Intervista a Martin Michael Driessen

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Olandese, classe 1954, personaggio poliedrico e scrittore dalla penna affascinante ed evocativa, Martin Michael Driessen regala da sempre ai suoi lettori emozioni delicate, esaltando all’ennesima potenza le più vive sensazioni. Narra, trascina e fa sognare con i suoi racconti e il suo ultimo lavoro è l’emblema di una scrittura elegante e suggestiva. Ama raccontare e raccontarsi, in maniera schietta e limpida, proprio come ha fatto con noi, per voi.




Il tuo Fiumi ha come protagonista indiscussa l’acqua, con il suo corso, i suoi rumori, capace di trascinare con sé vite, pensieri, emozioni. Come e quando nasce l’idea di questo libro?
Inizialmente tutto ciò che avevo era il primo racconto, Fleuve Sauvage: devo l’ambientazione di questo racconto a un viaggio in canoa che ho fatto su quello stesso braccio del fiume Aisne. Poi mi sono imbarcato nella scrittura del racconto di due uomini che condividono un’amicizia lunga tutta una vita, senza arrivare mai a sapere davvero chi sia l’altro. Mi sono così imbattuto nella più antica di tutte le metafore (il fiume dalla sua fonte fino al suo dissolversi nel mare – la vita umana dalla culla alla tomba) che si è imposta sulla storia delle loro vite e che ha donato alla storia una prospettiva trascendente e senza tempo. Una volta scritto Viaggio sulla luna, ho realizzato che mi bastava solo aggiungere un terzo racconto sui fiumi per avere un libro. E l’idea di questo terzo racconto è arrivata da sola, quasi all’improvviso: stavo considerando anche in precedenza l’idea di scrivere qualcosa sui limiti umani e sul potere del pregiudizio e dell’odio tramandato di generazione in generazione. Quindi il passo successivo è stato inventare il piccolo ruscello bretone che in Pierre e Adèle rappresenta il confine tra i territori delle due famiglie rivali. L’idea per Fiumi si è sviluppata sostanzialmente da sola, in modo molto organico e naturale, e questa è la cosa migliore che possa accadere a un autore. Ovviamente, una volta consapevole della forma che il lavoro stava prendendo, ho orchestrato gli effetti giocando con il contrasto tra i tre stili narrativi e le diverse prospettive. Ma al di là di qualunque intento creativo consapevole, ogni autore ha anche bisogno di una buona dose di fortuna. In questo caso io sento di essere stato molto fortunato per essere riuscito a scrivere tre racconti indipendenti tra loro che creano, miracolosamente, un’unica opera perfettamente compiuta.

Le tue descrizioni dei luoghi, delle sensazioni, dei pensieri e dei rumori, prendono il lettore per mano e lo portano in quei luoghi, in quelle emozioni, tra quei pensieri e quei rumori. Svelaci il segreto della tua scrittura: come ci riesci?
Essendo onesto riguardo le mie stesse sensazioni, ad esempio. Ciò che nella vita è stato capace di toccarmi profondamente, se adeguatamente riportato, quasi certamente saprà toccare anche altre persone perché nessuno è poi così unico. Ovviamente c’è anche molto di più… Io sfrutto consapevolmente il nostro comune “musée imaginaire”, cioè l’archivio di immagini collettive che noi tutti condividiamo. Per fare un esempio: praticamente chiunque può richiamare alla mente l’immagine di una giovane donna in un campo di grano. Può essere il ricordo di un quadro impressionista o di una pubblicità (in entrambi i casi la donna indosserà probabilmente un leggero vestito estivo e un cappello di paglia), o nel più invidiabile dei casi l’immagine sarà collegata all’esperienza diretta. Ma il punto è che, quando parlo di una giovane donna in un campo di grano, ciascuno richiama alla mente un’immagine del tutto personale. Quindi l’arte consiste nell’usare solo le parole necessarie per richiamare alla mente quell’immagine e non una parola di più. Aggiungere descrizioni troppo dettagliate rischia di rovinare completamente il processo, soffocando la fantasia del lettore. E la magia della letteratura a mio avviso è tutta qui: permettere al lettore di crearsi una personale esperienza del testo. Questo spiega anche il perché le mie storie tendono ad essere brevi. Less is more.

