Intervista a Omar Di Monopoli

Articolo di: 

Dopo aver lavorato per un decennio come redattore e grafico all’interno di numerose piccole realtà editoriali del Salento, dove vive, Omar è giunto al suo romanzo d’esordio, una vera e propria bomba nel panorama letterario italiano. Non potevamo non intervistare per voi un autore così originale e promettente.




Perché la scelta di descrivere un sud così viscerale e sanguinario?
Mi piaceva l’idea di scardinare un po’ quell’idea tutta «magia e taranta» che il sud pugliese ‒ e il Salento in maniera particolare ‒ ha saputo rivendere ai turisti in questi ultimi anni . E poi naturalmente avevo delle esigenze narrative personalissime: il mio in fondo è un western contemporaneo, per cui mi è venuto automatico forzare un po’ i toni e ricorrere all’iperbole (ma in molti vi hanno letto una radiografia documentaria del reale, però!).

Abusivismo edilizio, politici locali giovani ma già corrotti, violenza gratuita e assenza dello Stato. Perché il sud viene sempre descritto così? Il Salento, tra le varie realtà del sud, sembrerebbe quella più emancipata e più moderna; è solo un’impressione?
Sicuramente il Salento è un passo avanti per molte cose, però va anche detto che, chiusa la stagione estiva, noi indigeni (a maggior ragione quelli che come me vivono in una zona periferica del Salento à la page) rimaniamo a confrontarci con le carenze ataviche del Meridione: disservizi, malapolitica e corruzione diffusa, che ‒ per quanto modelli ormai datati di un sud inesorabilmente piagnone ‒ persistono senza grosse possibilità di una risolutiva e completa estinzione!.

È stata una scelta obbligata, retaggio del tuo background da sceneggiatore, quella di scrivere con i dialoghi inseriti senza soluzione di continuità nel racconto oppure è una sorta di “manifesto” del tuo stile come romanziere?
È una scelta stilistica perseguita anche faticosamente, frutto del mio retaggio di lettore ancor prima di quella di sceneggiatore (lo facevano già alcuni autori a me cari come Erskine Caldwell e Cormac McCarthy) ma credo c’entri anche col mio parallelo lavoro di grafico: tutte quelle virgolette distolgono dal flusso di lettura e poi non sono sempre sopportabili esteticamente!

Perché questo uso del dialetto?
Mah, io credo di essere stato addirittura parsimonioso: ho imbastito i dialoghi di una sorta di ibridazione vernacolare solo laddove era davvero impossibile che i personaggi non ne facessero uso, cercando di contenermi proprio per evitare d’essere confuso magari per l’ennesimo emulo di un Camilleri o di un Niffoi (piacciano o meno i loro romanzi, va segnalato che la metà dei loro libri sono di difficile fruibilità a chi non è avvezzo al dialetto).

Ma se dovessi narrare una storia in positivo sul Salento, quale sarebbe il soggetto?
Ci sono naturalmente numerosissime cose positive della mia Terra, ma ci pensano già le Pro Loco locali a promuoverle, e lo fanno egregiamente, io (sembrerà presuntuoso) mi reputo un artista, e la rappresentazione artistica ha sempre a che vedere con lo “strappo”, con la “violenza” insita nelle cose. Il mio prossimo lavoro (no comment, è chiaro!) ha a che vedere sempre con il male, e spero possa darmi le medesime soddisfazioni ‒ in termini di gradimento ‒ di Uomini e cani.

I LIBRI DI OMAR DI MONOPOLI



Pubblicità

 

Pubblicità

 

 

 
 
 
 
Il nostro sito utilizza i cookie ACCETTO
Se vuoi saperne di più COOKIE POLICY

I NOSTRI PARTNER