Intervista a Marzio Barbagli

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Marzio Barbagli è professore emerito di Sociologia dell’Università di Bologna e membro dell’Accademia dei Lincei. Ha scritto numerosi saggi, dedicandosi anche all’aspetto sociologico del fine vita. Nel suo saggio più recente affronta il tema delicato del fine vita, confrontando la situazione italiana col resto del mondo. Lo incontro a Mantova ai margini di una presentazione proprio di questo libro.




Come si vive la morte mentre si è vivi, sani? Possibile viverla senza angoscia?
Normalmente noi non pensiamo alla morte. Quando ci pensiamo, non riusciamo bene a capire che cos’è, ci sembra un fatto incomprensibile, assurdo e che naturalmente in certi momenti ci fa paura. È chiaro che ne sentiamo parlare e abbiamo esperienza di altre persone. Sappiamo che prima o poi deve avvenire e cerchiamo di non pensarci.

C’è una tendenza, vedo, avendone avuta anche personale esperienza, a schivare i malati terminali, come se, pur ancora vivi, ma alla fine della loro vita, fossero già morti. Cosa ne dice?
No, dico che non è vero che c’è questa tendenza. I malati terminali sono in una situazione difficile, drammatica, che ci commuove e ci può far paura. Esistono molte persone che si occupano dei malati terminali, pensiamo ai parenti. Nel caso di epidemie, come nel passato la peste, e in anni più recenti l’ AIDS, i malati venivano e vengono ancora guardati con sospetto, e quindi sì, in un certo senso schivati, ma solo in questi casi.

Parliamo dell’aspetto deontologico del medico, soprattutto per quanto riguarda l’atteggiamento nei confronti dei famigliari. A volte il modo di porsi e il linguaggio poco rispettoso del dolore del parente, contribuisce ad aumentarne la sofferenza. È fattibile un percorso di educazione psicologica che lo aiuti a trattare con i famigliari in modo più sensibile?
Intanto ci sono grandi differenze tra i medici, ma sicuramente l’istruzione universitaria potrebbe fare molto di più nell’abituare i medici a trattare questo e molti altri aspetti delicati che ci sono.

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