Intervista a Odile d’Oultremont

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Odile d’Oultremont è in tour promozionale in Italia per presentare il suo libro appena uscito per Salani: romanzo d’esordio per un’artista che si era cimentata e si cimenta ancora in linguaggi differenti, in televisione, al cinema ed a teatro. Odile è una donna piena di vita, curiosa, desiderosa di condividere attraverso le sue opere le immagini della società e delle relazioni umane che la sua fervida immaginazione ed il suo stile vivace producono incessantemente. Ho provato, intervistandola, a cercare di capire qual è il senso del suo primo romanzo, ed ho scoperto che siamo soltanto all’inizio. Per fortuna.




Vorrei partire dalla traduzione italiana del titolo del romanzo che in francese è Les déraisons, cioè i senza “raison”, senza ragione, mentre in italiano è stato reso come Gli incurabili romantici. Che rapporto esiste allora fra amore, malattia, ragione, sentimento? Anche perché i personaggi sono dei folli, irragionevoli, soprattutto il marito. E sei soddisfatta della traduzione italiana?
Sì, sono contenta del titolo: mi piace molto per quanto sia diverso dall’originale. L’ho scoperto soltanto dopo, però ritengo che il termine incurabile si accompagni bene all’amore, così come per definizione l’amore è irrazionale e indefinibile. Il termine incurabile rappresenta il lato della malattia, ma anche una domanda che ci facciamo tutti: si guarisce dall’amore? Di fondo il romanzo analizza il rapporto fra l’aspetto irragionevole dell’amore ed i miei personaggi, particolare importante considerando che i miei personaggi non sono per forza soltanto delle finzioni, dei personaggi di un libro. L’amore è irragionevole, irrazionale: cercare di capire cosa sia non ha senso perché non si trova una definizione. È un po’ l’idea del vivere e della vita, cioè quella tensione nel tentativo di comprendere il senso della vita e dell’amore. Quello che si cerca di fare di solito è capire cosa stiamo vivendo quando siamo innamorati, capire che tipo di rapporto ci lega: così io ho cercato di rappresentare il rapporto singolare che lega i miei due personaggi, ma soprattutto la proposta che loro fanno alla vita, che non può essere ridotta ad una definizione di amore. A questa visione così intensa, diversa e singolare, nel mio romanzo ho opposto il tema della malattia, che è quanto di più concreto possiamo trovare nella vita, così come lo è il modo con cui viene curata la malattia, ovvero la prescrizione medica, che prevede un protocollo rigido che non può essere disatteso né messo in discussione, ma deve essere seguito con rigore. Ed è proprio il contrario dell’amore. Dunque, volevo rappresentare una storia d’amore che riassumesse questa situazione di scontro fra l’irrazionale e la concretezza della realtà. Sullo sfondo c’è la quotidianità della vita razionale che vivono i due personaggi, rappresentata anche dalla scelta del marito di lasciare il suo lavoro in un’azienda, dove non contano le persone e dove ognuno pensa solo a se stesso, per prendersi cura della moglie. Così come è stridente la razionalità con cui la giustizia cerca di regolamentare la vita di tutti. Ho voluto fare questo: opporre la razionalità e la concretezza della vita ad una storia sui generis. Questa è l’irragionevolezza del mio romanzo.

C’è anche un terzo elemento che hai toccato nel tuo romanzo, la giustizia. Il tuo è un romanzo d’amore che nasce in un’aula di tribunale. Dunque c’è un tema sociale: c’è una critica al rapporto fra la realizzazione della vita privata e quella lavorativa. Quali sono gli spazi della nostra vita privata nella società capitalista, la cosiddetta società del lavoro?
È il mio primo romanzo e scrivendolo mi sono resa conto che mi piace trattare anche argomenti che in modo più o meno diretto rappresentano delle critiche alla società. Probabilmente perché c’è sempre una sorta di piacere dello scrittore nel colpire la società delle istituzioni. L’ho fatto con il corpo medico, o meglio con il loro modo freddo e ‘disumano’ di trattare i loro pazienti, dimenticando che si ha a che fare comunque con degli esseri umani. Così come mi sono divertita a rappresentare il presidente dell’azienda AquaPlus, un tipo che vuol presentarsi come un ecologista, ma che in realtà è fortemente concentrato su se stesso tanto da non sapere neppure da chi è composta la sua azienda dove tutti lo ritengono una sorta di semi-dio. Mi diverte disegnare le istituzioni in modo ironico, così come ho fatto con la giustizia che finisce per riabilitarsi: normalmente molto statico e fermo, il giudice è contagiato dall’irragionevolezza di Louise e finisce per darle ragione. È qualcosa che ho fortemente cercato: la coppia vive in una sorta di bolla d’amore e mi sono resa conto che sarei riuscita ad esprimerli meglio facendoli confrontare con una società reale che significa dura, rigida, difficile. Proprio perché volevo sottolineare la distanza fra la leggerezza delle loro scelte e la società che mette tutti alla prova nel modo più cinico e difficile possibile. Mi rendo conto che questa è una cifra della mia scrittura, infatti anche nel mio secondo romanzo, che uscirà a breve, ad agosto, ho fatto scontrare i miei personaggi con la dura realtà della vita, però sempre con molto umorismo. E proprio l’umorismo è l’atteggiamento che io ho scelto di consegnare ai miei personaggi quando questi affrontano gli avvenimenti che vengono loro incontro.

