Intervista a Marilù Oliva

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Marilù Oliva è una fra le più seguite scrittrici di noir italiane, è caporedattrice di Libroguerriero.it, cura un blog su Huffington Post e insegna Lettere alle superiori. La incontro a Sesto Calende (VA) in occasione della prima presentazione del suo nuovo libro edito da HarperCollins Italia. Quello che mi colpisce appena la vedo è la serenità con cui sorride e saluta tutti amabilmente nonostante un viaggio rocambolesco da Bologna dopo aver sfidato il ghiaccio, la neve e perfino un veicolo contromano in autostrada. Parliamo dei suoi libri, di donne, di uomini. E di tante altre cose.




Nel tuo Le spose sepolte affronti un tema particolare a te molto caro e purtroppo ancora di attualità, quello del femminicidio. Quali sono secondo te i motivi per cui è ancora così radicato l’odio nei confronti delle donne?
Il discorso è complesso e investe molti ambiti. Per semplificare: è ancora diffusa l’idea che le donne siano meno capaci dell’uomo. Basta farsi un giro nei consigli di amministrazione, nelle redazioni dei giornali, negli ospedali o persino all’università: il potere è esclusivamente maschile. Non è che auspico un mondo che sia solo in mano alle donne, sarei però felice se tutti avessimo le stesse possibilità. In questo momento non è così e penso che i femminicidi siano legati molto a questo modo di vedere la figura femminile. È chiaro che poi dietro ai moventi si nascondono molti altri aspetti ed un discorso troppo lungo da affrontare in poche battute ma di cui sarebbe molto interessante discutere. Sicuramente l’uomo uccide la donna perché la considera inferiore, un po’meno persona, forse più oggetto che persona. E questo ha a che vedere con un problema culturale legato alla svalutazione della figura femminile che noi possiamo osservare anche quotidianamente guardando ad esempio una banale pubblicità televisiva; una donna che nell’immaginario del suo aguzzino diventa sempre più oggetto (penso ad esempio al ritrovamento della povera Pamela Mastropietro). In una parte del libro mi sono ispirata al caso emblematico di Roberta Ragusa. Scomparsa ormai sei anni fa, il corpo mai ritrovato e la baby sitter che sin dal giorno successivo alla scomparsa di Roberta si insedia a casa sua come se niente fosse successo. È il figlio che dà l’allarme sulla scomparsa della madre e che da sei anni cerca la verità. Ecco, io penso anche a quei bambini, a quei figli. Come potranno mai crescere sereni dei ragazzi che hanno subito traumi del genere? Anche senza arrivare al caso estremo del femminicidio e fermandoci ai casi di violenza assistita – che in Italia sono ben il 65% di tutte le violenze – significa che questi bimbi si porteranno dietro per tutta la vita insicurezze; i maschi tenderanno ad essere a loro volta violenti, le femmine cercheranno figure maschili prepotenti o comunque preponderanti. E quindi deve essere chiaro che il femminicidio è un problema che riguarda tutti, a vari livelli. E vorrei fare anche un appello a chi si occupa di informazione: fate attenzione alle parole che usate, sceglietele con accuratezza. Non si possono definire a posteriori tragedie quelle che in realtà sono spesso cronache di morti annunciate; non c’è niente di ineluttabile in esse ed è per questo che bisogna parlarne. E non basta farlo in famiglia, nelle scuole o nelle associazioni (in cui tutto spesso è lasciato alla buona volontà di chi si impegna per diffondere la cultura del rispetto); è necessario che sia un processo “istituzionalizzato” in un percorso di educazione alla civiltà ed alla convivenza.

Qualche settimana fa su Libroguerriero.it è uscito un articolo molto interessante di Susanna Raule che prendeva spunto dalla pubblicazione da parte di un noto editore di due volumi di classici della letteratura: uno “per ragazzi” e l’altro “per ragazze”; incredibilmente anche i colori scelti per le copertine sono il rosa e il verde/blu. È vero che si tratta di pubblicazioni di qualche anno fa, ma non è la prima volta che si operano queste distinzioni di genere. Come non è la prima volta che si sente dire che le donne non sanno scrivere di determinati argomenti. Quali sono secondo te i meccanismi che hanno portato a questi pregiudizi in letteratura?
Sì, è vero. E aggiungo che quella rosa destinata alle ragazze è composta da scritti di autrici dell’800 considerate sentimentali (Alcott, Austen per citarne alcune), mentre quella pensata per i ragazzi è un insieme di romanzi di autori di avventura (da Stevenson a Verne); un modo per far passare il pensiero secondo il quale le ragazze leggono i romanzi sentimentali e i ragazzi quelli avventurosi. Non solo, ma anche che le donne devono leggere solo autrici femmine e gli uomini solo maschi. È un pregiudizio duro a morire e che in realtà è sempre esistito. È quel retaggio atavico di cui parlavamo prima e che si estende poi a macchia d’olio in ogni settore e con il quale dobbiamo tutti i giorni combattere, soprattutto noi scrittrici: dal collega che ti parla con sufficienza sottintendendo che non ti leggerebbe mai perché sei una donna all’editore che punta sullo scrittore maschio, perché ancora nel 2018 gli scrittori maschi hanno più valore sul mercato, maggiori possibilità di essere pubblicati e di avere un contratto interessante. È chiaro che poi ci sono delle eccezioni, penso a Dacia Maraini o Donatella Di Pietrantonio, ma in linea di massima è così. Nel noir questa forbice si restringe ancora di più perché è un genere considerato in assoluto maschile. All’inizio del mio percorso intorno al 2009, sono stata molto snobbata da autori convinti di saper scrivere meglio di ispettori e di indagini perché maschi. Ti faccio un altro esempio: noi donne veniamo molto meno invitate nei festival, nei convegni, e anche questa mancanza di visibilità è una forma di discriminazione. Io per fortuna sono tra le poche scrittrici noir in Italia e quindi mi chiamano spesso; ma se scrivessi romanzi d’avventura o romanzi d’introspezione farei molta più fatica a farmi conoscere. Ci sono davvero ancora tanti muri da abbattere, in troppi settori.

