Intervista a Nicoletta Vallorani

Nicoletta Vallorani
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Nicoletta è di origini marchigiane, ma abita e insegna da oltre quindici anni a Milano. La cosa che mi ha stupito di lei è la sua totale estraneità a quei meccanismi psicologici che portano molti scrittori ad assumere atteggiamenti ed espressioni tipici di chi ‘si sente scrittore e vuole che anche gli altri sentano che lui lo è’. Non so se intendete. Nicoletta scrive (tantissimo) perché le viene naturale e non si può fare altro se non crederle. Sul suo viso c’è la gioia del foglio bianco, non la sofferenza di chi suda otto camice e perde il sonno: un po’ la si invidia! Ha pubblicato moltissimi romanzi per quasi altrettanti editori, stili e registri. In occasione di una visita torinese incontro Nicoletta in pieno centro storico e mi tolgo qualche curiosità.
Partiamo dal titolo del tuo romanzo Lapponi e criceti. Io credevo ti riferissi agli abitanti della Lapponia e invece mi hai sorpresa! Che cosa rappresentano questi due animali in società?
I lapponi e i criceti sono per me le incarnazioni più tangibili e identificabili di quello con cui ci capita sempre più spesso di avere a che fare: stupidità arrogante, orizzonte limitato ai confini della ruota sulla quale si zampetta, incapacità fisiologica di pensiero creativo e/o di libertà. Il criceto è tecnicamente incapace di concepire altro pensiero che non sia il suo benessere personale, e a quello sacrifica ogni altra esigenza. È pronto a esibirsi e donarsi, purché quel che ottiene in cambio sia una posta di entità rilevante: molto denaro o un copioso balsamo per l’ego. Il criceto ruba fidanzati/e per il piacere di guastare una relazione pluriennale, intreccia una liaison con il suo capo/maestro per poterlo rimbecillire al punto di rendergli impossibile l’uso del cervello. Acquista beni che non gli servono per sottrarli agli altri. Agisce senza pensare, seguendo il puro istinto. Questo ci induce a ritenere che il criceto non abbia un’etica, ma solo un comportamento. Viceversa l’allocco di Lapponia, altrimenti detto lappone, è un rapace astutissimo. L’aria mansueta e paterna gli/le consente di avvicinare la vittima e di ridurla all’inanità in un battibaleno. Il lappone devasta le sue vittime, le riduce a brandelli e non coltiva alcun rimorso: dopo lo scempio è pronto di giurare che qualunque cosa abbia fatto, l’ha fatta per il bene della vittima. Sono lapponi, di regola, i grandi finanzieri, i ministri del tesoro, molti accademici.

 

 
Milano non è la tua città natale ma la abiti da oltre vent’anni. Come era e come è adesso, che cosa ti manca di più?
Ho amato questa città e ne sono stata riamata. Ora non so. Da quindici anni, più o meno, questo posto ha smesso di crescere, si è rattrappito in un orizzonte angusto e senza respiro, virtualmente aperto all’universo (nel senso: come simulazione virtuale, quella che anima l’Expo) e in realtà del tutto autoreferenziale. Mi manca un orizzonte, una linea curva e sterminata dove sia possibile pensare una vita un po’ diversa. Io sono nata vicino al mare. Mi manca quello. Il respiro delle onde. Il senso della libertà.

 
L'Expo cambierà, se tutto andrà in porto, i connotati della città, appiattendola e disorientando. I milanesi ne sono consapevoli?
C’è un retropensiero, nei milanesi, che continua a sussurrare fosche previsioni sul futuro. Ma sai perché l’Expo sta vincendo, nella sua assurda invenzione di un universo urbano che non c’è? Perché nessuno ha tempo di porsi il problema. Si corre. Ci si precipita. Si accumulano lavori e pensieri, col solo risultati di farli male e pensarli ancora peggio. La fretta è un contagio. Ti ricordi Ernesto Calindri? In mezzo al traffico, col suo tavolino rotondo e il bicchiere di Cynar: in confronto all’umanità imbizzarrita di Milano oggi, lui era zen.


La protagonista Zoe, detective spazzina che i lettori hanno conosciuto nel romanzo Visto dal cielo, è qui un fantasma. Un fantasma che osserva senza che gli altri lo sappiano. Perché questa scelta?
Non saprei spiegarlo con chiarezza. Visto dal cielo, con tutti i suoi possibili limiti, è stato un regalo che mi sono fatta, rendendomi libera di raccontare con tutto lo spazio che volevo storie assortite di personaggi, profili, vicende che avevano toccato la mia vita. L’editore di allora, Einaudi, mi ha permesso di farlo, e gliene sono grata. Però poi, alla fine di quella storia, era come se Zoe fosse infinitamente stanca. Le ho permesso di riposarsi, per un po’. E ho pensato che forse non avrebbe più avuto voglia di tornare. Poi sono arrivati gli editori di Verdenero. E hanno voluto Zoe. E io mi sono accorta che la mia amica aveva voglia di tornare. Così eccola qui. Si è divertita molto a stare di nuovo con noi. Magari ora resta.

