Intervista a Max Monnehay

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Ora, voglio dire. Già fare interviste non è un mestiere semplicissimo - esci dall’ufficio alle 18, ti precipiti dall’altra parte della città su un autobus affollato (ri)dando un’occhiata all’ultimo romanzo dell’autore che ti appresti a incontrare pensando velocemente a quali domande fargli - ma quando ti trovi a 30 cm da una come Max che guarda speranzosa il tuo taccuino ansiosa che tu la stupisca con effetti speciali diventa davvero dura. Tra un farfugliamento e un altro (da parte mia, s’intende), è venuta fuori un’intervista. Questa.



Al centro della storia raccontata in Corpus Christine - e il titolo in questo senso è paradigmatico, non c’è che dire - c’è la corporeità: tessuti, liquidi corporei, viscere... sono questi i territori che hai scelto di esplorare?

Penso che la mia sia una scrittura della carne. E per più di una ragione. La prima e più importante è che per riuscire a costruire un personaggio ho innanzitutto bisogno di averne presente il corpo, anzi di più: di maltrattarlo fisicamente prima di occuparmi del suo spirito e della sua interiorità.

 

Tra l’anoressia di un personaggio e la bulimia di un altro, quale comportamento estremo ti pare più malato?

Non saprei dire. Francamente non penso che il mio romanzo si occupi realmente di anoressia o di bulimia: la fame del protagonista non è una sua scelta, ma una forma di tortura messa in piedi da sua moglie, che divora tutto e nega a lui il cibo, coinvolgendolo in un rapporto fatto tutto di sopraffazione e violenza.

 

Corpus Christine è anche una strana storia d’amore, in fondo...

Il romanzo parte come una storia d’amore, e resta una storia d’amore fino alla fine, fino all’ultima pagina. Si tratta di personaggi estremi che hanno tra loro relazioni estreme, certo, ma senza dubbio il mio è un libro di passioni, passioni talmente intense da divenire anche criminali. Al centro c’è una donna che mente al suo uomo, che non gli dice chi è veramente, che si presenta a lui come se fosse il suo doppio perfetto, e invece non lo è affatto. E’ una vecchia storia: molti di noi spesso confondono l’amato e il loro bisogno di essere amati. Christine, la protagonista del romanzo, rappresenta l’estremo limite che si può raggiungere quando ci si dibatte in questa mancanza di comunicazione. Il suo bisogno d’amore le fa frantumare, distruggere, annullare la sua personalità.

 

Ma perché i rapporti di coppia sembra che debbano sempre inesorabilmente precipitare verso il nulla?

La mia di relazione va benissimo! E’ solo che ho l’impressione che nel cuore del rapporto tra i protagonisti del mio libro ci sia una comunicazione profondamente imperfetta. Anche quelle coppie che ci sembrano collaudatissime non sono più vere coppie dal momento in cui smettono di avere un dialogo vero. Il fatto poi che i miei due protagonisti vivano ed esplorino sotto lo stesso tetto il loro abisso di incomunicabilità è ovviamente una metafora, una amara ironia.

 

Tra i critici si sono sprecati per il tuo romanzo d’esordio i paragoni con Kafka, che io invece trovo del tutto pretestuosi. Qual è il tuo parere?

Il paragone con Franz Kafka mi fa ovviamente piacere, è assai lusinghiero - ci mancherebbe – ma sono d’accordo con te, anch’io faccio fatica a qualificare il mio romanzo come ‘kafkiano’. Piuttosto rintraccio segnali di altre ispirazioni: per esempio sono un’appassionata lettrice di Chuck Palahniuk e so perfettamente che la mia scrittura è molto influenzata dalla sua, dal suo approccio essenziale, diretto, quasi chirurgico.

 

I LIBRI DI MAX MONNEHAY


 

 

 
 
 
 
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