Intervista a Matteo Innocenti

Matteo Innocenti
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Matteo si è occupato di produzione video, internet e fotografia. Seguendo il suo amore per l'arte ha vissuto a Parigi come studente Erasmus: approfittando del suo rientro in Italia ho colto l'occasione per scambiare due chiacchiere con lui. Dall'intervista sull'uscita del suo primo libro numerosi sono stati gli spunti per un dibattito di portata generazionale. Cosa siamo noi giovani e quale destino ci attende? Roba così.

Attualmente vivi in Francia: cosa spinge un ragazzotto al giro di boa tra i venti e i trent’anni a cercar fortuna Oltralpe? L’Italia, vista da lì, accentua o attenua i suoi sintomi di malata cronica?

Proviamo per un attimo a invertire la questione domandandoci se il posto in cui siamo - per origini o per abitudine - è davvero quello giusto. Ci sono ragioni valide per restare? Mi pare che l'Italia non dia risposte di senso positivo: orge di raccomandazioni e incompetenze, idiozia sopra a tutto, disonestà come mezzo principale di sopravvivenza. La nostra generazione, tanto ricca di miraggi inutili, è stritolata da un sistema divenuto ormai paradossale. Crearsi un percorso assolutamente personale, fatto di traiettorie indecifrabili, passi accennati e non conclusi, è secondo me l'unica libertà possibile. "Dov'è andato questo ragazzotto che in base alle nostre statistiche dovrebbe trovarsi in un ufficio o in un call-center?" "Non lo sappiamo, in effetti è da tempo che ne abbiamo perso le tracce". Ecco, il mio andare via in ultima analisi non è stato che un tentativo. Non so ancora se Parigi sarà la soluzione giusta, certo è che anche da qui, anche dopo mesi, l'Italia continua a rendere il peggiore spettacolo di sé.

 

Dato che collabori come redattore per la rivista telematica Exibart, posso chiederti il tuo parere in merito all’editoria e il giornalismo? Hai avuto modo di “assaggiare” la situazione francese? Tutto il mondo è paese o l’Italia, al solito, mostra anche in questo campo le sue riuscite deficienze?

Io non credo nel giornalismo. Come diceva Carmelo Bene i giornalisti non informano sui fatti, piuttosto informano i fatti. Qualsiasi avvenimento reale è talmente complesso – e grandioso di per sé – che un suo tentativo di sintesi non può che risultare fallimentare. Perché ostinarsi, ed in maniera sempre più presuntuosa, a volere dare un senso a ciò che al senso è estraneo? L'errore del giornalista, questa strana figura tendente all'onnipotenza, è il non comprendere che l'articolo è soltanto un compromesso effimero. Un balbettio incerto – tra una sigaretta ed uno sfoggio di taccuino – per ciò che naturalmente sarebbe fuori dal dire. Si dovrebbe essere onesti con il lettore, ricordargli che quanto sta leggendo è solo un tentativo posticcio, arbitrario. Invece si mira all'oggettività: la follia per cui un giornale sarebbe oggettivo! E' proprio nel momento in cui le interpretazioni vengono sdoganate come fatti che si comincia a scrivere per qualche potere. Può essere il direttore editoriale, la vanagloria, gli interessi economici, lo stato, ci sono un'infinità di nomi...siamo in territorio marcio. Occuparsi di recensioni d'arte, come a volte faccio, può essere diverso. In tale contesto chi scrive è uno spettatore che cerca – e sottolineo cerca – di esprimere le proprie sensazioni relativamente a quanto ha visto. Niente di più. Se poi oltre a questo si aspirasse a diventare metro di giudizio, verbo divino, allora si commetterebbe lo stesso errore di cui sopra. Trattandosi di un equivoco alla base non ritengo ci siano differenze tra Italia, Francia e altri paesi; è una degenerazione mentale comune.

 

Ora parliamo della tua “opera” Autres yeux, poiché mi risulta difficile classificarla come romanzo. Già dalla quarta di copertina leggiamo: “La società è un sistema democratico orientato all’omologazione assoluta (il dominio della maggioranza esercitato attraverso le imposizioni del gusto e del consumo) […]La società è, in sintesi, una struttura incapace di accettare la diversità; perciò chi ha uno sguardo diverso, appunto altri occhi, è costretto a morire”, dobbiamo aspettarci di peggio, in senso buono, all’interno della stesura?