Molti tuoi fan si chiedono che ne è stato di Elisa Guerra, protagonista di ben tre dei tuoi romanzi. Hai in mente di scrivere una sua nuova avventura?
Ah, la Guerrera! Diciamo che è in stand by. È un personaggio al quale sono molto affezionata. Pur piacendomi mi sono resa conto che forse è una figura femminile troppo “estrema”. Elisa è una forte bevitrice, fuma come un turco, va a ballare quasi tutte le sere e si porta a casa i cubani che le piacciono, la sua dieta consiste in due pacchetti di patatine al giorno ed un sacco di rum. A me piaceva molto scrivere di lei, mi divertivo: attraverso lei fumavo tutte le sigarette che ho dovuto smettere di fumare, bevevo il rum che non posso bere e mi piaceva l’ambientazione nelle sale da ballo sudamericane, con la musica che veramente ti scalda i cuore. Però la Guerrera è piaciuta tantissimo ad una nicchia di lettori forti e meno al lettore medio che preferisce invece una donna come Micol Medici, una figura femminile rassicurante e con quel lato buono che in fondo tutti cercano in una donna. Qui in Italia, in cui ancora ci sono realtà chiuse, se vuoi sdoganare un certo modello di donna lo devi fare in maniera più soft... Mi piacerebbe riprendere le vicende della Guerrera più avanti, chissà, in ogni caso ci saranno sicuramente delle ristampe dei precedenti romanzi.

Micol Medici, la protagonista de Le spose sepolte, è una donna acqua e sapone, semplice nel vestire, acuta osservatrice e con una madre un po’troppo invadente. Quanto c’è di tua figlia Micol nel suo personaggio?
Mia figlia non è la classica vanitosa come lo ero io alla sua età... io lo sono rimasta, però! Non fa niente per piacere fisicamente agli altri e questo suo aspetto lo apprezzo molto. Ha gli stessi capelli riccioloni e lo stesso aspetto fisico dell’ispettrice de Le spose sepolte, e come lei una mente matematica e la passione per la criminologia. Al personaggio del libro ho aggiunto un altro aspetto per smussare un pochino questo lato così razionale di Micol: un elemento se vogliamo un po’magico, una inclinazione che lei non accetta ma che imparerà ad ascoltare, i suoi sogni. Sono sogni che pur non essendo premonitori rivelano alcuni dettagli importanti, sfuggiti ad un primo sguardo. Micol ha anche una madre molto invadente e rompiscatole, che non sono io eh (ride), che non ha la minima idea delle indagini che deve svolgere la figlia e che la chiama in qualsiasi momento della giornata pretendendo che i suoi problemi vengano risolti e in tempi brevi. Un altro personaggio presente nel romanzo e che esiste veramente è Virginia, l’anatomopatologa che ho usato anche nella trilogia della Guerrera. Nella vita reale è la mia “nipotina” di trent’anni e che tra l’altro controlla la parte medica dei miei romanzi.

Micol Medici è cresciuta leggendo Conan Doyle e Poe e guardando i film di Kubrick e Dario Argento. Quali sono i libri che hai letto e che hanno in qualche modo lasciato il segno?
Sono letteralmente innamorata di Gabriel García Márquez, di tutta la sua produzione. Credo che sia stato formativo sia dal punto di vista del miraggio letterario (un modello per me inarrivabile, per la ricchezza, la variabilità dei periodi) sia dal punto di vista della salvezza perché l’ho incontrato in un periodo molto triste della mia vita, in cui ero molto sola ed ho trovato nei suoi romanzi un’àncora di salvezza. Poi ti dico anche qualche autrice: Grazia Verasani, Antonella Sarchi, Susanna Raule, ed anche un sottobosco meno conosciuto ma altrettanto valido, Laura Costantini e Giorgia Lepore. Fra gli autori maschi, sicuramente Maurizio de Giovanni, Romano De Marco e Matteo Strukul.

I LIBRI DI MARILÙ OLIVA



 

 

 
 
 
 
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