Intervista a Olivier Guez

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Prolifico autore francese classe ’74, Olivier Guez ha indagato nei modi e nelle forme più disparate – come saggista, sceneggiatore, autore di reportage, romanziere, assiduo collaboratore di alcune delle maggiori testate giornalistiche a livello internazionale – il cosiddetto “secolo breve”. Di passaggio a Milano per la promozione del suo ultimo romanzo (Prix Renaudot in Francia nel 2017), seppure stanco per i molti impegni si concede alle nostre curiosità in una breve ma estremamente stimolante intervista telefonica.




La prima domanda è quasi obbligata: perché hai scelto di scrivere di Josef Mengele? Sicuramente è uno dei personaggi più sinistri, inquietanti, crudeli della storia del nazismo, anche più di tanti alti papaveri del regime, e le molte zone d’ombra della sua storia hanno permesso di ricamare sulla sua leggenda…
Prima di tutto perché per me è un personaggio molto simbolico e, come dire, molto sintomatico della follia omicida nazista. Questo è uno dei motivi. In secondo luogo questo criminale non è mai stato arrestato, non è mai stato giudicato. E quindi è semplice, no? Domandarsi come ha fatto a sfuggire, chi l’ha aiutato. Poi in terzo luogo c’è una questione più metafisica. Parliamo di quattrocentomila persone mandate nelle camere a gas, una cifra enorme. Parliamo di esperimenti terribili sui bambini. Ecco, dopo tutto ciò che cosa ti riserva la vita? La vita ti punisce ad un certo punto oppure no? Quale il destino di quest’uomo, di questo enorme, gigantesco criminale?

Scrittore di saggi storico-politici e romanzi, giornalista e sceneggiatore, autore di reportage. Un’esperienza molto variegata. Quale il denominatore comune della tua scrittura, se ce n’è uno?
Sicuramente è il mio interesse per il dopoguerra, per il mondo dopo la guerra. Quando parlo di dopoguerra intendo il post 1914-1945, che per me sicuramente è un periodo unico. Io lo vedo come una grande guerra civile europea, la seconda Guerra dei Trent’anni. E poi questa enorme impresa di autodistruzione, come il continente, la società, gli individui riescono poi a riprendersi da questo periodo. E quindi Mengele si inserisce in tale contesto, come il film su Fritz Bauer ad esempio, come il romanzo Les revolutions de Jacques Koskas, un romanzo molto differente, non ancora tradotto in italiano. Ma l’idea, l’idea fondamentale, è sempre quella. Quando sono stanco invece mi dedico a una pausa metafisica, che mi dà molta energia.

Hai affermato che con questo libro hai voluto raccontare la “mediocrità del male”. Questa formula ricorda un po’ il titolo del famoso libro di Hannah Arendt. In quel caso si parlava di “banalità del male”. Mediocrità, banalità: qual è la differenza?
Mediocre è ancora peggio che banale. In realtà non è che sia molto diverso. Volevo dire qualcosa di un po’ differente e quindi ho cercato di trovare un altro termine, ho inventato questo nuovo termine della “mediocrità del male”. Ma l’approccio è lo stesso. In parole più serie, penso che Mengele corrisponda maggiormente alla definizione di banalità del male della Arendt rispetto ad un Eichmann, ad esempio. Ovviamente questo non giustifica assolutamente i suoi crimini, ma ci parla delle sue motivazioni, delle condizioni in cui agiva quando andava ad Auschwitz – era andato lì per ottenere un posto di professore universitario –, dell’opportunismo quando alla fine degli anni Trenta, quando decide di entrare nel partito. L’opportunismo, appunto, anche se ha già una certa età. È un capitano mediocre.