Aspettatevi, nel contesto del brano riportato, una storia dentro la storia e ancora dentro la storia, con numerosi risvolti e cambiamenti. E' lo sguardo diverso del protagonista, la sua esistenza interrotta, lo sforzo umano di trovare una dimensione propria nonostante la società (la quale, sebbene a gradazioni diverse, è sempre una dittatura).

 

Come classificheresti Autres yeux? Com’è nata l’idea di dividerlo in tre sezioni, di cui la centrale completamente poetica e scritta in versi? Sentivi la necessità di accorpare narrativa e poesia?

Se me lo consenti non lo classificherei, direi soltanto che Autres yeux è una storia. Una storia divisa in tre parti che corrispondono ad altrettanti stati di coscienza: normalità, follia e ritorno. Al centro - nella fase più accesa del delirio che è anche il momento di massima libertà - serviva la poesia, con le sue possibilità significanti, per evocare certi pensieri.

 

La parte centrale del libro, di primo impatto, è quella che ho gradito meno, mentre trovo spaventosamente ben riuscito il dialogo tra Sam&Cha che, se mi passi il termine, definirei quasi metafisico: come hanno reagito i lettori a quelle righe? E l’editore?

In effetti in fase di correzione bozza abbiamo concordato con l'editore di abbreviare la parte centrale. Io per primo, leggendo di nuovo la stesura dopo alcuni mesi, mi ero reso conto di certe lungaggini e difficoltà. In generale mi pare di avvertire più resistenza alla parte poetica, ma ciò è normale. Innanzitutto in quel punto si ha una cesura narrativa forte. Poi si deve considerare che i versi non hanno l'immediatezza della prosa, per cui il lettore si sente costretto a cambiare approccio.

 

Com’è il tuo rapporto con Edizioni di Latta? E’ una casa che consiglieresti ad altri esordienti? Sei aggiornato sul venduto e sui tuoi diritti? E ora che ti trovi in Francia, ti affidi solamente al web per la promozione?

Il rapporto con le Edizioni di Latta è molto buono, da subito ho avvertito come una coincidenza d'intenti. Tu sei un autore esordiente e loro una giovane casa editrice, l'entusiasmo e la passione sono gli stessi. Mi auguro che questa nuova voce possa giungere lontano. Per quanto riguarda la promozione futura c'è in progetto una presentazione in Toscana, la mia regione. Per il momento invece mi affido al web, a causa della distanza; devo dire comunque che di opportunità ce ne sono, lo testimonia proprio la tua rivista.

 

Sei laureando in Storia dell’Arte a Firenze: hai avuto modo di “litigare” con l’editore per le immagini di copertina? O il progetto grafico ti è piaciuto da subito?

Il progetto di partenza era molto simile a quello attuale ma abbiamo cambiato i colori, la font del titolo e qualche altro dettaglio. Essendomi occupato in passato di grafica ho fatto alcune richieste specifiche e sono sempre stato accontentato.

 

Dato che Oltralpe tagliano in questa settimana 105 posti di lavoro a Le Monde, credi che la cultura sia destinata a scomparire insieme alla carta stampata o si diffonderà nel web?

Non credo che ancora il web possa sostituirsi alla carta stampata per il fatto che internet è al momento in una sorta di esaltazione democratica. Si ritiene erroneamente che l'immediatezza del mezzo – per cui tu scrivi e subito hai molta visibilità – possa sostituirsi alle capacità di invenzione e pensiero. Invece non è vero, se nel passato c'erano cento scrittori ce ne saranno cento anche oggi, indipendentemente da internet. La si smetta con questo imbroglio della comunicazione comunque e dovunque! Oppure si continui, ma con la consapevolezza che a un certo punto si arriverà al paradosso della scrittura senza lettore! Quando poi Internet troverà un'organizzazione più precisa la professione giornalistica, quindi i quotidiani, dovranno farci i conti. E questo mi lascia piuttosto indifferente. Spero invece che la questione non riguarderà i romanzi. Il fascino di un libro stampato è assolutamente insostituibile ( senza contare che la lettura prolungata su monitor è pressoché tremenda). 

I libri di Matteo Innocenti

 

 

 

 
 
 
 
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