Parliamo di stile. La tua carriera è finora stata costruita fuori dai libri, ti sei dedicata alla televisione ed al teatro. Ma quanto di quell’esperienza ti è servita per poter scrivere un romanzo, soprattutto in considerazione della leggerezza con la quale hai affrontato –nel tuo primo romanzo- temi anche drammatici come la malattia e l’amore?
Dalla mia esperienza di sceneggiatrice ho conservato la costruzione del racconto, i due tempi in cui si srotola il racconto, ovvero la scansione temporale che sovrappone lo svolgimento del processo in tribunale con la vita della coppia. Questo continuo andirivieni della narrazione e l’evoluzione stessa dei personaggi risentono della mia formazione come sceneggiatrice. In effetti io scrivo per sottrazione e per immagini: all’inizio l’idea non era quella di un romanzo, ma il primo testo scritto doveva essere la sinossi di un lungometraggio. È diventato un romanzo per volontà del mio produttore e del mio agente a Parigi che, dopo una prima lettura, mi hanno spinto a riscrivere il testo come un romanzo. E così ho percepito quasi di avere una sorta di permesso di osare di scrivere un qualcosa che non avevo mai osato scrivere prima, un romanzo: io sono sceneggiatrice perché non so scrivere romanzi! Romanzi e poesia sono le forme alte della letteratura, sono arte con la A maiuscola. Per cui la struttura è quella che ho importato dalla mia esperienza di sceneggiatrice, ma non saprei definire come ho costruito lo stile e il lessico. L’unica cosa che mi sono imposta di fare è stata quella di sentirmi libera di fare ciò che volevo, senza mettere barriere e limiti da rispettare. Ed ho potuto lavorare con uno stile completamente mio e con una certa libertà, perché la struttura del romanzo era solida in quanto discendeva dalla mia capacità di scrivere sceneggiature.

Ultima domanda sul futuro artistico di Odile d’Oultremont: c’è già un secondo romanzo, questo vuol dire che metterai da parte le sceneggiature per dedicarti completamente a quest’altra forma di scrittura o pensi che le due realtà artistiche possano tranquillamente convivere senza che l’una sottragga del tempo all’altra?
Ho terminato il secondo romanzo, ma sto lavorando ad una pièce teatrale, perché nel frattempo ho avuto voglia di sperimentare nuove forme di comunicazione. Anche se il teatro è difficile, per me era una novità, e terminerò fra due-tre mesi. Ho sicuramente voglia di scrivere un terzo romanzo, ma allo stesso tempo ho voglia di tante altre esperienze: un testo teatrale, due progetti per dei film, il possibile adattamento di questo romanzo (Gli incurabili romantici) in film... Dunque ci sono molti progetti che sto portando avanti in parallelo. C’è da dire che il cinema, l’economia del mondo del cinema, ha dei tempi più distesi, fra i 3 ed i 4 anni, mentre per un romanzo io impiego normalmente 6 mesi, per cui posso portare avanti tutto. Del resto non voglio terminare nessuna di queste esperienze, scrivere romanzi è un’esperienza che io aggiungo ad altri progetti e che non ho alcuna intenzione di mettere da parte. Scrivere un romanzo ti dà una libertà totale che non ti è concessa con le sceneggiature che implicano la ricerca di accordi fra diversi interessati: un romanzo lo pensi e lo scrivi da solo, ed è la felicità totale.

I LIBRI DI ODILE D’OULTREMONT



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