Mengele, il demonio, e Mengele, l’uomo. È stato emotivamente difficile scavare in questa sua duplicità, sondarne gli abissi, immaginarne pensieri, idee, manie, persino i sogni?
Allora, è stata difficile la prima lettura che ho dovuto fare su di lui. La sua biografia, il periodo di Auschwitz, la medicina nazista nei campi. Questo sì. Effettivamente è un’esperienza vertiginosa, pensare che certi uomini possano infliggere a qualcun altro qualcosa di folle, questo veramente è stato difficile. Mi stomacava, diciamo. In realtà è più o meno da dodici anni che lavoro su queste tematiche e quindi conosco bene la storia, però non lavoravo sulla guerra ma sul dopoguerra in Germania, in Europa, in America del Sud. E quindi è un territorio a me familiare ma non mi ero mai dedicato in particolare alla medicina nazista.

Una lunga e nutrita bibliografia conclude il romanzo. Quanto tempo hanno impiegato le ricerche – sappiamo che hai fatto molta ricerca sul campo – e come le hai condotte?
Tre anni, ci ho messo tre anni. Per il libro vero e proprio, tre anni. Sono ossessionato dalla topografia, dalla geografia, lo faccio sempre, quindi la mia immaginazione lavora a partire dal momento in cui vedo un luogo, lo sento mio, lo faccio mio. Quindi sono andato a Günzburg dove è nato Mengele, a Buenos Aires. Ho visitato tutte le case, i luoghi, i quartieri dove lui ha vissuto, i ristoranti. Ce ne sono ancora alcuni, di quei ristoranti che erano luoghi d’incontro dei tedeschi a Buenos Aires, non sono cambiati per niente, come il ristorante ABC per esempio. Invito tutti a andarci quando vanno a Buenos Aires, se si vuole fare un tuffo negli anni Cinquanta è il posto perfetto. E poi in Patagonia, a Bariloche, dove ha fatto il viaggio di nozze, e poi soprattutto sono stato in Brasile, ho trovato la famosa fattoria sulla collina dove aveva costruito la torretta. Quindi per me è fondamentale, lo faccio sempre, è una cosa sistematica per me.

La caduta di Mengele, da “pascià” a “ratto”, è un po’ uno sprofondare nel suo personale inferno. A proposito di Inferno, è interessante notare una presenza nel libro: citi la prima cantica della Divina Commedia come fonte bibliografica; inoltre, in Purgatorio, VIII le anime cantano l’inno Te lucis ante: la preghiera che il padre recita a Mengele bambino per scacciare le paure notturne…
Come sapete, amo il calcio. Ma amo anche la pittura. Mentre lavoravo alla preparazione di questo libro mi sono reso conto dell’onnipresenza di questa tematica dell’inferno, del male nella pittura europea. E ho letto finalmente l’Inferno di Dante, ne ho approfittato. È veramente incredibile perché ci sono delle descrizioni nell’Inferno che sembrano quasi le descrizioni di quello che è successo in Europa nel XX secolo. Ci sono addirittura dei Mengele che compaiono secondo me nell’Inferno. Nella prima versione del libro, a dire il vero, uno degli ultimi capitoli prima della morte era più lungo in realtà. Inizialmente era una riscrittura come dell’Inferno, con tutti i gironi, e Mengele scendeva sempre più in basso fino al fondo. Poi l’abbiamo tagliato. Però effettivamente questo libro rientra secondo me nella discesa agli inferi dell’Europa e l’inferno è una delle strutture caratteristiche nell’immaginario europeo.

Nel libro non ci sono dialoghi. Puoi spiegarci questa scelta?
In effetti anche quando sembra esserci dialogo si tratta di dialogo indiretto, il discorso è indiretto. Non c’è dialogo. Il dialogo umanizza e in secondo luogo io non sono un grande fan dei dialoghi in letteratura. Soprattutto quella specie di mania americana di scrivere intere scene dialogiche. Le odio, profondamente. Sono totalmente artificiose secondo me. Poi ad esempio mi piacciono autori come Thomas Bernhard, in cui non ci sono assolutamente dialoghi, ma ci sono dei discorsi indiretti che creano una specie di musica, un ritmo. Quindi, niente dialoghi!

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