Intervista a Massimiliano Bacchiet

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Massimiliano Bacchiet è nato a Riglione, che per un mero incidente geografico si trova ai bordi della città di Pisa. È uno di quei toscanacci un po’ impenitenti che, se li incontri dopo averli persi di vista per vent’anni, ti sorprendono con lo stesso sorriso, lo stesso sguardo penetrante e scopri con piacere ‒ come ho fatto io ‒ che quello che hanno sacrificato nel “settore tricologico” lo hanno guadagnato in talento. Da quando i nostri passi hanno smesso di incrociarsi, è diventato un funzionario pubblico, ha dedicato entusiasmi e sopportato delusioni da tutto l’arco dei partiti di sinistra, ma, soprattutto ha consolidato il talento narrativo che aveva dimostrato da giovanissimo biografo di Leone e Graziadei.




Devo premettere che il mio approccio ai micro campanilismi e ai micro localismi che caratterizzano la vita dei Toscani è passato dall’incredulità, al divertimento e ora è pericolosamente vicino all’accettazione. Quando sono arrivata a Pisa ho invidiato la vostra infanzia. Qui i ragazzi che orbitavano attorno alle Case del popolo, ai Circoli dell’amicizia o de “L’Avanti” assorbivano valori quasi per osmosi. Ci racconti cosa ha di diverso e in cosa Riglione segue il paradigma delle piccole comunità operaie che tanti autori a partire da Pratolini e Cassola hanno dipinto nei primi anni decenni del secolo scorso?
Hai perfettamente ragione: la mia generazione (vicina alla soglia dei cinquanta) ha conosciuto un mondo oggi completamente scomparso e, nei luoghi di aggregazione che tu citi, ha veramente assorbito per osmosi una serie di valori che oggi, purtroppo, non siamo in grado di tramandare. Sono scomparsi, per ciclo biologico, i fondatori delle Case del popolo e dei circoli ACLI e, con la loro scomparsa, quei luoghi sono mutati geneticamente diventando meri esercizi commerciali. La curiosità di ricercare, approfondire, elaborare e poi raccontare la storia di “questa centrale e laboriosa borgata” va ricercata nei ricordi, nelle battute e nelle storie non raccontate fino in fondo che quella generazione ci ha narrato: a volte intorno ad un biliardo avvolto dal fumo di sigarette e tabacco toscano, altre volte nelle oziose nottate estive trascorse a margine di una pista di ballo liscio. Da qui la voglia di raccontare e riscoprire gli “anonimi volti” degli abitanti di questo borgo. Ho provato a dare loro di nuovo voce, ne ho descritte le passioni, i progetti, le speranze e le delusioni che li animarono facendo incontrare questi sogni con i momenti cruciali della storia d’Italia. Pur approfondendo varie biografie e raccontando le vicende dei gruppi protagonisti della storia del nascente movimento operaio e socialista ‒ che a Riglione si presentò con una marcata anima anarco-repubblicana e anticlericale ‒ ho cercato di far sì che fosse il paese a rimane il protagonista collettivo della narrazione. Se guardiamo ai nostri giorni, il ricordo di quella comunità può essere inteso proprio come il luogo di difesa e di rifugio: forse in questo si ritrova il contatto con le piccole comunità raccontate nel novecento dai grandi narratori che citi.

Di recente ho chiesto a Sergio Costanzo, altra stella del panorama letterario cittadino che ha scritto un libro sul quartiere in cui è cresciuto se per lui si considerasse un abitante del suo quartiere piuttosto che Pisano. Lo chiedo anche a te.
Oggi, anche a Pisa, tendiamo a dire, rispetto alla propria dimora, che abitiamo in questo o in quel quartiere; posso affermare con certezza che questo modo di dire non è ancora arrivato a Riglione: se chiedi ad un riglionese della sua provenienza ti risponderà: sono di Riglione. Nel verbo essere c’è tutta quell’appartenenza, quella provenienza e quel radicamento da non confondere con la residenza. Un misto di sentimenti che passano dal campanile, sempre vivo nelle nostre terre, all'affetto e all'attaccamento alle proprie radici. Oggi sono questi i sentimenti rimasti radicati tra la gente, quelli che ancora “fanno comunità”, diversamente dalle grandi narrazioni e dagli ideali che, pur avendo animato gli anni che racconto, sono andati scomparsi. Dal punto di vista storico invece la Riglione sulla quale mi fermo con più aneddoti, e cioè quella anarchica, repubblicana e socialista è ben integrata con gli altri quartieri di Pisa, quella che il sociologo cattolico Giuseppe Toniolo chiamava “la città disgraziata”.

Riglione ha visto passare sui suoi selciati gran parte della Storia ufficiale ed il suo popolo ha vissuto da protagonista i maggiori eventi tra gli eventi nazionali. Quale è la cosa che ti ha sorpreso di più nella tua ricerca tra gli archivi parrocchiali, vescovili, e comunali?
La vitalità politica, sociale e culturale del paese. Prima di questo studio immaginavo Riglione addormentata tra il lavoro nelle campagne, nelle fornaci e negli opifici, con le domeniche a messa e le nuotate in Arno. Ho scoperto invece due aspetti straordinari. Dal un lato un borgo diviso tra ferventi sovversivi e cattolici poco inclini a subire il vento del momento; dall'altro un profondo senso di solidarietà che sapeva varcare ogni barriera. Ogni sfumatura sociale e politica di questa borgata ha saputo fare dell'accoglienza e della solidarietà il proprio biglietto da visita..

Perché hai limitato la tua narrazione al 1948? Ritieni che l’attentato a Togliatti abbia avuto una qualche valenza di cesura storica, di spartiacque?
A mio parere con il 1948 finisce un’epoca. Secondo lo storico Eric Hobsbawm, il novecento sarebbe iniziato realmente solo nel 1914 per terminare nel 1989, o al massimo nel 1991. Onestamente non ho gli strumenti per dialogare su questo campo, studiando e interpretando però quello che succede nella mia città vedo che, con l’attentato a Togliatti, finisce un sogno, la politica e la vita sociale si posizionano su due fronti: da una parte i comunisti che accettano, (oppure viene loro suggerito di accettare) la democrazia, dall’altra gli anticomunisti. Scompaiono i repubblicani, gli anarchici e tutto il movimento anticlericale, culture che avevano dato tanto a questa città e che l'avevano appunto caratterizzata dall’unità d’Italia all’avvento del fascismo. Per respirare di nuovo quel clima e per ritrovare nuove spinte popolari, che non fossero indotte o controllate, dobbiamo attendere il ‘68, che a Pisa – come ben sai – comincia prima.

Non nasci come scrittore, ma sei un attivista, un pubblico impiegato prestato alla scrittura. Intendi farla diventare un’abitudine o pensi che la tua missione fosse essenzialmente quella di raccontare una comunità e un tempo?
Sono ancora un attivista, della Biblioteca Franco Serantini e dell'Anpi. Diciamola così: non sarà un’avventura. Ho sempre coltivato la passione della ricerca e della scrittura, questo però è stato il mio primo libro e, dal punto di vista personale, un viaggio fantastico. Gli archivi di questa città sono ancora carichi di preziosi documenti e di storie, qualcuno le dovrà pur raccontare.

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