 mesi scarsi di Da parte di padre e ai poco più che sei de Gli anni belli la lavorazione di Oltre gli occhi mi ha impegnato nelle varie stesura per quasi un anno (anche se contemporaneamente coinvolto in altre attività editoriali, cosa che non era successo con i primi due romanzi).

 

L'amore davvero è più forte della morte, come sembri suggerire raccontando il percorso di ritorno alla vita del protagonista di Oltre gli occhi?
L’amore è più forte di tutto, senza nessuna retorica e senza nessun romanticismo. Lo dimostra il fatto che perfino nei territori devastati da guerre e altre catastrofi ci sono ragazzi che superano tutto pur di donarsi. Per amore. E’ più forte perchè fa parte del nostro istinto animale, di quel che ne è rimasto, perchè è come certe piante che anche se le mozzi alla radice, basta che rimanga dentro vivo un centimetro piantato nella terra, ricrescono. Non c’è nulla di smielato nel pensare questo, nello scriverlo, nell’affermarlo, è solo osservazione delle persone e del mondo.


Come è nato il titolo Oltre gli occhi e cosa significa?
Il titolo è un “omaggio” del mio editore – Francesco Giubilei – che non era convinto del titolo provvisorio che avevo scelto io; a questo punto posso dire quale fosse: Due vite. Troppi libri con titoli simili, troppo generico e poco di impatto. Un editore è un imprenditore, è quello che si accolla il rischio economico e deve guardare anche alla presa sul mercato di un titolo. Oltre gli occhi è tutto quello che è più vero e che non cambia, che rimane uguale anche in un corpo devastato e in un’anima ferita. Il protagonista del romanzo vuole, vorrebbe dimenticare tutto, anche chi è lui, non riconoscersi più, ma non può farlo, perchè Oltre gli occhi è e rimarrano sempre i suoi ricordi.


Perché hai voluto che l'amore tra i tuoi protagonisti, già nato dalle ceneri di un amore perso, nascesse anche come amore violato?
Perché non volevo che Mattia apparisse come un santo, come un uomo senza difetti e senza rabbia, una vittima e basta. La sua redenzione è destinata a fallire, perché non ha nulla per cui e di cui redimersi. E’ un uomo che ha perso, ma non è un perdente. Quando la vita – di nuovo – lo metterà di fronte a quel che non vuole, che non accetta, reagisce nel modo più violento, il modo più sbagliato. Colpisce la speranza che gli si offre di avere una nuova vita che crede di non volere, lo fa violandola, violentandola. Letterariamente, con quella scena, offro finalmente a Mattia una occasione di redenzione per qualcosa di cui veramente ha colpa.


Il tuo romanzo comunica un tangibile, disperato amore per il mare...
Che è il mio. Forse la cosa più mia che metto in Mattia, perché mi appartiene e volevo comunicarla. Tutte le mie opere precedenti, per ambientazione storica e localizzazione non mi avevano offerto questa possibilità. Qui me la sono creata. C’è anche un motivo molto concreto; io amo svisceratamente il mare, ma il mio è un amore contemplativo. Mattia doveva vivere il mare e del mare aveva bisogno di vivere, quindi doveva saper pescare e conoscere i ritmi e i movimenti del mare e del vento. Ho la fortuna di avere degli amici marinai e pescatori. Non ho chiesto loro nulla, ma li ho osservati e ascoltati per anni – non scherzo – e questo è stato il modo migliore di documentarmi su quel che dovevo scrivere. Se l’esilio di Mattia fosse stato in cima a una montagna mi sarei trovato nei guai.


Perché ce l'hai tanto con i cinghiali, invece?
Perché sono proprio così come li ho descritti. Sporchi, violenti e arroganti. Distruggono e calpestano, sono invasori senza pietà. Nulla come un branco di cinghiali può far danno a un orto. Quel che non mangiano lo lasciano inutilizzabile, comunque. Mi serviva un simbolo del male, di qualcosa che impedisce a Mattia di diventare l’uomo che vuole essere. Mattia per tutta la prima parte del romanzo è un inerte, un ignavo viziato da una moglie che lo accudisce, pragmatica e concreta, che lo vizia, lo veste, ha cura di lui e della loro vita. Quando arriva nella capanna sulla spiaggia continua fatalisticamente ad accettare quel che trova, senza fare nessuno sforzo particolare. Poi arrivano i cinghiali e lui deve combattere, per affermarsi.


E ora in che direzione conti di andare?
Oltre gli occhi sta andando bene, tanto da avermi fornito l’ispirazione per immaginare di poter scrivere una “trilogia della privazione”, scrivendo altri due romanzi con diversi protagonisti che devono affrontare – come Mattia in Oltre gli occhi – la sfida per vivere ancora dopo aver subito una perdita immensa. A dicembre prossimo uscirà una raccolta di tre racconti lunghi (uno mio, uno di Costantini&Falcone, il terzo di Igor Artibani) in cui – ennesima scommessa – ho voluto affrontare una ambientazione nera, sempre però vista e vissuta da una “persona normale”, in questo caso un adolescente di una borgata romana.

I libri di Marco Proietti Mancini

 

 

 

 
 
 
 
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