Intervista a Oriel Pozzoli

Oriel Pozzoli
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Insegnante, traduttrice di classici greci e scrittrice, la lombarda Oriel Pozzoli, classe 1968 - ottima annata! - ama partire da storie di vita vera e trasfigurarle per lanciare messaggi più profondi e meditativi. L'abbiamo incontrata per voi in occasione dell'uscita del suo secondo romanzo, una favola amara sulla fragilità in adolescenza.




Quanto, secondo te, i giovani possono rispecchiarsi nelle diversità, nelle difficoltà vissute da Filippo, il giovane protagonista del tuo L'infinito sono io?
Credo che molti adolescenti possano riconoscere loro stessi in Filippo o ritrovare in lui un amico, un compagno di scuola. Filippo Traversi ha un difetto fisico, si tratta di un’imperfezione lieve e correggibile nel tempo. Ma un tredicenne, perdendo la bellezza tenera e imprecisa dell’infanzia, davanti allo specchio vede solo quello che “non va”, come se la sua immagine fosse tutta riassunta nella gobbetta sul naso, nelle spalle troppo strette, nei fianchi rotondi… Se chiedi a dei bambini di dieci anni quale parte del loro corpo, se potessero, vorrebbero cambiare, la maggior parte di loro risponde che si piace così com’è. Bastano un paio d’anni per avere dai “vecchi bambini” una reazione diversa, uno sguardo improvvisamente critico e, in alcuni casi, sofferente.  Per quanto riguarda invece le difficoltà legate alla famiglia, Filippo vive in una realtà affettiva incrinata, una madre affettuosa, ma evidentemente nevrotica, un padre che sembra non ne azzecchi una…, ancora adolescente egli stesso, in tanti suoi comportamenti. Un ambiente fragile dal punto di vista affettivo che purtroppo riguarda molti di noi e dei nostri figli.


Serve avere una vista ciclopica per cogliere, oggi, il senso delle vita o quali altre percezioni i giovani dovrebbero essere capaci di sviluppare?
Il Ciclope, nel mito, è una figura “marginale”, un uomo “non umano”.  Ha un occhio solo, però enorme, circolare, in mezzo alla fronte. La sua visione del mondo è selvatica, senza regole, senza compassione per gli altri esseri viventi. Forse capisce di più, di se stesso e dell’inganno che Ulisse ha tramato contro di lui, quando diventa cieco, e quella sua vista speciale si trasforma in completa oscurità. Credo che i ragazzi abbiano una percezione immediata dell’esistere, fresca, spontanea. Anche loro in qualche modo selvatici e “marginali”, ciclopici nel loro guardare alle cose in forma spesso estrema. È bello che siano così, che vedano la vita con i contorni netti, il bianco e il nero, il giusto e l’ingiusto. Per adattarsi alle sfumature - e ai compromessi - hanno tempo, beati loro!


Sentirsi “l’infinito” è un punto di forza, presunzione o arroganza?
Sentirsi “l’infinito” significa avvertire le infinite possibilità che una vita al principio ci propone. Possiamo diventare qualsiasi cosa. Significa anche sentirsi “non finiti”, cioè incompleti, imperfetti, fragili. Nell’infinito c’è il massimo della forza, e insieme il massimo della debolezza.


Che cosa cambieresti oggi nel personaggio di Filippo? Quali sono i valori che ne apprezzi e i limiti che attenueresti?
Filippo è un personaggio letterario, io ne sono autrice… Come potrei giudicarlo? Lo tratto con simpatia, con partecipazione emotiva, ho nostalgia della sua giovinezza, del suo essere spavaldo e, nello stesso tempo, esposto al rischio. Condivido il suo bisogno di aria, tanta aria, e nuova, che gonfi i polmoni, dando respiro e tante promesse alle sue giornate.


Ci sarà un futuro ‘diverso’ per ogni Filippo della nostra epoca?
Senza la speranza nel futuro, la vita sarebbe troppo dolorosa, troppo schiacciata dall’idea della sua fine. Sul futuro un tredicenne comincia a fare progetti, cioè, letteralmente, si slancia in avanti, si immagina adulto, si sogna migliore di quasi tutti gli adulti che conosce.   Comincia a concepire ambizioni e desideri, a distinguere questi ultimi dalle voglie che durano un’ora, una stagione. E il futuro deve per definizione essere “diverso”, almeno per noi occidentali, che abbiamo inventato il tempo lineare, e l’infinito. Gli adulti dovrebbero dire a Filippo che il futuro è nelle sue mani (ma questo in fondo lui lo sa già!) e dovrebbero allenarle, queste mani, incoraggiarle con amore, aiutarle con l’esempio.

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