Intervista a Massimo Lugli

Massimo Lugli è una leggenda nell'ambiente giornalistico romano: un cronista di Nera formidabile, sempre in trincea sulla strada e nei bassifondi della metropoli. Chi meglio di lui quindi conosce gli abissi della violenza, del degrado, dell'emarginazione, del delitto? E se decide di raccontare un po' di questo mondo in una serie di romanzi, è davvero un'occasione da non perdere per chi ne subisce il fascino irresistibile. E un'occasione altrettanto imperdibile per noi intervistarlo (in due tempi successivi)!

Come è nata l'idea di ambientare il tuo romanzo La legge di Lupo solitario nell'universo degli homeless metropolitani? E ti sei in qualche modo 'documentato' sull'argomento?

Sono sempre stato affascinato dalla città "invisibile", quell'universo nascosto che sfioriamo senza vederlo, governato da leggi, consuetudini, modi completamente diversi da quelli a cui siamo abituati. Un mondo che frequento da anni e anni, giorno e (soprattutto) notte per motivi di servizio. Questo tema era l'argomento del mio primo libro, Roma Maledetta (Donzelli 1998) ma in quel caso si trattava di una specie di saggio. Volevo far volare la fantasia, cimentarmi con un romanzo e Lupo mi si è letteralmente materializzato davanti. Non ho mai incontrato un tipo come lui, sulla strada, è la somma di tanti personaggi in cui mi sono imbattuto lavorando in cronaca.

 

Mi ha molto colpito l'assenza di passato del protagonista: chi è Lupo prima di essere Lupo?

Questa domanda mi piace molto. Lupo non ha un passato perchè tutta la sua vita precedente verrà raccontata nel sequel, in realtà un prequel che si intitolerà "L'istinto del Lupo" e uscirà il 5 settembre per Newton Compton. Non ho scritto prima il prequel, semplicemente l''idea mi è venuta dopo la pubblicazione di "Lupo". Posso anticiparti tranquillamente che il protagonista viene da una famiglia agiata e nasce (guarda caso come me) a metà degli anni 50. Ad ogni modo, mentre scrivevo Lupo (ci ho messo circa 3 anni con pause di mesi interi) pensavo a un libro unico. Poi... l'appetito vien mangiando.

 

La vicenda della pantera che qualche anno fa ha monopolizzato le prime pagine era senza dubbio interessante anche per la carica simbolica che portava con sé: nell'economia della storia che racconti tu, che ruolo ha questa figura quasi soprannaturale?

La pantera è un simbolo di quei segreti, quei misteri e quelle incredibili sorprese che una grande città può riservare. Ma al tempo stesso è un mio splendido ricordo. Già perchè la pantera di Roma, quella che ha dato il nome al movimento degli studenti, non era una leggenda metropolitana come si è scritto in seguito. Io l'ho vista, e non solo io: un giorno, durante la grande caccia alla pantera di tanti anni fa, uscì da un boschetto e fu fotografata e filmata dalle telecamere del Tg3 regionale. La vista di quel felino nero (era piuttosto piccolo, un cucciolone ma non era un gatto. Era grosso più o meno come un cane lupo) che correva libero in un boschetto circondato da militari della finanza e sorvolato da un elicottero mi ha mozzato il fiato, è stata una delle cose più belle che mi siano capitate in 33 anni di cronaca nera. N.B.: la pantera non è mai stata catturata, nonostante un imbecille sia andato in giro a dire di averlo fatto. Forse è ancora libera, da qualche parte, chissà...

 

Hai pensato a un eventuale sequel del romanzo? Leggeremo mai - che so - le avventure di Lupo braccato dai satanisti in Madagascar?

Vedi sopra. ...Comunque un sequel mi sembrava difficile, un lupo vecchio e grasso di ritorno dal Madagascar sarebbe stato un po' ridicolo. Meglio il prequel, no?

 

Che lettore è Massimo Lugli? Quali sono gli scrittori ai quali ti senti più affine?

