Intervista a Paolo Cacciolati

Paolo Cacciolati
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Nonostante la critica sagace e ironica al mondo aziendale tipica di quello che scrive, il dubbio di incontrare un uomo 'in tiro' superdotato di tecnologia palmare, che mi raggiungeva a bordo di un SUV ultra-accessoriato o di una decappottabile, mi è rimasto fino a un attimo prima d'incontrarlo. Invece Paolo Cacciolati è un dirigente d'azienda che non assomiglia affatto ai personaggi dei suoi romanzi. In fondo, mi dico stringendogli la mano, abbiamo molto in comune: anche lui fa parte di una comunità di recensori on-line, per esempio...
Digestione del personale descrive un mondo che tu conosci molto da vicino, quello aziendale. Quali difficoltà, quali possibili imbarazzi ha comportato questa scelta?
Nessuna difficoltà, né imbarazzo. Molti scrittori scelgono come ambiente per le proprie storie il mondo che frequentano professionalmente . Tanto per restare entro i nostri confini, potrei citare Avoledo, o Carofiglio, o ancora Scurati, che nel suo ultimo romanzo  utilizza la figura di un docente universitario. Semplicemente, dopo aver scritto parecchi racconti in cui il lavoro era toccato poco o nulla, per il romanzo d’esordio mi è venuto spontaneo  “giocare in casa”.
 
Come nasce la tua attività di scrittore? Quali sono i modelli ai quali guardi?
Prima dell’attività dello scrivere c’è sempre il piacere della lettura, la passione per i libri, da divorare, da mangiare, come dice il titolo del vostro sito. Non so come sia iniziata, ma ricordo che fin da piccolo la lettura è stata per me fonte di godimento assoluto  e necessario. E prima o poi capita che ti ritrovi senza un libro, ma con una penna e un foglio bianco e una certa idea in testa… Quanto ai modelli. Sono molti gli autori che ammiro e che vorrei emulare, ma fatico a riconoscere qualcuno di loro come “modello”. Modello è un termine impegnativo, e pericoloso; non rientra nella mia concezione della scrittura mettermi a tavolino pensando a un certo “modello”, se facessi così non riuscirei a scrivere manco mezza pagina. Se proprio devo citare qualcuno, specie per la narrativa italiana sul mondo del lavoro, per me due sono i romanzi ancora oggi insuperati. Il padrone, di Goffredo Parise, e La vita agra, di Luciano Bianciardi. Senza dimenticare una perla giovanile di Giuseppe Pontiggia, La morte in banca.
 

Hai mai avuto la tentazione di mollare il lavoro in azienda per dedicarti interamente alla scrittura?
Semmai ho avuto la tentazione opposta, di piantarla lì con la scrittura per dedicarmi non tanto al lavoro quanto ad attività decisamente più divertenti, su cui adesso sorvolerei. E in certi periodi ci sono pure riuscito. Solo che questa sorta di metadone assunto praticando altre attività non è mai stato così efficace da impedirmi di tornare sull’antico vizio dello scrivere.  Quanto al lavoro in azienda, è pacifico che non potrei mai svolgere una professione che non amo, ma è anche vero che, parafrasando John Lennon, il lavoro è qualcosa che ti capita mentre sei impegnato a fare altri piani…

 
Non è facile inquadrare il tuo romanzo in un genere prestabilito. Su La Stampa, Mario Baudino lo definisce un “thriller comico e sarcastico”. Tu in che genere lo collocheresti?
Hai mai provato a stringere nella mano una trota appena pescata? Impossibile. Al di là delle definizioni buone per le gazzette, credo che il mio romanzo,  quando cerchi di inquadrarlo in un genere, ti scivoli tra le mani, proprio come quella trota. Fossi proprio costretto a chiuderlo in un genere, lo classificherei come un bildungsroman alla rovescia, un romanzo di “sformazione”, più che di formazione, dove il protagonista, raggiunta l’età adulta e matura, riesce finalmente a compiere la propria rovina.
 
Quanto c'è di vero nei personaggi del libro, seppure rappresentati nei loro aspetti più grotteschi?
I personaggi del mio libro sono assolutamente veri, come quelli di qualunque altro romanzo. Del resto sono convinto che neppure la più rigorosa e documentata autobiografia contenga tutta la verità e nient’altro che la verità. Sto scherzando, ma neppure troppo, nel senso che per me in un romanzo (e forse in qualunque opera letteraria) il vero coincide con il verosimile, ed è proprio qui il bello della letteratura, il trascinarci in mondi paralleli popolati da personaggi che assomigliano così tanto a noi stessi o a persone che conosciamo, tanto da sembrarci…veri! Se poi si considera che i personaggi vivono anche e soprattutto nei dialoghi, qualcosa di “vero” c’è.  Nei dialoghi spesso utilizzo spezzoni di discorsi sentiti nella realtà di tutti i giorni. Come l’espressione di alcuni miei colleghi emiliani, che per definire una certa situazione “complicata” usano dire che è come un bastone da pollaio. Vi lascio immaginare perché…

 
I libri di Paolo Cacciolati

 

 

 
 
 
 
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