Intervista a Michele Dalai

Michele Dalai
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Cazzo, era ora che la relazione tra me e Michele facesse un salto di qualità. Dopo mesi se non anni di  stucchevoli polemiche a base di "Odio Materazzi" (io) e "Amo Materazzi" (lui) finalmente si parla di libri. L'occasione? Il debutto come romanziere del poliedrico Dalai, milanese trapiantato a Torino, già giornalista, candidato di SEL alle elezioni europee ed editore (ha cofondato la Add). Il "figlio di Alessandro Dalai e nipote di Oreste Del Buono" a camminare da solo già aveva imparato da tempo, ma ora ha fatto un passo in più. Un passo di quelli importanti.




Eviterò di chiederti - come sicuramente hanno fatto in molti, se non tutti - se nel tuo romanzo Le più strepitose cadute della mia vita la caduta è una metafora, e di cosa. La boy band in compenso è una metafora? E se sì, di cosa?
La boy band è la metafora semplice del destino minore, dell'impresa tragicomica che Antonio desidera come puro riscatto dalla sua paralisi, dalla monumentale e comoda inutilità dei suoi giorni. Il pop come riscatto, con la consapevolezza che non è nemmeno un'iniziativa vincente.
 

Che rapporto hai e hai avuto con la musica? Come si è modificato nel tempo?
La musica ha un ruolo centrale nella mia vita. Sono stato un mediocre musicista ma resto un consumatore onnivoro, per vocazione e scelta evito di specializzarmi e mi concedo il lusso di ascoltare tutto quello che mi incuriosisce, dall'elettronica al country con una particolare predilezione per chi conosce il valore delle aperture melodiche. Nel tempo la musica ha anche assolto a un'altra funzione, quella di cura efficace ai dolori e alle paure.
 

Le cadute VIP che racconti nel romanzo sono veri fatti di cronaca? Come le hai cercate e scelte?
Le cadute vip, quelle che io chiamo storiche, sono tutte drammatizzazioni di reali spunti di cronaca. Quelle cinque persone sono in effetti cadute e l'hanno fatto più o meno pubblicamente (eccezion fatta per il Papa, di cui abbiamo però avuto notizie ufficiali e certe). Rappresentano modi diversi di cadere e di ma non di affrontare le conseguenze della caduta. Tutti sono pieni di dignità, consapevolezza e capacità di reagire, tutti tranne Berlinguer che però lotta ferocemente con la gravità e per la vita. Li ho scelti per i tratti caratteriali, così diversi, e perché sono comunque icone del mio immaginario, a ognuno di loro sono legati ricordi della mia formazione.
 

La Bicamerale ha rappresentato davvero secondo te un bivio essenziale nella storia italiana? E perché ambientare il romanzo prorpio in quegli anni?
La Bicamerale è la perfetta rappresentazione di un paese incompiuto, di una stagione di pacificazione definitiva che non inizierà mai. La responsabilità al posto del privilegio, la buona politica contrapposta agli interessi di parte. Gli anni Novanta sono quelli della mia maturazione post adolescenziale, l'arco completo di illusione e disillusione. Li conoscevo o presumevo di conoscerli bene, scrivendone ho imparato molto altro.
 

Il personaggio forse più riuscito de Le più strepitose cadute della mia vita è il padre di Antonio, fricchettone bello, ricco e vacuo con il cuore da bambino: avevi solo voglia di rompere un cliché sessista o c'è di più? E del padre del tenero Federico, che è forse l'opposto di quello di Antonio, che mi dici?
Il padre di Antonio è un adolescente per l'eternità, delicato e complesso, incapace di ferire eppure naturalmente portato a deludere. Al di là del ribaltamento dei cliché sessisti, mi divertiva dipingere il ritratto di un uomo felicemente vulnerabile e capace di accettare il suo limite. Il padre di Federico invece è un mostro. Porta in giro con fierezza la sua apatia, si disinteressa o forse non si è mai interessato delle cose della vita. Lavora, produce, guadagna, spende. Il suo ciclo è terrificante e molto efficace. Talmente concluso da non essere nemmeno un cliché o un anti-cliché, come ti dicevo: non sa, non dice.
 

Per cognome, storia e interessi hai lo sguardo dell'addetto ai lavori quando guardi all'editoria e alla letteratura: secondo te avresti scritto il romanzo in modo diverso se fossi stato più estraneo a questo ambiente?
No, non credo di essere stato influenzato dalla mia esperienza editoriale e nemmeno dalla formazione. Ho cercato di scrivere senza posare il cognome su ogni pagina, ho provato a non edipizzare anche il mio romanzo, come in realtà faccio in tutte le cose della vita.


Che stagione prevedi per l'Inter, con il suo giovanissimo allenatore romanista?
Sesto posto con dignità e Cambiasso titolare inamovibile.

I libri di Michele Dalai

 

 

 
 
 
 
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