Amo soprattutto i romanzi storici, ho una passione smisurata per Bernard Cornwell e ho divorato tutto quello che ha scritto Gary Jennings a cui mi sono ispirato per il ritmo mozzafiato dei suoi impareggiabili romanzoni. Ma il mio scrittore preferito, quello con cui vorrei avere un colloquio a quattr'occhi a qualunque prezzo è Mario Vargas Llosa. La sua "Conversazione nella cattedrale" mi ha spinto a diventare giornalista (l'ho letto a 12 anni e riletto almeno 7 volte) tutti gli altri romanzi (da Elogio della matrigna a La guerra della fine del mondo) mi hanno stregato, affascinato e incantato. E dire che non ho la passione dei sudamericani. Vivendo tra indagini, omicidi, poliziotti e carabinieri non sopporto i gialli e i polizieschi anche se la Patricia Cornwell iniziale mi piaceva ma poi è diventata una che scrive sempre lo stesso libro e ne vende (beata lei) milioni di copie... La mia ambizione nella vita è scrivere un romanzo storico ambientato sul campo della battaglia di Crecy (agosto 1346) ma purtroppo è già comparsa in un recente romanzo di Cornwell e anche nell'ultimo di Ken Follett. Comunque, non si sa mai...

 

Cosa ne pensi del boom del noir in Italia? Meglio così o si rischia l'overdose?

Il noir non mi piace gran che, devo dirlo perchè spesso è sciatto e usa un linguaggio tra verbale di polizia e bassa macelleria. Non credo che La legge di Lupo solitario sia un noir: è una favola feroce ambientata in un sottobosco metropolitano che può essere di Roma ma anche di qualunque altra città d'Italia. Non vorrei peccare di presunzione ma oggi basta mettere un commissario sfigato e un bel po' di budella sparpagliate e il gioco è fatto... Tra l'altro il commissario, tecnicamente, è una figura che non esiste: sono quasi tutti vicequestori aggiunti, specie chi dirige squadre mobili o, appunto, commissariati.

 

Con L'adepto torna Marco Corvino: più anziano, più amareggiato, più disincantato. Quanto ti riconoscevi nel giovane giornalista alle prime armi de Il carezzevole e quanto in questo cinquantenne a disagio con la vita e con il suo mestiere?
Marco Corvino è il mio alter ego. Si parva licet Flaubert diceva: Madame Bovary sono io... Beh, io sono il mio personaggio. E mi riconosco nel ventenne pieno di entusiasmo e di sogni che lavorava da volontario a Paese sera, così come nel cinquantenne sfigato (mi sono regalato otto anni di sconto) che si misura con un mestiere completamente diverso, cambiato, imbarbarito, in cui si riconosce solo in parte. Nei miei romanzi ho voluto raccontare il giornalismo, con le sue contraddizioni e se sue involuzioni, supponendo che a qualcuno interessi.  Ma credo che, nonostante tutto, il mondo dei media sia ancora pieno di fascino per i lettori.


Giornalismo vecchio e nuovo: che differenze vedi?
Un mondo di differenze. Il giornalismo di trentasei anni fa era, a mio parere, molto più rigoroso. Ti faccio un esempio: le interviste anonime praticamente erano inconcepibili. L'interlocutore, chiunque fosse, doveva parlare a viso scoperto e assumersi la responsabilità delle sue dichiarazioni. Oggi quello che conta è il titolo, spesso precostituito in redazione: il giornalista riceve un input e deve adeguarsi. La politica è entrata prepotentemente anche nella cronaca nera: "montare" un fatto di cronaca spesso ha lo scopo di dimostrare che una città, sotto una certa amministrazione, è o non è sicura, il che stravolge ogni sano e professionale criterio di valutazione. Il palinsesto dei telegiornali detta legge anche nella carta stampata, le agenzie sono la pietra miliare su cui si costruiscono le pagine. Negli uffici centrali, spesso, lavorano giornalisti che non hanno mai scritto un pezzo in vita loro. Tutto questo si avverte meno nelle redazioni locali (o di cronaca locale) ma purtroppo la tendenza è irreversibile. L'informazione globale e i siti internet hanno portato con se anche una preoccupante ventata di pressappochismo. Ma raccontare alla gente quello che succede (sotto casa o in Pakistan) è sempre e comunque un lavoro meraviglioso.


