Intervista a Mirko Zilahy

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La scrittura sembra essere il filo rosso della sua vita. Dopo la laurea in Lingue e Letterature straniere con una tesi sul Dracula di Bram Stoker, si è trasferito in Irlanda per un dottorato di ricerca su Giorgio Manganelli. Qui, al celeberrimo Trinity College di Dublino, ha insegnato Lingua e Letteratura italiana. Al suo ritorno ha lavorato in ambito editoriale come editor, traduttore e redattore. Poi, nel 2015, ha deciso di passare dall’altra parte della barricata, esordendo con un romanzo apprezzato e tradotto anche oltre i confini nazionali. Lui è Mirko Zilahy, romano del 1974. Lo abbiamo raggiunto per parlare con lui di Roma, di serial killer, di thriller e, ovviamente, di scrittura.




Dopo È così che si uccide, per le strade di Roma si aggira un altro serial killer…
Ho scelto di scrivere di serial killer nella mia trilogia (oltre che del commissario Mancini e della sua Roma, ovviamente) perché sono convinto che portino con sé una qualità negativa fondamentale: loro sono i perturbanti della nostra società e dei valori acquisiti su cui si fonda. Perciò in È così che si uccide il seriale conosciuto come l’Ombra si portava dietro questa carica negativa legata al concetto di Giustizia. Lo Scultore invece, il serial killer de La forma del buio, l’assassino che mette in scena le sue opere fatte di carne ed ossa, si porta sulle spalle il peso del rapporto che gli uomini hanno con la realtà, o quella che supponiamo tale. Il tutto avviene sullo sfondo di una Roma insolitamente verde, quella dei parchi, luoghi come villa Borghese, il Giardino zoologico e il vecchio Luneur, il sinistro luna park di Roma. Questi luoghi che di giorno sono la felicità dei bambini che vi giocano, ma la notte si trasformano e svelano l’anima nera che li abita.

E ovviamente sulle sue tracce c’è Enrico Mancini…
Nonostante il lutto affrontato nel primo capitolo della trilogia, la morte della moglie Marisa per “un brutto male” e le conseguenze psicologiche, Mancini in questo secondo romanzo è un personaggio nel pieno della sua trasformazione. Cerca di rimettersi in gioco e dimenticare i propri fantasmi buttandosi sul lavoro, ma si trova a che fare con un caso ai limiti dell’assurdo con queste istallazioni umane che lo Scultore lascia nelle grandi ville di Roma: esseri umani barbaramente uccisi e messi in posa a raffigurare mostri mitologici come la Sirena, il Minotauro, la Medusa. La sfida più grande per Mancini sarà fermare lo Scultore o ritrovare se stesso?

Roma sembra essere un luogo ideale in cui ambientare i romanzi thriller. Ma tu la racconti in maniera diversa. Che differenza c’è tra la Roma che racconti e quella che vivi?
La Roma dei miei romanzi è una città lontanissima dagli stereotipi da guida turistica e dalle attuali vicende della cronaca. È una città su cui si stendono le ombre delle proprie gloriose rovine, della memoria del sangue e della morte. Niente a che fare con il candido biancore dei marmi o con la complessa bellezza del barocco. Scegliendo gli angoli bui, tra le strutture postindustriali dell’Ostiense o nella Casina delle civette di villa Torlonia, ho dato voce alla parte oscura di una città che di oscurità si è nutrita per secoli.

Quando si parla di thriller o romanzi di genere, si tende spesso a denigrare o storcere il naso. Capita invece che proprio il thriller diventi strumento per raccontare la realtà e la finzione assume il ruolo di osservatrice privilegiata di ciò che ci circonda. Cosa ne pensi?
Bella domanda. Io non ho questi pregiudizi letterari. Ho attraversato parecchi mestieri del libro, dall’insegnamento all’università, dall’editoria alla traduzione al giornalismo. Ora scrivo e quando lo faccio tengo sempre presente una massima di Wilde: “I libri sono scritti bene o male. Questo è tutto”. Ecco, il punto è questo: non esistono romanzi di genere, sotto-genere, para-genere se non come categorie commerciali, per me. Poe non è lo scrittore del macabro, del grottesco e dell’enigma che si vuol far credere, ma un gigante della Letteratura mondiale, uno dei padri di quella americana. E Gadda, allora? Quer pasticciaccio brutto de via Merulana è il libro che spacca in due la letteratura italiana del primo Novecento eppure ha una struttura da giallo, è violento e spaventoso. Potrei continuare a citare esempi che sconfessano chi storce il naso (Il nome della rosa, allora cos’è?). Sul discorso del thriller come strumento sociale o utile a mettere in campo la realtà posso solo dire che per me il thriller (se proprio dobbiamo usare l’etichetta) deve toccare tutte le corde del brivido, dell’eccitazione e della passione (to thrill) e non quello dell’indagine sociale. In generale non è una cosa che mi interessa, la realtà in letteratura. Una cosa è la letteratura, un’altra la realtà, tra l’altro questa dicotomia è uno dei temi de La forma del buio.

Picozzi e Lucarelli scrivono che il serial killer è “il mostro che aspetta in agguato nella metà oscura, in quell’altrove misterioso e inesplorato che per i nostri antenati erano il bosco e la palude […] e ora che i boschi e le paludi non ci sono più, è nelle nostre città che andiamo a cercare gli orchi del nuovo millennio. Una definizione calzante per i tuoi personaggi. Non trovi?
Assolutamente sì. I mostri si nascondono sempre nel buio, tra le nebbie delle nostre paure infantili e ancestrali. E a volte emergono per ricordarci che esistono e che dobbiamo temerli. Si aggirano per le nostre città come creature luminari, ci svelano i segreti del terrore e tornano nell'ombra. Poi tornano a dimorare nelle loro tane, che sono nascoste nel profondo delle nostre coscienze. I mostri e i fantasmi ci abitano, che lo accettiamo o meno.

Il tuo è uno stile che non rinuncia alla forma mentre a volte nei romanzi la scrittura, la forma, l’editing sono elementi che passano in secondo piano. Che ne pensi?
Io ho sempre in testa lo stile, perché è attraverso la forma (la tecnica) che posso toccare certe corde dell'animo dei lettori e metterli in contatto con le mie emozioni più profonde, dolorose, spaventose. Quelle legate invece alla narrazione, alle svolte del plot, ai personaggi (che pure ci sono nei miei thriller, ovviamente) sono diversamente importanti per me come scrittore. Per fare entrare un lettore in un mio libro devo costruire un’atmosfera. Farlo è letteralmente un gesto magico che necessita dell’oscura energia della parola, dopo la quale vengono fuori i protagonisti della storia. Ma senza quella nota precisa ed ammiccante che rintocca all’inizio e per tutto il romanzo io non potrei raccontare nulla.

Sappiamo che la tua è una trilogia. Insomma, Mancini non potrà ancora godersi il buen retiro di Polino?
Lo scopriremo molto presto. Sto scrivendo l’ultimo spaventoso capitolo della trilogia di Mancini e della sua Roma. Posso anticipare che ci sarà più d’una sorpresa per i miei lettori. Perciò… stay tuned!


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