Intervista a Mikael Niemi

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Gli occhi celesti, quasi vitrei e l’altezza da vichingo non comunicano affatto il freddo polare di quel profondo Nord della Svezia da cui proviene, ma un vivace e caldo desiderio di incontrare le persone, scambiare idee con i lettori, parlare di libri, tradizioni e climi caldi. Quando lo incontro è ancora inverno, ma per lui a Roma è già estate…




Da tecnico elettricista a scrittore. Ci racconti di più sulla tua storia e su come hai iniziato a dedicarti sempre di più alla scrittura?
La mia passione per la scrittura è esplosa molto presto, quando ero ancora un adolescente. A 15 anni ho iniziato a scrivere poesie e racconti brevi. In realtà, a quell’età, il mio sogno era già diventare uno scrittore, ma ne intravedevo le difficoltà, soprattutto nel mio Paese. Decisi quindi, di intraprendere una strada che mi avrebbe condotto ad avere un mestiere solido e “normale”. Nel corso degli studi superiori, a scuola, ho studiato per diventare un tecnico specializzato in elettricità e informatica. Dopo la scuola, i miei amici si sono iscritti all’Università e io decisi che avrei provato a diventare uno scrittore, a costo di sforzi e sacrifici. Di questo mio progetto non ne parlai con nessuno, era un segreto. Avevo diciannove anni, lavoravo in una fabbrica, ma dentro di me coltivavo faticosamente il mio sogno. Nove anni dopo, è stato pubblicato il mio primo libro. A quel punto, ho capito che sarei diventato davvero uno scrittore. Mi ci sono voluti più di dieci anni, da quando quindicenne avevo capito qual era la mia strada. Un percorso che mi ha preso molto tempo e sforzi. All’inizio non ero un gran che, uno scrittore mediocre come lo sono tanti all’inizio. Con il tempo sono migliorato e sono diventato abbastanza bravo da dare alle stampe la mia prima pubblicazione di poesie, alla quale ne è seguita una seconda e poi, mi sono dedicato alla prosa e al mix di generi, prosa, poesia e testi per il teatro. Ti dirò di più, in un solo mese, nel marzo del 1988, ho pubblicato due libri insieme: una raccolta di poesie e un reportage giornalistico. E nello stesso mese, è stato prodotto per la radio nazionale un dramma radiofonico che avevo scritto. In quel momento mi è stato finalmente chiaro che quello sarebbe stato il mio mestiere.

Sei nato nel Nord della Svezia e questa Regione la porti nel cuore e nei tuoi libri. Dedichi molta attenzione anche al tema della lingua dei Sami. È per te una sorta di missione?
La maggior parte dei miei libri parla della Svezia. Ma ho scritto anche su altri temi e altri generi, come la fantascienza, non ambientati nel profondo Nord. Però è vero che per me è importante parlare della mia Regione. Del resto, la lingua di mio padre era il meänkieli, il finnico parlato nel Nord della Svezia, la mia nonna materna parlava la lingua dei Sami. Perciò, io provengo da due culture differenti, e sono un po’ sami, un po’ finlandese e un po’ svedese. Ne sono orgoglioso e vorrei che gli Svedesi non dimenticassero la cultura delle genti del Nord e il mio compito è anche quello di ricordare agli Svedesi che lassù noi esistiamo e abbiamo una cultura da tutelare e che è differente dal resto della Svezia. Per esempio, nel libro Cucinare un orso, tutte le scene si svolgono all’aperto, mentre noi siamo ormai abituati a una letteratura “urbana”, che si svolge al chiuso. Ed è un arricchimento per la letteratura osservare la realtà da un punto di vista diverso.