Perché raccontare proprio una storia di esoterismo? Immagino ti sarai documentato molto durante la stesura de L’adepto: c’è qualche aneddoto curioso che vuoi raccontarci? E durante la tua carriera di cronista t’è mai capitato di incontrare l’occulto?
L'esoterismo mi ha sempre affascinato. Da ragazzo ho avuto esperienze che mi hanno fatto venire i brividi (ho partecipato per lavoro ad alcune sedute di spiritismo e mi sono infiltrato in una setta molto agguerrita made in Corea) da cui ho tratto una morale: mai pasticciare col mondo dell'occulto. Al tempo stesso, ho sfatato alcuni luoghi comuni: il vudù, ad esempio, che non è solo stregoneria, zombie e maledizioni ma una bellissima religione molto spirituale. E proprio mentre cercavo di documentarmi sul vudù (o voodoo, i pareri sono discordi) sono andato a Berlino per altre ragioni e, appena sceso dall'aereo, mi sono trovato faccia a faccia col manifesto di una splendida e documentatissima mostra a tema di cui non sapevo niente. Una coincidenza che ha qualcosa di "magico". La storia dello scudo d'amore (la protezione della benevolenza sulle maledizioni) mi è stata raccontata di persona da un occultista quando ero ragazzo. E me ne sono servito.


Ne L’adepto Marco Corvino è alle prese anche con una storia d’amore. Una novità rispetto ai romanzi precedenti. Come mai?
Sì, la storia d'amore di Marco è uno degli aspetti dell'angoscia che, lentamente, pervade tutta la sua vita. Mi sono divertito a costringere il mio personaggio nel ruolo di tante donne che hanno una relazione con un uomo sposato: lunghe attese, week end di solitudine sperando almeno in un sms o una telefonata, appuntamenti rubati al tran tran matrimoniale dell'amato, insicurezza costante e gelosia. In più ho cercato di descrivere la passione virtuale che oggi dilaga: mail e messaggini che sostituiscono le lettere e le conversazioni di una volta e rendono tutto più immediato ma anche più squallido. Il personaggio di Lupetta prende spunto dalla realtà come il 90 per cento degli altri.


Il tema dominante dei tuoi romanzi rimane comunque il male. Questa volta, rispetto a  Il carezzevole lo hai declinato in una forma diversa, più ampia ed estesa. Parlaci di questo aspetto.
Sì, il male assume diverse forme. Quello spirituale, secondo me, è più insidioso e pericoloso di quello fisico. Il male ci cammina accanto, si nasconde in mezzo a noi, prende la forma del vicino di casa o del collega e spesso è di una banalità terrificante. Quando vai su un fattaccio di cronaca al novanta per cento ti senti dire: chi l'avrebbe mai detto? Una persona così perbene, buongiorno e buonasera ecc...Ecco, il male è camaleontico, sfuggente, indistinguibile. E io credo che L'adepto faccia molta più paura de Il carezzevole, perché pochi di noi rischiano di essere rapiti e assassinati da un serial killer mentre il pericolo di un inquinamento, di una contaminazione spirituale, secondo me, è sempre incombente. Ma su questo i pareri di chi ha avuto la bontà di leggermi sono discordanti. Nel romanzo che sto scrivendo il male prenderà una terza forma, legata alle arti marziali, ma questo è un altro discorso...


