Intervista a Natascha Wodin

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Più Libri Più Liberi 2018. Al secondo piano della Nuvola ci attende Natascha Wodin. Una signora affabile, garbata, sorridente, che ci accoglie tentando anche un approccio in italiano. Considerata una delle più interessanti autrici in lingua tedesca degli ultimi decenni, è in Italia per presentare il suo ultimo libro, che ripropone un passato affatto semplice – nata in Baviera, classe ’45, la Wodin è figlia di genitori russo-ucraini deportati durante la Seconda Guerra Mondiale come lavoratori coatti, ha passato l’infanzia, segnata da lutti ed emarginazione, in un campo per sfollati –, già affiorato, come ricerca storica e identitaria, nei suoi precedenti lavori. Pur avendo pochissimo tempo a disposizione tra presentazioni e interviste, ha gentilmente risposto ad alcune nostre curiosità.




A proposito del titolo: Veniva da Mariupol fa riferimento alla città natale di tua madre. Si tratta di una scelta precisa, definire sin dall’inizio un’origine, un luogo – che è stato anche, in fondo, il principio di questo viaggio di riscoperta?
In realtà l’idea di partenza era quella di scrivere un libro d’invenzione su mia madre, perché non avevo informazioni. Quel libro avrebbe dovuto chiamarsi Non sono mai stata a Mariupol. Poi, quando tutto è cambiato a seguito di questi ritrovamenti, l’accordo con la casa editrice era che il nome della città dovesse rimanere nel titolo. Non mi ricordo più chi ha proposto questo titolo, si è trattato di una scelta editoriale.

Hai potuto ricostruire la storia di tua madre, della tua famiglia grazie a Internet. Come è cambiato, se è cambiato, il tuo rapporto con il web e con il digitale dopo questa esperienza?
In realtà non è cambiato molto. Internet ha due facce. Senza l’aiuto di Internet non avrei mai ritrovato mia madre. Allo stesso tempo alcuni aspetti più oscuri mi spaventano, ad esempio la sempre maggiore digitalizzazione dell’uomo. E comunque anche prima avevo un rapporto molto forte con Internet. Ho scritto un libro precedentemente che era tutto assolutamente preso e tirato fuori dal mondo del web. Si intitola Alter, fremdes Land.

C’è chi ha definito il tuo libro un “romanzo totale”. In effetti mette insieme tante cose: autobiografia, ricostruzione storica, invenzione letteraria, realtà documentaria. La consideri una definizione appropriata?
No, in realtà la casa editrice non ha scritto “romanzo” da nessuna parte nel libro e infatti è difficile dire che cosa sia realmente. La giuria del premio più importante che il libro ha vinto alla fiera di Lipsia l’ha definito un miscuglio, una mescolanza di romanzo, letteratura e saggio. Qualcosa che può collocarsi soprattutto fra letteratura e saggistica. Forse questa è una direzione possibile.

Lo stile di Veniva da Mariupol alterna un’essenzialità documentaria a momenti di grande profondità. Consideri questo libro un punto di arrivo rispetto alla tua carriera, a livello di contenuto e di stile?
In realtà no, perché infatti ho scritto già un altro libro. Un libro su mio padre, in cui lo stile è ancora più secco, ancor più documentario. Cerco ad ogni modo di trarre sempre un elemento poetico da questo stile documentario, però credo di aver fatto un ulteriore passo avanti nell’asciugare, nel semplificare.

Veniva da Mariupol scava in uno dei momenti più bui della storia contemporanea. Nel libro ti interroghi – mi permetto di parafrasare – su come si possano trovare le parole adatte per raccontare tutto questo. Come hai trovato, in definitiva, le parole? Che effetto ti auspichi dal tuo libro?
Come ho trovato le parole, non lo so. Bisogna stare seduti a lungo, aspettare e ad un certo punto queste arrivano. Non bisogna tanto cercarle quanto aspettarle, le parole. L’effetto che in qualche modo volevo raggiungere era quello di dare finalmente una voce a milioni di persone di cui nessuno parlava, di cui nessuno si interessava, partendo dalla figura, dall’esempio di mia madre.

I LIBRI DI NATASCHA WODIN



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