Intervista a Orazio Labbate

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Malgrado sia poco più che trentenne, il siciliano Orazio Labbate è indubbiamente fra i più interessanti scrittori emergenti del panorama italiano. A novembre ha lanciato il suo secondo romanzo, edito da Tunué come il suo esordio. Fra una presentazione e l’altra in giro per l’italia, Orazio ci ha gentilmente dedicato qualche minuto per rispondere a delle domande sul nuovo libro, ma con lo sguardo rivolto anche ai progetti futuri.




La tua ultima fatica letteraria è il sequel del tuo Lo Scuru, Suttatterra (anche se va precisato che i due libri possono tranquillamente essere letti in maniera indipendente). Si pensa già a un ulteriore capitolo come degna conclusione della trilogia. Quando hai licenziato quello che sarebbe diventato il tuo esordio, avevi già in mente di creare un seguito?
Il secondo capitolo della trilogia si è per la prima volta presentato, alla mia mente, in Sicilia, nel marzo 2016. Mi sono ritrovato, la sera in cui si vegliava il corpo di un defunto a me caro, a guardare Gela dalla parte più alta di Butera. Quella vastità oscura e scintillante che Gela lontana dimostrava dalla collina del mio paese, mi ha parlato interiormente. Aggiungo, sempre in merito alla Trilogia, che dovrò, durante la scrittura del terzo capitolo che certamente inizierò a scrivere proprio a Milton, riflettere su un titolo unico da dare ai tre volumi per riunirli.

Il romanzo ha atmosfere molto dark, a tratti lynchiane, però allo stesso tempo chiama in causa delle figure sacre, la Madonna su tutte. Come mai hai deciso di optare per questa scelta anticonformista e, se mi passi il termine, quasi “eretica”? Che reazioni immaginavi di suscitare nel pubblico e nella critica?
Lo Scuru così come Suttaterra fondano ampiamente il loro horror folclorico sulla teologia Origeniana. Essa tratta – in taluni punti – dell’assunto definitivo (autoritario) proferito da San Paolo il quale abbassò a categoria demonica gli idoli pagani di quel tempo. Le figure, diremmo sacre, da me citate e narrate, per l’involucro (vezzo pagano senza dubbio), per l’alterata fisiognomica dolorosa e per l’ontologia sottesa (nel corpo c’è un diavolo, un daimon, una entità) sono prossime a una certa iconografia puramente demonica. Il fanatismo dei miei protagonisti – il loro misticismo al contrario, povero, direi – compartecipa inoltre alla reinvenzione delle figure sante rendendole, per distorsione fisica e metafisica, mostri dell’horror. Per Razziddu, il Signore dei Puci è quindi mostro che si realizza per visione e per mancato esorcismo. Per Giuseppe, l’Alemanna è demone che si concretizza durante il suo cammino nell’Aldilà, perciò nel luogo del trapasso. Essa, la Santa, si fa personalità indemoniata nata tuttavia, sempre, dall’ossessione peccaminosa del nostro verso il cosiddetto sacro. Non ho perciò pensato né alla reazione del pubblico né alla reazione della critica, ma alla scrittura e al piacere, interiore ed estetico, del mio lavoro.

Contrariamente a quanto ci si aspetterebbe dal titolo, in Suttaterra il siciliano è praticamente assente, mentre ne Lo Scuru ti eri costruito un idioletto particolarissimo. Qui usi invece una prosa estremamente sorvegliata e un italiano ricercato e a tratti aulico. Qual è la ragione di queste differenti scelte espressive, e quali esperimenti linguistici intravedi all’orizzonte?
Premetto che Lo Scuru e Suttaterra nascono in due periodi differenti di una naturale crescita letteraria, ma soprattutto dentro due esigenze spirituali diverse. Perciò, nello sviluppo di uno scrittore si fanno sempre onesti conti con cambiamenti riflettuti e spontanei. Nel primo romanzo il dialetto siciliano nero era quindi rappresentativo di un furore letterario impossibile da imbrigliare che a me, per i personaggi che sentivo e per la storia che si dipanava, risultava soddisfacente. Nel secondo esso viene inghiottito dalla lingua italiana e viene masticato, con giusti bocconi, nei periodi, tentando di dare le medesime ma anche più forti, credo, sensazioni terrificanti.

Tutta la tua produzione (non solo i due romanzi) si muove nel solco di atmosfere gotiche e horror. Dopo le singolari vicende di Razziddu e Giuseppe Buscemi, cosa dobbiamo aspettarci?
Posso dirti che la famiglia Buscemi non è ancora “finita”, così come l’orrore (cosa che credo mai finirà in virtù del mio divertimento e del mio impegno letterario in merito). Si mostrerà in aggiunta, posso svelarti, l’epopea trasversale di un’altra famiglia...

È di non molto tempo fa la notizia che sarai editor della collana di narrativa di Centauria, casa editrice erede del marchio Fabbri. Come pensi di affrontare questo compito e che consigli daresti ai giovani scrittori che volessero emergere e proporsi?
Innanzitutto ringrazio Balthazar Pagani, publisher di Centauria, per avermi dato fiducia. Stiamo lavorando intensamente alla costruzione di una nuova collana di narrativa italiana che riunisca una significativa, onesta e moderna dualità, ovvero: la qualità letteraria della lingua e l’attenzione all’elemento narrativo di storie di tutti i generi. Pertanto, quale editor, mi sento di dire che questi due punti per me saranno cardini professionali necessari. La casella manoscritti non è ancora aperta. Tuttavia, non ne è esclusa l’apertura, per l’imminente futuro. Stiamo lavorando su una selezione precisa di scrittori. Presto diffonderemo tutte le notizie.

I LIBRI DI ORAZIO LABBATE



 

 

 
 
 
 
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