 
"Nessun estraneo si occupa di te gratis" dice a un certo punto Agata...
I ragazzi lo pensano. I miei studenti ne sono convinti. Glielo leggi negli occhi, insieme alla sconfinata tristezza e all’avvilimento che caratterizza le giovani generazioni di oggi. Io penso che non se lo meritino questo mondo senza speranze. E penso sia colpa nostra. Degli adulti, cioè: non abbiamo saputo davvero costruire speranze, e abbiamo ridotto – per loro – la relazione umana a questo scambio mercantile. Guardiamoci intorno: i processi di crescita e maturazione sono elementari. Non servono grandi discorsi. I ragazzi pensano che nulla sia gratis – come la giovane Agata – perché li abbiamo convinti di questo. Allora dobbiamo convincerli che si può fare qualcosa gratis. Soprattutto che la gentilezza è gratis, che esiste una deontologia professionale e che quel che si semina si raccoglie. Poi, anche loro cambieranno. Ma prima dobbiamo cambiare noi, il che è infinitamente complesso.

 
Che cosa addormenta la coscienza al punto di non vedere che intorno a noi lo scempio, edilizio e valoriale, avanza?
Ambizione, credo. Desiderio di gratificazioni esterne, perché guardarsi dentro si fa più fatica che a guadagnare pacche sulle spalle (o sul sedere, a seconda dell’obiettivo e del proprietario della mano). “Bisogna entrare in se stessi armati fino ai denti”, diceva Valéry. E spesso a entrarci scopri cose di te che possono non piacerti. Allora l’uomo comune che fa? Vive in un turbine. Non si accorge dello scempio. O meglio: se ne accorgerà quando lo vedrà sullo schermo di una televisione o su un sito web. Allora diventerà vero. E intendiamoci: io sono una tecnofila. Solo che la tecnologia è tecnologia. La vita è altro.

 
Il quartiere Pasteur è al centro del tuo libro. Chi lo abita?
Persone. Persone vere, intere, con corpi, pensieri, vite, esperienze. Persone vitali, di ogni colore. Persone buone e cattive. E miste. C’è la pasticceria Scaringi, così lussuosa e meravigliosamente gustosa che potrebbe essere nel centro di Parigi, e c’è la casa occupata. C’è il Tempio d’oro, che offre cibi coi sapori del mondo. È un universo interessante, come dovrebbe essere la vita. Ed è vicino a via Padova, dove le contraddizioni della convivenza sono esplose, poco tempo fa. Si sparge il sangue, ma si continua a vivere cercando di far sì che le differenze non diventino troppo affilate.

 
A un certo punto uno dei tuoi personaggi afferma che in Italia, ormai, chiunque può scrivere. La pensi anche tu così?
Possono scrivere tutti tranne gli scrittori. Quelli fanno fatica a trovare un editore. Di recente un editore stimatissimo da tutti mi ha detto: “Non posso pubblicare questo libro. È letteratura. Io i miei autori letterari li ho già. E non vendono niente”. Triste, no? Però capisco, anche se non condivido: il libro oggi non è più un oggetto di cultura, ma merce. Quasi sempre. Io sono della vecchia guardia. E sono una lettrice sofisticata, che fatica a combinare la tradizione di Gadda e di Svevo con alcune hit di oggi. Ma tant’è. Sai cosa mi manca? Un atto di coraggio. Che un editore faccia un atto di coraggio e di onestà intellettuale. Mi è sfuggito?

 
Quindi andare via o restare?
Si resta, si resta. Si resta e non ci si arrende. Si conserva l’ironia e si combatte con quella. Una risate produce più vittime di molti colpi di fucile. E in ogni caso, quello non saprei né vorrei usarlo.


Affronti il tema della morte con grande serenità. Zoe manca moltissimo ai suoi amici, soprattutto alla sua figlioccia Agata, ma il suo ricordo è sufficiente per accogliere la dipartita definitiva come un dato di fatto da cui tratte insegnamento. Oggi invece si rifugge la morte, appena se ne avverte l'ombra si spengono tutte le luci e ci si raccontano bugie.
È una questione di prospettiva: smettiamo di concentrarci sul fatto che prima o poi moriremo e cerchiamo di badare a quello che costruiamo qui e ora. Il tessuto affettivo, i rapporti, la dimensione etica. Capisco che quest’ultima cosa non sia molto di moda. Come diceva Pasolini, la morte illumina retrospettivamente quel che abbiamo vissuto. Allora diciamo questo: mi preoccupa quel che lascerò dietro di me andandomene. Con questo pensiero si vive meglio. Oggi rileggevo un libro di Jean-Claude Izzo, che era mio amico. E mi sembrava che fosse lì, in metropolitana, seduto al mio fianco, con quel sorriso ironico stampato in faccia. Questo è il senso. L’assenza fisica non deve risolversi nella rimozione della memoria. Quando il dolore stempera, la voce di chi abbiamo amato resta, ed è infinitamente confortante. Un oggetto di resistenza, appunto. [foto di missfatti]

I libri di Nicoletta Vallorani

 

 

 
 
 
 
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