A proposito di Cucinare un orso, come nasce la storia del romanzo e perché hai scelto di affidare al personaggio storico Laestadius, un pastore protestante, uno dei ruoli principali, quello dell’investigatore?
Laestadius ha vissuto a Pajala, la città in cui sono cresciuto e la casa dei miei genitori era a un centinaio di metri dall’abitazione in cui Laestadius morì. Da ragazzo vedevo spesso la sua casa e la sua statua e sentivo parlare di lui come di un uomo dal cuore grande, ma rigoroso e un grande nella fede religiosa. Crescendo ho capito che la religiosità era soltanto un aspetto della sua personalità e della rilevante eredità che ci ha lasciato. Intorno all’anno 2000, un giornale locale del Nord della Svezia ha fatto un sondaggio, chiedendo ai lettori quale fosse stato il personaggio più influente di tutta l’area del Nord della Scandinavia negli ultimi mille anni e Laestadius è stato il più votato. Questo per dire quanto sia tenuto in gran considerazione questo personaggio storico tra le genti del Nord. La cosa divertente è che nello stesso anno, quel giornale ha fatto un altro piccolo sondaggio, chiedendo ai lettori di votare il personaggio dell’anno e il più votato sono stato io. Mi è piaciuto immaginare una storia in cui Laestadius avesse mille anni e io uno soltanto. E a volte, penso di essere il suo piccolo Jussi (l’assistente di Laestadius, ndr).

E tu sei davvero Jussi?
In un certo senso sì.

Cosa ci dici dell’eredità di studi scientifici che ci ha lasciato Laestadius?
Laestadius ovviamente era molto conosciuto prima ancora che io scrivessi di lui. Molti sono i libri pubblicati su di lui, ma anche da lui. Ha scritto di botanica e agricoltura. Ha studiato psicologia, meteorologia, mitologia lappone e molti dei suoi scritti sono relativi alla sua attività religiosa, quella per cui ancora oggi è perlopiù ricordato. Io volevo scrivere di lui, ma dando un taglio diverso alla narrazione preponderante del personaggio, raccontare degli aspetti meno noti della sua personalità. Perché lui era sì un pastore, ma non solo. A un certo punto, mi è balenata in mente l’idea di farlo diventare un investigatore à la Sherlock Holmes. All’inizio, mi è sembrata una cosa buffa, ma poi mi è piaciuta e soprattutto, mi è piaciuta l’idea di mettere al suo fianco il giovane Jussi, con cui farlo dialogare. In tal modo ho potuto rappresentare Laestadius in un modo più dinamico e non soltanto come un prete, che è pur sempre un aspetto del personaggio, ma nel caso del libro, non è quello preponderante.

Per molti scrittori, scrivere è soprattutto fatica, sofferenza. Nei tuoi libri e in particolare, mi riferisco a Il Manifesto dei Cosmonisti, in cui hai inventato nomi davvero spassosi per le creature galattiche, emerge il divertimento che in te deve aver generato scrivere. È così? La scrittura è per te divertimento o fatica?
Quando mi viene fuori una bella scrittura, qualcosa che mi piace, allora sì, mi diverto tanto. Ovviamente, non sempre è così. A volte procedo con più fatica e in quel caso, scrivere è sofferenza. L’immaginazione e la fantasia sono doni meravigliosi e credo di averli ricevuti in eredità da mia madre. Ho davvero molte passioni e sono curioso. Sin da quando ero un adolescente mi piace la botanica, la caccia, lo sport, la cucina etc. Insomma, mi piace avere un ampio spettro di interessi e potere cambiare. Se dovessi scrivere sempre sullo stesso personaggio, mi annoierei. Così, dopo avere scritto un romanzo, mi piace cambiare genere e dedicarmi alla poesia o alla scrittura per il teatro, per poi tornare al romanzo.

