Intervista a Nadia Terranova

La messinese Nadia Terranova, già apprezzata autrice di libri per bambini e ragazzi e ora figura emergente nel mondo della narrativa tout court, scrive provocatoriamente sul suo blog: “Nel 1992 avevo quattordici anni, la Lega Nord faceva il suo chiassoso ingresso in politica e nella mia libreria di riferimento comparve un manifesto dove c’erano Leonardo Sciascia e Gesualdo Bufalino che rispondevano con un bicchiere di vino: i terroni, pur di non lavorare, scrivono. Quando sono diventata grande li ho presi in parola”. Ironia e talento non sono caratteristiche alle quali noi di Mangialibri siamo mai riusciti a resistere, e il caso di Nadia non fa eccezione. L’abbiamo quindi ben volentieri intervistata per voi. Foto di Sandro Messina.




Hai scelto di ambientare il tuo romanzo Gli anni al contrario negli anni Settanta. Come mai questa scelta? Sei particolarmente incuriosita da quel periodo storico?
Comunque la mettessi, la storia di Giovanni e Aurora apparteneva a quegli anni. Da un lato l’autoesclusione tragica di Giovanni dalla vita politica, la sua voglia spezzata di far parte della Storia, di stare in piazza, la certezza di aver diritto a un ruolo; dall’altro la lotta di Aurora per emanciparsi dalla famiglia grazie ai libri, l’Università come luogo di formazione totale, la scelta di un partito piuttosto che un altro come strumento di crescita. Nessuno dei due stava in piedi fuori da quel tempo, per quanto il centro della loro storia d’amore, le loro incomprensioni, il modo in cui si perdevano e si ritrovavano era universale.

I nati negli anni Settanta (mi ci metto anch’io) sono poi diventati la generazione che ha partecipato a un periodo, verso la fine degli anni Novanta, caratterizzato da nuovi fermenti culturali e artistici, un rinnovato interesse per la politica e l’attivismo, e la nascita dei centri sociali. Si può fare un paragone tra le due esperienze?
Manca la capacità di unire le singole esperienze, manca la forza di tenere le identità personali e politiche all'interno di un sentire collettivo. Manca del tutto la dimensione politica delle scelte private. Manca la certezza della cultura come strumento di progressione sociale. Ci sono state delle ondate di entusiasmo o di emulazione, ma non mi sembra che l’atmosfera generale sia paragonabile.

Giovanni non può definirsi un personaggio positivo, perlomeno si fatica simpatizzare con lui, ma il tuo punto di vista appare libero da pregiudizi, a volte quasi empatico nei suoi confronti: è così?
Sì. Bisognava diventare Giovanni e Aurora per capire le ragioni di una coppia in cui nessuno ha ragione. L’ultima cosa che volevo fare era giudicare, il punto in cui si incrina tutto è delicato e se si giudica si rischia di non capire.

Mara è costretta a subire il rapporto difficile tra i genitori, ma sembra adattarsi alla situazione, reggendo loro il gioco. È lei la più matura della famiglia? È vero, secondo te, che a volte da famiglie difficili nascono figli responsabili?
Mara vede ciò che succede e si trova in situazioni di pericolo, anche fisico, fin da piccola, anche se non ha sempre le parole per affrontare la tragedia, è costretta a un equilibrio molto delicato: non le viene spiegato tutto quello che succede, deve immaginarlo spesso. Riempie il vuoto con quell’immaginazione e con i libri che legge. Mi piace immaginare Mara a trent’anni felicemente immatura, e quindi finalmente libera.

Sei anche un’autrice di libri per ragazzi. Ho sempre pensato che sia difficilissimo scrivere per bambini e ragazzi, bisogna mantenere un legame forte con la propria infanzia. Nel tuo caso è andata così? Hai avuto occasione di lavorare a contatto diretto con i bambini?
Sì, ho un contatto vivo con il mio vissuto infantile. Conservo moltissimi oggetti, libri, ricordi, diari. Mi ricordo tanti episodi e dettagli, ma soprattutto molte sensazioni che rielaboro per quello che scrivo. La più forte è quella della vergogna: i bambini si vergognano molto, vivono un imbarazzo continuo perché non sanno come raccontare quello che credono succeda solo a loro. O forse ero io così, perché ero un po’ timida. Da grande invece per qualche anno ho insegnato in una scuola privata, poi ho cominciato a scrivere e ho fatto una scelta, però in quei tre anni in cui ogni mattina avevo a che fare con dei ragazzini ho imparato molto e ho aggiornato la mia infanzia, mescolandola con la realtà contemporanea. Tengo spesso laboratori di scrittura per ragazzi e ovviamente, con i miei libri, incontro spesso scolaresche, mi sorprendono sempre le loro domande e le loro riflessioni.

A differenza di quanto accadeva fino a una decina di anni fa, oggi c’è un’inversione di tendenza e molti ragazzi, dopo aver fatto esperienza nelle grandi città, tendono a tornare in provincia. La piccola città periferica non è più vista come un ostacolo, ma come uno stimolo, un terreno vergine dove poter fare molto. Insomma: è più coraggioso restare e cercare di cambiare le cose o andar via?
Dipende dalle persone e dalle situazioni. Ognuno sa cosa è coraggioso per sé, ed è giusto che scelga quando andare e quando restare.