Qual è il tuo primo obiettivo quando decidi di intraprendere una nuova avventura letteraria? Te stesso o il lettore?
La risposta migliore che posso dare è: scrivo per il me stesso lettore. Questo significa che cerco di scrivere ciò che desidererei leggere, ma che nessuno ha ancora scritto. Un’altra spiegazione altrettanto valida è che sento il bisogno di scrivere ciò che nessun altro scrittore potrebbe scrivere. È un grande orgoglio poter dare vita a una personale visione del mondo in questo modo, una creazione in grado di dare gioia o addirittura un brivido di consapevolezza alle altre persone. Quando intraprendo una nuova avventura letteraria, non ho nient’altro in mente se non concedere ad alcuni dei miei sentimenti più profondi o delle mie esperienze più significative la possibilità di trovare espressione. Ma al momento del decollo quando inizio a scrivere c’è, come nell’enorme consolle di comando che i piloti aerei si trovano davanti, con tutte le spie e gli altimetri e gli orizzonti artificiali, una piccola luce (nel mio caso si trova alla mia destra e a mezza altezza) che inizia a lampeggiare ogni volta che sento che potrei perdere l’attenzione dei miei lettori. A quel punto modifico la rotta (o l’altitudine o la velocità) perché capisco che qualcosa sta mettendo in pericolo il volo. La mia intenzione è di arrivare ad un atterraggio sereno con tutti i passeggeri a bordo. Non vorrei mai che fosse necessario andare a recuperare la scatola nera.

Sei attore, regista teatrale, traduttore e poi scrittore. È giusta la sequenza? E qual è tra questi il ruolo in cui ti senti davvero te stesso?
In senso cronologico, l’elenco appena fatto è senz’altro corretto. Quando dirigevo opere liriche o teatrali, non scrivevo. Ho iniziato a scrivere solo dopo aver detto addio al palcoscenico. Le due attività, nel mio caso, si escludono vicendevolmente. Richiedono forme di concentrazione e stili di vita completamente differenti fra loro. Per ottenere risultati a teatro c’è bisogno del talento e della cooperazione di una moltitudine di altre persone, come autore invece ci sei solo tu. Entrambe sono esperienze al tempo stesso meravigliose e spaventose. Quando ero più giovane amavo una cosa, ora l’altra. Ma in sostanza non c’è una grande differenza tra le due. È solo il desiderio di aggiungere nuovi mondi all’universo che conosciamo.

Mi interessa conoscere il tuo parere sulla letteratura contemporanea europea e anche sul suo potenziale futuro…
Ho paura di non poter dire niente di utile in risposta a questa domanda. Non leggo così spesso letteratura contemporanea e se lo faccio rimango confuso dalla differenza tra ciò che leggo e il mio lavoro. La maggior parte dei romanzi contemporanei si focalizzano sulle esperienze personali degli autori, su argomenti di tendenza in quel momento o su una combinazione delle due. La mia ispirazione come autore nasce totalmente altrove. In generale mi sento più connesso agli scrittori del passato. Riconosco che possa esserci una spinta autoprotettiva in questa visione: avere come termine di paragone solo persone morte da molto tempo può essere più rassicurante, anche se si tratta di giganti come Flaubert, Kleist o Euripide.

Cosa legge Martin Driessen?
Alcune letture sono confortevoli, ma per lo più preferisco letture che rappresentino uno stimolo e una sfida. Al momento sto leggendo l’epopea di Gilgamesh, il più antico testo letterario di cui siamo a conoscenza, e mi sta regalando molte notti insonni.

I LIBRI DI MARTIN MICHAEL DRIESSEN



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