Chi sono i tuoi maestri?
Tra i miei maestri c’è sicuramente l’italiano Umberto Eco, ma anche il regista Bernardo Bertolucci, i cui film e in particolare, Novecento, sono la pura espressione del genio e della cultura italiana. Un grande maestro è stato per me il nonno di mia nonna, vissuto nella seconda metà dell’800, che è il tempo in cui è ambientato il romanzo Cucinare un orso. Era una persona speciale, 100% Sami. Si chiamava Abraham Tellstrom, viveva sulle montagne, tra le foreste e a contatto con la natura, ha avuto molti figli e oggi, una discendenza numerosa. Faceva il contadino, ma era anche un artista e ha composto alcuni joik, tradizionali canti sami, alcuni registrati con il fonografo. Era anche un grande cacciatore e ha catturato una trentina di orsi. Lo faceva per vendere le pelli e sostenere la famiglia. Ma non solo. Noi del Nord pensiamo che l’orso ti renda forte e abbia dei poteri curativi. C’è una particolare credenza sami per cui puoi acquisire la forza dell’orso bevendo un disgustoso intruglio di vodka e bile dell’orso. La mistura veniva usata come una medicina. E anch’io l’ho bevuta, per avere la forza e la saggezza necessaria a scrivere Cucinare un orso!

Sei uno scrittore che spazia tra i generi, hai comunque sempre lo stesso atteggiamento di fronte ad un nuovo libro?
Parto quasi sempre da un’idea che può presentarsi in qualsiasi momento, potrei essere sotto la doccia oppure durante una passeggiata. Per questo L’uomo che morì come un salmone tutto è partito da un’immagine: l’immagine di un uomo molto vecchio morto in una casa, ma non avevo capito perché era morto ed ho dovuto scrivere il libro per saperlo. Il motivo per cui ho scritto un giallo è perché mio padre era un poliziotto e quindi per tutta la vita è andato a caccia di uomini cattivi; non abbiamo molti assassini da noi in Svezia, ma abbiamo gente che spara alle alci quando non dovrebbe, abbiamo quelli che si fanno la vodka in casa, la bevono e poi si picchiano; abbiamo tanti incidenti stradali e quindi a casa mia il telefono poteva squillare a qualsiasi ora del giorno e della notte. Mio padre si metteva l’uniforme e se ne andava via: oggi ho capito che in quel momento era un uomo molto solo, perché non poteva sapere cosa sarebbe successo ed io da bambino mi svegliavo e quando se ne andava immaginavo cosa avrebbe affrontato. Poiché c’era il segreto professionale non potevo mai sapere la verità e nella mia giovane testa da poeta immaginavo le sue gesta. Ora che è anziano ha iniziato a raccontarmi la verità e mi ha detto che una volta doveva trovare un uomo nella foresta, quando lo incontrò gli disse che doveva seguirlo e lui gli rispose che non c’era motivo perché lo facesse. Allora mio padre fece come Clint Eastwood ed estrasse la pistola e l’uomo lo segui. Beh, a me piace pensare mio padre come Clint Eastwood.

A sentirtene parlare il tuo sembra un Paese molto affascinante, da certi punti di vista faticoso ma in complesso una sorta di paradiso. Un’impressione giusta?
Lascia che ti racconti una storia. Mia moglie è olandese e ha tre bambini, e quando ha avuto il primo figlio è stata a casa un anno ed ha avuto assistenza, in Svezia è garantita. Quando sua sorella ha avuto un figlio è stata a casa tre mesi e dopo è dovuta rientrare a lavoro, penso che sia un pensiero orribile lasciare un figlio di tre mesi ad un’altra persona, so che la vita è molto breve e tenere un neonato tra le braccia è un tempo ancora più breve, come si può in Olanda lasciare un bambino mentre ancora viene allattato, credo che sia una cosa contronatura. Noi paghiamo molte tasse ma in questo modo possiamo aiutare chi è madre chi è malato e chi è anziano. Preferisco decisamente il sistema svedese, anche se sotto la superficie di Paesi così civili spesso si nasconde qualcosa di terribile. Abbiamo una storia vera che è peggio di qualsiasi giallo. Un ufficiale della polizia che faceva conferenze sulla parità all’interno del corpo stesso nel tempo libero adescava donne su internet le incontrava, le violentava ed aveva una valigia piena di strumenti per far bene questo lavoro: è una storia vera, non vi fidate mai di una superficie bionda con gli occhi azzurri che sorride.

I LIBRI DI MIKAEL NIEMI



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