E ancora parliamo dei tuoi temi: in Le nuvole per terra c’è sicuramente la campagna contrapposta alla città...
Tra i riferimenti letterari di quella seconda parte c’è sicuramente Neil Gaiman: avevo letto da poco L’oceano in fondo al sentiero, in cui c’era questa idea anche magica di bosco che volevo lasciare come pennellata. I personaggi hanno 13 anni e il bosco si riferisce a un immaginario precedente, ma è nel bosco, è tornando all’infanzia che si risolvono i problemi per diventare grandi, là che loro si ricompongono.

Per te ha avuto più peso come hai voluto scrivere il tuo Le nuvole per terra oppure il fatto di esserti immedesimata in maniera particolare?
Tutte e due le cose, nel senso che sicuramente quando si scrive per ragazzi l’attenzione alla scrittura deve essere altissima - ed è una palestra che io consiglierei a tutti gli scrittori - perché a volte, quando si scrive solamente per adulti c’è il rischio di farsi divorare la storia dallo stile. Le nuvole per terra è un libro a cui io tengo molto anche se può sembrare molto per ragazzi rispetto ad altri, perché ci ho messo tante cose, tanti pezzi di cuore. Sembra un gioco, però forse nell’adolescenza niente è un gioco.

Tu tieni anche laboratori di scrittura. Quali sono le cose che bisogna fare e mettere dentro un libro a tutti i costi?
Con i ragazzi non devi fare molta teoria... Per esempio è inutile dare dei suggerimenti di lettura mentre fai un laboratorio pensando che ci sarà un rapporto diretto tra quello che leggono e quello che scrivono, perché questo rapporto esiste, naturalmente, ed è importantissimo però viene corroborato nel tempo. Funzionano molto bene i giochi, per esempio ho delle carte con dei personaggi contemporanei molto divertenti che capovolgono i cliché: sono fatte per giocare sulla normalità della contemporaneità, come ne Le nuvole per terra in cui la diversità non è mai il tema, è inserita nel contesto della normalità.

Quindi neanche tu ami molto i libri a tema...
Tranne naturalmente qualche eccezione in cui l’autore è così intelligente da sviscerare il tema all’interno di una storia; però in generale i libri che si propongono di affrontare un tema e di dare una soluzione mi fanno molta paura, perché i libri devono servire ad aprire delle domande, non a dare delle risposte.

Di queste eccezioni ce n’è qualcuno che vuoi consigliare?
Per esempio, tra i libri sulla mafia il fumetto su Peppino Impastato pubblicato da Beccogiallo e illustrato da Lelio Bonaccorso... è bello perché è vero che racconta la storia anche in maniera educativa, però quella è una biografia, una vita, è fatto in maniera artistica.

Sempre a proposito di tema, la sfortuna (o, se preferisci, le condizioni di vita familiare non ottimali) è sempre presente nei tuoi libri...
Mi ritrovo nella letteratura dell’orfanitudine che adesso è declinata spesso anche come letteratura delle separazioni, del distacco; ma anche quella lacrimosa ottocentesca fa parte della mia formazione, per cui i bambini o i ragazzi sono al centro di un problema in cui o non hanno i genitori o sono talmente distanti fisicamente o mentalmente da non poterli considerare un riferimento.

Da queste situazioni riescono anche a scaturirne di leggere, buffe, o quello sguardo tagliente di quando gli adulti sono visti con l’occhio dei ragazzi, non trovi?
Mi sono presa in giro anche da sola, cercando di capire come potevo essere vista nel momento in cui facevo discorsi, per esempio, sui ristoranti, perché mi è capitato davvero: loro magari vanno a ordinare patatine fritte e non gli importa nulla di testi sofisticati o della qualità del vino!

Dicevi: “ho aggiornato la mia infanzia mescolandola con la realtà contemporanea”. Quali possono essere secondo te le caratteristiche di questa infanzia, quella per cui scrivi rispetto a quella di un po’ di tempo fa...
Sicuramente c’è un abisso fondamentale che è internet. È entrato internet nelle vite di chiunque, quindi anche se vado da un ragazzino che sta in un qualunque paesino della Sicilia non è più isolato come un tempo: è in connessione col resto del mondo. Se io faccio riferimento a una moda, a una cultura, a una popstar, lui lo sa e lo sa in tempo reale rispetto ai suoi coetanei. Questo comporta naturalmente che i ragazzini si somiglino di più rispetto al passato.

Ci sono molte interviste, molte notizie recenti su Gli anni al contrario, ma poco su Le nuvole per terra...
La letteratura per ragazzi purtroppo è sempre considerata di secondo ordine. Gli anni al contrario è stato il primo romanzo che usciva “per grandi”, quindi ha avuto attenzione ed è stato un libro molto fortunato: è stato recensito, premiato, tradotto, si è fatto la sua strada. Io credo che anche questo se la farà, solamente che il mondo della letteratura per ragazzi è come se non emergesse anche se è un’editoria in continuo fermento. Spesso, quando dico che il mio ultimo libro è un libro per ragazzi mi chiedono “e il prossimo, invece?” Ma era questo il prossimo!


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