A proposito di arti marziali, Marco Corvino è passato dal Karate al Tai Ki Kung: sembra che esse occupino una bella fetta della tua scrittura…
Anch'io sono passato dal Karate al Tai Ki kung dopo aver praticato anche Judo, Tae Kwon Do, Wing Tsun cinese e qualche breve incursione nelle discipline occidentali di combattimento del Rinascimento. Ho cominciato a nove anni e pratico ogni giorno per almeno un'ora. Amo le arti marziali con tutto me stesso e senza la pratica non credo che sarei mai stato capace di lavorare e superare tanti momenti difficili della mia vita. Raccontare il combattimento, le forme, la meditazione, il lavoro individuale, umile, silenzioso e ripetuto vuol dire dipingere emozioni e sensazioni assolutamente uniche, spesso indescrivibili. Chi inizia a frequentare una palestra, generalmente, lo fa per imparare a difendersi o, nel peggiore dei casi, a picchiare. Ma dopo due o tre anni le cose cambiano anche perché la maggior parte delle arti marziali, in uno scontro di strada fatto di fantasia, dolore e cattiveria, non funzionano. Una buona cintura nera rischia di essere messo ko in trenta secondi da un coatto che fa a cazzotti sul serio. A lungo andare, il praticante abbraccia la non violenza assoluta e capisce che il vero avversario da battere è se stesso, le proprie paure, la propria pigrizia, i propri limiti. Impara anche a comprimere l'ego e a non reagire alle provocazioni, a fare Wu Wei, non agire, non opporre forza alla forza e aggressione all'aggressione. Non credo che esista una strada migliore per il corpo, la mente e lo spirito della pratica di una vera arte marziale tradizionale, da non confondere con gli sport da combattimento (boxe e boxe thay, full contact, savate, lotta, ecc) o con le versioni modernizzate tipo street fight che sono solo ed esclusivamente autodifesa.


So che da poco sono stati opzionati i diritti cinematografici de Il carezzevole e de L’adepto: che emozione si prova, e chi vedresti bene nei panni di Marco Corvino?
Una profonda emozione e una grande speranza. Se uno dei miei libri diventasse un film ne sarei felicissimo: credo che andrei a vederlo tutti i giorni per almeno una settimana. Adoro il cinema e chi vuol farmi un complimento mi dice che ho una scrittura cinematografica. Ma non voglio farmi troppe illusioni. Se dovessi scegliere un protagonista mi piacerebbe vedere il viso strano e sofferto di Giorgio Tirabassi ma per Il Carezzevole ci vorrebbe qualcuno di più giovane... Basta che non sia troppo bello, vanno bene tutti.


In questi giorni si fa un gran parlare delle candidature al premio Strega: tu che sei stato finalista nel 2009 che opinione ti sei fatto di questa kermesse e di quello che c’è dietro le quinte?
Lo Strega mi ha dato una grande visibilità e mi ha fatto conoscere al grande pubblico. Mi ha permesso di conoscere un ambiente che, da semplice cronista di nera quale sono, è lontanissimo dal mio mondo. Sarebbe troppo facile atteggiarsi a scrittore snob e parlarne male, denunciare le camarille, gli intrighi da conclave rinascimentale e lo strapotere degli editori rispetto al valore reale delle opere. Ma io non mi atteggio e conosco i miei limiti.  Non sarò mai abbastanza grato alla Newton & Compton per aver proposto me, un perfetto sconosciuto, un signor Nessuno, al più importante concorso letterario nazionale. E non dimentichiamo che lo Strega ha l'enorme merito di aver lanciato autori giovani, spesso esordienti, che si sono dimostrate penne validissime. Partecipare è uno stress tremendo, una tensione spasmodica, un lavoro durissimo ma anche un'emozione meravigliosa. Se potessi, lo rifarei tutti gli anni. E chi dice il contrario o mente o semplicemente è a un livello tale che può permetterselo: beato lui. Io parteciperei anche al premio letterario del centro anziani di Tor Bella Monaca, se me lo chiedessero.


I libri di Massimo Lugli

 

 

 
 
 
 
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